AbrakadabraL Storia dell'avvenire
Part 15
--Potete voi affermare dei diritti legali sulla _suora_ che io intendo esportare per opera di carità umana?... In tal caso soltanto...
--Dessa mi appartiene!--interruppe il nano vivamente.--Interrogatela!... Non posso supporre che ella abbia obliati gli impegni con me presi or fanno pochi minuti.
--Noi apparteniamo alla umanità tutta intera--rispose l'Immolata sospirando;--ma quelli che soffrono, quelli che partono dalla terra hanno su noi dei diritti più urgenti.
Così parlando, la donna guardava il nano fissamente, colla espressione supplichevole e mesta del delinquente che chiede grazia all'arbitro de' suoi giorni.
E vedendo che quegli non accennava ad arrendersi, la trepida donna rivolse la parola all'uomo che le dava di braccio, invitandolo a mostrare il mandato di estradizione di cui era munito.
Il Virey non esitò un istante a porgere il foglio.
Il nano lo percorse rapidamente coll'occhio, e parve disarmato.
--Intorno a questa mensa--riprese lo strano personaggio volgendo la parola al Virey con intonazione più mite--vi hanno ottocento _suore_ disposte a prestarvi i loro servizi; non sareste voi abbastanza cortese per riferire la vostra scelta sovra una di quelle?
--Ragioni di scienza me lo vietano--rispose il Virey gravemente.--L'illustre malato reclama l'applicazione di un assorbente eminentemente simpatico, e in questa donna soltanto ho potuto scorgere le facoltà che al mio caso si confanno.
Il nano aggrottò le ciglia, le sue labbra impallidirono e parvero minacciare una violenta esplosione di collera. Girò una occhiata d'intorno, un'occhiata bieca, sospettosa, tremenda; ma scorgendo due ufficiali di sorveglianza che si avanzavano alla sua volta, coll'accento cupo di chi si reprime, disse:
--Sia fatta la volontà della legge! Noi ci vedremo più tardi...
Il Virey fece un saluto del capo, e la donna, cui erano state dirette le ultime parole del nano, rispose con una intraducibile occhiata piena di angoscia e di sommissione.
Poco dopo, la volante che stazionava sulla piazza della cattedrale, accoglieva nel suo grembo il Primate e la _suora_, e dirigevasi con moto rapidissimo verso la villa Paradiso.
Durante il tragitto, l'Immolata appariva turbata.
--Quest'uomo--le disse il Virey--ha prodotto sui vostri nervi una impressione dolorosa. Procurate di ricomporvi e di obliare. Per la missione che ora andate a compiere si esige molta calma e molta energia di volere.
--Se voi conosceste quel mostro!--esclamò l'Immolata rabbrividendo.
--Egli è dunque di una specie ben trista, se voi tremate e vi coprite di pallore al ricordarlo?...
--Egli è un mistero più buio della notte e più profondo del mare.
--Voi dunque ignorate affatto chi egli sia?
--Se ogni sua parola non è una menzogna, debbo credere che egli si chiami Cardano, e ch'egli sia ricco e potente come un re.
--E viene spesso in cerca di voi?
--Mi ama!--sospirò la donna con un gesto di orrore.--Se sapeste quale tremenda cosa sia per noi il dover subire di tali amori!...
Uno scoppio di lacrime troncò le parole della donna. Il medico accerchiò la bellissima testa col braccio e premendola al petto esclamò mestamente:
--La società moderna, designandovi col titolo di _Immolate_, ha reso giustizia al vostro eroismo.
--No! no!--riprendeva la desolata singhiozzando.--La mente dell'uomo non riuscirà mai a concepire le atrocità del nostro martirio. Uno dei più orrendi supplizii ideati dalla scelleraggine antica fu quello di legare ad un vivo il corpo di un estinto per seppellirli abbracciati nella medesima tomba. Orbene: nelle prepotenze a cui la Immolata si assoggetta vi è qualche cosa che assomiglia all'accoppiamento di un morto e di un vivo... Essere amata da quel mostro, dover subire i suoi amplessi, dover fingere al segno, ch'egli talvolta possa illudersi di essere amato!... È orribile... è spaventoso!...
--Da quanto tempo conoscete quell'uomo?--domandò il Virey.
--Da sei o sette mesi. Dal giorno in cui a Milano ebbe luogo l'esperimento della pioggia artifiziale ideata dal celebre Albani. Non potrò mai obliare le tremende parole ch'io lo intesi profferire in quella occasione. Al cadere delle prime stille, mentre dalla città si alzava un grido di sorpresa e di plauso, l'esplosione di un ghigno satanico mi trasse a rivolgere il capo. I miei occhi si incontrarono per la prima volta in quelli del basilisco. Ed egli, senza smettere il suo ghigno beffardo, e guardandomi fissamente: «applaudite! applaudite!--ringhiava colla sua voce cavernosa;--questo meccanismo, migliorato, corretto e opportunamente applicato, al meno danno potrà fra pochi mesi riprodurre il diluvio!»
Il Virey prestava la massima attenzione alle parole della Immolata e a sua volta diveniva tetro.
Il moto discendente della gondola avvertì lo scienziato che era tempo di avviare la conversazione sovra altro tema.
--Adunate le vostre forze--diss'egli;--cacciate dalla mente ogni avversa preoccupazione; il nuovo sacrificio a cui andate incontro darà la vita ad un fratello che ha resi i più segnalati servigi alla umanità. Poco dianzi avete nominato l'Albani, l'inventore della pioggia artifiziale. Orbene, sappiatelo: gli è appunto quell'insigne cittadino che reclama le vostre cure. Poco fa, nel gettar gli occhi sulla di lui effigie, le vostre guance si animarono di un vivo rossore, e se io non mi sono ingannato, i vostri nervi furono scossi da un _elettrismo_ simpatico.
--Primate!--esclamò la donna rianimandosi improvvisamente--gli è che quella effigie... quelle sembianze...
--Ebbene!--esclamò il medico colla impaziente curiosità di chi sta per afferrare l'ultima parola di un enigma.
--Ebbene!--sospirò l'Immolata--quella effigie e quelle sembianze mi hanno ricordato ciò che una donna della mia condizione ha l'obbligo di obliare, che anch'io sulla terra ho amato una volta, e molto, e intensamente amato pel solo diletto di amare.
Su queste parole della Immolata la gondola toccò terra. Il Virey offerse il braccio alla donna, e si inoltrò con essa nella galleria che metteva alla stanza del malato.
--Nessun sintomo allarmante?--chiese il medico entrando.
--Nessuno--rispose fratello Consolatore.
--Lasciamo con lui questa _suora_ e ritiriamoci. Ciò che importa--soggiunse il medico volgendosi alla Immolata--è che quest'uomo _creda in voi_ prima che siano trascorse due ore.
Tutti uscirono dalla stanza ad eccezione della donna.
Questa si appressò tremando al letto dell'infermo.
La luce melanconica della lampada azzurra, rischiarando il pallido volto, lo abbelliva di una tristezza funerea.
L'Immolata, al vedere quelle sembianze, potè a stento reprimere un grido.
Si gettò su quel corpo assiderato coll'impeto di una madre selvaggia che trova il proprio figlio ucciso da una serpe.
Le sue braccia, incrociandosi tra le chiome dell'infermo, sollevarono dai guanciali il capo estenuato; le sue labbra tumide di sangue, esuberanti di ardore, corsero avidamente a baciare una bocca, dove la morte già delineava il suo glaciale sorriso.
Quel bacio poteva essere eterno. L'Immolata, affiggendo le sue labbra a quelle dell'Albani, dovea trasmettere la vita o assorbire la dissoluzione.
Ma i presagi del Virey non tardarono ad avverarsi. L'infermo dopo alcuni istanti aprì gli occhi.
--Che è stato?--domandò con fioca voce.
L'Immolata trasalì, e cadendo in ginocchio presso il letto del malato, gli mormorò all'orecchio una parola che parve rianimarlo.
--Il vostro nome! il vostro nome!--ripeteva l'Albani, guardandola fissamente.
E allora, con un accento pieno di soavità e di tristezza, la genuflessa prese a parlare di tal guisa:
CAPITOLO XXIII.
Sogno di una notte di estate.
--Lassù, al paese, dove le figliuole non hanno cessato di portare con orgoglio i nomi delle loro madri, mi chiamavano Maria. Più tardi, mutando dimora e condizione, io presi il nome di Glicinia...
--La Glicinia è un pallido fiore--mormorò l'Albani.--Se voi non vi chiamate Fidelia, come accade ch'io vi vegga inginocchiata davanti al mio letto?
--È il posto che mi spetta; e non credo che altra persona al mondo più di me ci avrebbe dritto. Noi donne siamo portate ad amare con istinto materno coloro ai quali abbiamo dato la vita, e quando una di queste vite è in pericolo, noi sappiamo che per salvarla nessuna potenza umana uguaglierebbe la nostra!
--Mia madre è morta!--sospirò l'Albani;--le sue carezze e i suoi baci mancarono alla mia giovinezza.
--Nè vi resta il sovvenire di altre carezze, di altri baci, più impetuosi, più ardenti, che in una notte di spasimi atroci, in un'ora di tremenda agonia vi fecero esclamare: la giustizia degli uomini mi avea ucciso e l'amore di un angelo mi richiama alla vita?...
L'Albani si rizzò sui guanciali, ma tosto, vinto dalla spossatezza, piegò il capo su quello della Immolata esclamando: parlami!
--Parlami ancora! la tua voce mi fa bene al cuore.
--Or fanno cinque anni--riprese la donna--al cadere del giorno, io sedeva con mia madre fuor della casetta tutta coperta di edera e di glicinie, posta sul declivio di una collina. Il sole tramontava dietro un padiglione di nuvole ardenti, i cui riflessi di porpora rischiaravano il villaggio come vampa di Incendio. Si respirava un'aria di fuoco. Regnava intorno a noi quel silenzio lugubre che sembra presagire l'uragano. Allo svolto del sentiero che metteva alla nostra abitazione apparve un viandante affannato. Si appoggiò al muricciuolo, e scuotendosi la polvere dagli abiti, pareva cercare collo sguardo una persona a cui chiedere soccorso. Vestiva la tunica bianca del prete riformato, e sotto il suo largo cappello da pellegrinaggio si disegnavano i contorni di un bellissimo viso. Mia madre si alzò. Quel movimento attrasse a noi gli sguardi del Levita, che tosto si diresse alla nostra volta esclamando una parola di benedizione.--La volontà di Dio e la saggezza degli uomini--proseguì egli colla sua voce piena di angelica dolcezza--mi hanno imposto di accompagnare pel duro calle della espiazione uno sventurato, che oggimai non ha più il diritto di coabitare coi fratelli. Ma la pietà di Dio impone dei temperamenti alla giustizia della società, e l'arbitro di questi temperamenti suoi essere il sacerdote. Ora, ecco un caso nel quale io posso di tutta coscienza invocare pel mio martire la tregua dei rigori legali. Il reietto è là... giacente sul terreno... affranto dalla stanchezza e dalla febbre... L'uragano è imminente... Io non debbo permettere che quell'infelice muoia sulla via maledicendo agli uomini ed al cielo. Consentireste voi a dargli asilo per questa notte? Mia madre ed io ci ricambiammo uno sguardo, e introducemmo il Levita nel cortiletto. Benedette le case dei nostri padri!--esclamò il prete;--questi porticati erano una ispirazione della carità! qui le rondini fabbricavano i loro nidi, e qui dormivano nella sicurezza i perseguitati e i mendichi. Non volete salire agli appartamenti superiori?--chiese mia madre al Levita.--No!... l'infrazione della legge eccederebbe i limiti che mi sono prescritti. Si stabilì di collocare un pagliericcio al piede della scala. Mia madre ed io ci affrettammo ad apprestare quel povero letto, corredandolo di un guanciale e di una coltre. Noi stendemmo fra le colonne del portico una tenda di riparo: una scranna, un'anfora d'acqua, un lavacro ed una lampada elettrica completarono il mobilio di quell'andito terreno, dove la pietà, sposandosi all'infortunio, doveva in quella notte tramutarsi in un amore infinito.
«Frattanto, il sacerdote era uscito con due famigli per soccorrere il caduto e sorreggerlo fino alla porta della nostra casa. Il vergine cuore di una fanciulla ha dei presentimenti divini. Ciò che noi proviamo all'appressarsi di quel _lui_ ignorato che dovrà essere il sole della nostra esistenza è qualche cosa che simiglia ad un'aurora. La nostra anima si rischiara, i nostri sensi tripudiano; noi ci sentiamo inondate di una beatitudine rivelatrice... Nella attonita fantasia il mistero prende forma, ed è una forma indeterminata, volubile, che ad ogni tratto svanisce per ricomporsi, per rassodarsi, per isfuggirci di nuovo, fino a quando, all'apparire di un essere reale, il cuore non ci gridi con un sussulto: _eccolo! è lui!_ Ho cercato di esprimere le ansie della attesa, ma invano tenterei dipingere a parole la emozione che provai nel vedermi innanzi... quello sventurato. Egli era bello della tua bellezza; egli era pallido come tu lo sei; egli soffriva come tu soffri... I due famigli, sorreggendolo, lo accompagnarono fino al letto. Mi passò accanto, levò gli occhi, e il suo sguardo--poichè la parola gli era contesa dal _dovere_--esprimeva un ringraziamento affettuoso.
«I miei occhi non si affissarono che un istante su lui, ma la sua imagine rimase avvinta al mio cuore per non più dipartirsene. Mia madre, all'atto di allontanarsi, chiese al Levita se di nulla abbisognasse. «Troverò il mio posto per riposarmi--riprese quegli, e accennando al compagno che si appoggiava alla muraglia per sorreggersi, ci fece comprendere che la nostra presenza cominciava a divenire importuna. Ci avviammo per salire agli appartamenti superiori. Io non proffersi parola; le lacrime agglomerate sul cuore facevano intoppo alla voce. Prima che noi fossimo entrate nelle nostre stanze, uno scoppio fragoroso di tuono annunziò lo scatenarsi dell'uragano».
L'Immolata si interruppe. Il tremito convulso onde l'infermo era assalito lo avvertiva che i dettagli spaventevoli di quella scena potevano ucciderlo.
La crisi fu passeggiera. Il sembiante dell'Albani si ricompose, una leggiera tinta di rossore traspirò dalle pallide guance, gli occhi si animarono di viva luce.
L'Immolata raccolse tra le braccia il bel capo che per un istante si era scostato da lei, e riprese a parlare di tal guisa:
--Le grandi commozioni della natura non durano a lungo. Di là a pochi istanti, la tempesta era cessata, e il cielo raggiante di stelle, gli alberi ed i fiori rinfrescati dalla pioggia si scambiavano un saluto di luce e di profumi. La notte riprendeva la sua calma solenne, e tutto il creato pareva gioire. Ciò che non poteva placarsi era il turbamento, l'agitazione, la febbre del mio povero cuore. Io non mi era coricata. Durante l'uragano, io non aveva cessato di pregare, di piangere, di baciare col desiderio della pietà e dell'amore il bel volto dell'ospite infelice. L'atmosfera della stanzetta mi soffocava. Apersi la finestra; la dolce frescura e le esalazioni del giardino non valsero a confortarmi. Sotto la finestra che sovrastava al porticato, io vedevo al soffio dell'aere agitarsi una tenda. Dei singulti affannosi giungevano al mio orecchio, e penetrandomi nel cuore, parevano tradursi in richiami e rimproveri. Sorpassando quel debole riparo di tela, il mio pensiero penetrava nell'andito lugubre, ove un bello, un giovane uomo, reietto dalla società, implorava nei tremiti della febbre quella stilla ravvivatrice che è una parola di perdono e di amore. E mentre nell'animo mio si dibattevano le esitanze e i desiderii; mentre i pregiudizii contrastavano a quegli istinti di pietà e di sacrifizio che fanno santa la donna, io aveva sorpassata la soglia della stanzetta; ero discesa al piano terreno, ero caduta in ginocchio presso il giaciglio di un infelice...
--E quegli?--domandò l'Albani con voce animata.
--Sollevò il capo e mi stese le braccia, profferendo la parola del Cristo morente... «ho sete!»
--Gli sventurati hanno sete di pietà e di amore--interruppe l'Albani.
--Infatti--proseguì l'Immolata--l'acqua che io gli porsi non valse a dissetarlo...
--Oh! mi sovvengo--riprese l'Albani contemplando con espressione di viva riconoscenza e di affetto il bel volto della donna; mi sovvengo di tutto... Eppure, in quella notte gli ardori del mio labbro furono ammorzati!...
--Ti rammenti di qual maniera?--chiese Glicinia sollevandosi e affiggendo amorosamente la bocca a quella dell'infermo.--Tu mi attiravi al tuo petto esclamando: «io ti ringrazio... io ti benedico... I tuoi baci mi daranno la forza di vivere... e di soffrire.»
La reminiscenza di una ebbrezza sovrumana, ravvivata dall'aspetto, dalla voce, dalle ardenti carezze di una donna incomparabilmente leggiadra, operarono il miracolo.
Ripetendo con voce sussultante le parole della enfatica narratrice, l'Albani aveva ripreso, colle illusioni del passato, tutta la energia del suo temperamento giovanile. Quel lungo duetto di amore si chiuse con una cabaletta che il gusto musicale dell'epoca nostra ci impone di sopprimere.
L'impeto della passione non poteva durare a lungo nella fibra estenuata dell'infermo. Quando il Virey e fratello Consolatore rientrarono poco dopo nella stanza, l'Albani era ricaduto nel letargo; ma il pallido volto supino ai guanciali pareva tuttavia irradiato di felicità, e il labbro atteggiato al sorriso rivelava la calma serena degli organi intelligenti.
Il Primate si accostò al letto. Posò la mano sul cuore dell'infermo, e guardando fissamente la donna, colla espressione di chi si attende una risposta affermativa, le chiese a bassa voce: «ha creduto?»
--Ha creduto--rispose l'Immolata.
E la porpora delle guance, lo splendore degli occhi, l'ansia del petto, prestavano alla pudica parola il più espressivo dei commenti.
--Voi potete ritirarvi--disse il medico all'Immolata;--la vostra missione è compiuta; dopo il breve letargo, avremo la reazione febbrile, e in seguito a quella potremo _operare_ sul sangue con sicurezza di riuscita.
In quel punto entravano nella stanza gli alunni e alcuni subalterni della villa.
--Ho l'onore di annunziarvi--proseguì il Virey solennemente--che fra dodici giorni l'illustre Albani avrà ricuperata l'_integrità del suo essere_, e potrà presentarsi alla Assemblea elettorale del nobile Dipartimento che intende elevarlo alla carica di Gran Proposto.
L'Immolata esitava ad uscire.
Fratello Consolatore la prese per mano e traendola in disparte:
--Sorella--le disse all'orecchio;--al sacerdote e all'Immolata non è mai permesso di obliare che la vita è un sacrifizio.
--No! no!--rispose la donna colla vivacità di un fanciullo contrariato;--noi viviamo di amore, e ogni voto, ogni legge sociale che si oppone a questo sovrano istinto della natura, è una mostruosità di cui Dio deve inorridire. Io amo quest'uomo!... Egli mi ha insegnato i più intensi piaceri e i dolori più tremendi della vita... per lui divenni madre!...
Il Levita levò gli occhi nel bellissimo volto soffuso di lacrime, e quello sguardo gli ravvivò nel pensiero mille memorie assopite.
E traendo seco la donna oltre il vestibolo per passare nel giardino:
--Non era dunque--esclamava--un sogno di inferma fantasia ciò che il mio povero compagno di viaggio ebbe a rivelarmi dopo quella notte angosciosa che noi passammo a Losanna. Ma voi...? Come avviene che io debba rivedervi fra le Immolate, dopo che Iddio vi aveva fatta santa col maggiore de' suoi benefizii, rendendovi madre?...
--Io perdetti mio figlio--rispose la donna con un sospiro.
--Morto?...
--Rapito in età di due mesi.
Fratello Consolatore giunse le mani esclamando:--E Iddio vorrà permettere che duri eternamente impunita questa tratta misteriosa di neonati per cui piangono tante madri!... Duemila e cinquecento bimbi scomparsi dall'Europa in meno di tre anni... e nessun indizio... nessuna traccia...
--Tacete!...--interruppe la donna rabbrividendo.
--Che è stato?...
--Vedete... quell'uomo?...
--Un orribile uomo!--disse il Levita, guardando verso la cancellata del giardino.
--Ebbene... quel terribile nano... quel mostro... in un momento di esaltazione amorosa... mi avrebbe promesso...
--Vi avrebbe promesso?...
--Di restituirmi la mia creatura a patto che io infranga i miei voti, a patto ch'io mi sacrifichi a lui per tutto il resto de' miei giorni.
Fratello Consolatore alzò gli occhi al cielo e dopo breve silenzio esclamò con fatidico accento:
--È necessario che il sacrificio si compia; i figli sono la redenzione dei padri.
Così parlando, il sacerdote e la donna erano giunti alla _porta maestra_ del gran parco.
--Sorella di amore!--ringhiò il nano che stava ad attenderli oltre il cancello--i _termini della estradizione_ sono spirati--vorrete voi permettere, o bella fra le belle, che io vi riconduca all'_ovile_ nella mia gondola?...
L'Immolata si ritrasse con ribrezzo; ma appena il sacerdote le ebbe mormorato all'orecchio una misteriosa parola, abbandonando il suo braccio a quello del mostro, ella salì con lui nella gondola e disparve.
CAPITOLO XXIV.
Al Caffè Merlo.
Usciamo dalle alcove!
Uno splendido sole ravviva le contrade della bella e popolosa Milano. Questo ente collettivo, che rappresenta lo spirito e l'attività di una fra le più illustri famiglie _della Unione_, si prepara ad eleggere il Gran Proposto che dovrà succedere al dimissionario Berretta.
La lotta elettorale, a norma di Legge, dovrà chiudersi nel termine di dodici giorni, onde il nuovo titolato possa intervenire al Congresso dipartimentale di Napoli e di là trasferirsi a Berlino dove l'Assemblea sovrana suole adunarsi alla fine d'anno.
Il proclama politico del Torresani, la diagnosi dell'umano deperimento e i tremendi pronostici enunziati dal Virey, nonchè i tetri e complicati episodii a cui abbiamo assistito, ci avvertono che, malgrado l'apparente benessere dell'Europa, gli individui vi si muovono a disagio e non paiono troppo soddisfatti dell'ordinamento politico e sociale che li regge.--Vi è un motto che sempre fu mormorato dalle masse all'indomani di ogni conquista, di ogni progresso liberale: _si stava meglio quando si stava peggio_. Dovremo noi meravigliarci se l'assurda querimonia si va tuttavia ripetendo in un'epoca, nella quale si veggono realizzate le più audaci utopie dei secoli precedenti?... La natura dell'uomo non si muta e il moto delle aspirazioni è infinito.
Fatto è che il Governo della _Unione_ (come tutti i governi che furono e che saranno) ha per base... un vulcano.
Duecento sessanta quattro Comuni, oltre quello di Milano, sono chiamati a nominare il loro Capo e rappresentante. Il fervore, l'agitazione, l'entusiasmo degli elettori, nonchè l'apparato delle _macchine_ e la complicazione delle _manovre_ dimostrano la straordinaria importanza della lotta.
Non dipartiamoci dalla città che fu il teatro degli avvenimenti fin qui riferiti. Lo spettacolo che oggi vorrà offrirci Milano non sarà molto dissimile da quello che potremmo scorgere altrove.
Come ho detto, la giornata è abbellita da uno splendido sole. Gli _Apparatori pubblici_ hanno allentati i _velarli riparatori_ e _l'estate di S. Martino_ penetra allegramente nelle vie a cacciarne le poco salubri esalazioni delle stufe.
Dai balconi e dalle finestre svolazzano bandiere e girandole di mille colori, e al suono delle fanfare a migliaia i subalterni di ogni classe sì spandono nella città per affiggere i proclami di concorso.
Chi potrà reggere alla rassegna di quelle tappezzerie stampate e dipinte?--Si vuole che i pretendenti alla Propostura dell'Olona siano diecimila.--vorreste voi leggere altrettanti proclami?
Attendiamo! Quelle dicerie verranno riprodotte dai giornali: ed ecco appunto una processione di _Portavvisi_ si diparte dal Piccolo Campidoglio per attraversare quella grande arteria cittadina che si intitola il Corso Ossobuco.
Poniamoci a sedere sotto il Padiglione del Caffè Merlo, dove la processione dovrà passare e dove per avventura ci sarà dato raccogliere dalle conversazioni animatissime dei cittadini qualche sintomo della pubblica opinione.
Affrettiamoci. V'è ancora un tavolino libero, e poco lungi da quello, seggono, con alcuni milanesi di nostra antica conoscenza, due Primati dalla fisonomia grave ma altrettanto simpatica.
--Ci siamo, caro Pestalozza!
--La è proprio così, caro Pirotta!
E i due milanesi, scambiandosi un risolino più ebete che sarcastico, tuffano il loro _chiffer_ nel caffè e pannera ed esclamano:
--Prepariamoci alla lotta!
--Rinforziamo la macchina!
Esaurita la colazione, i due amici riprendono il discorso.
--Hai fissato il tuo... individuo?