AbrakadabraL Storia dell'avvenire

Part 12

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Quell'uomo, ritto ed immobile dietro il seggio della fanciulla, pareva assorto nel contemplare le forme perfette di lei. La fronte di quell'uomo era calma; i tratti del volto non rivelavano veruna commozione; ma l'occhio irrequieto, iniettato di viva luce, aveva una espressione quasi sinistra.

Fidelia ne fu atterrita più che sorpresa. Dalla sua fronte sgocciolava il sudore a grosse stille, pure non aveva forza di portarvi la mano ad asciugarle.

Come si spiega questo terrore della fanciulla alla vista di un amante, di un fidanzato, di lui che era l'oggetto de' suoi ardenti desiderii, delle sue invocazioni?

Se quell'uomo fosse stato l'Albani, Fidelia non avrebbe esitato un momento a levarsi dal seggio, ad avvincerlo tra le sue braccia, a inondarlo di baci.

Ella esitava... tremava...

Erano le sembianze ben note; la sua statura, i suoi capelli ondeggianti e fosforici, il suo labbro perfettamente delineato, i suoi denti pieni di sorriso. Ma pure, qualche cosa mancava a quell'uomo per essere l'amante, il fidanzato di Fidelia. Mancava la magnetica corrente che si espande dai cuori innamorati, il flusso che non si può suscitare dai nervi e dal sangue, se questi nervi, se questo sangue non sieno agitati da una vera passione.

La fanciulla non poteva penetrare l'orribile inganno di quella apparizione. Ella fissava quella larva con occhio attonito; meditava quelle sembianze come si medita un sinistro problema. Quella contemplazione, quella meditazione angosciosa doveva risolversi per lei in un giudizio altrettanto erroneo che tremendo: «Egli è ben desso, ma egli ha cessato di amarmi».

Era la logica più naturale che il cuore della fanciulla innamorata potesse seguire, la sola spiegazione che ella potesse ammettere dello strano turbamento che l'invadeva.

A sì triste convincimento, Fidelia nascose il volto fra le mani e proruppe in dirotto pianto.

Ma il Casanova (noi gli daremo il suo vero nome) non era uomo da smarrirsi di coraggio per quella fredda accoglienza. Magnetista di prima potenza, egli contava sulla forza del proprio volere per dominare quella gracile fanciulla estenuata dalle commozioni dell'amore e della paura.

Egli stese la mano sul capo di Fidelia, e accarezzando le chiome odorose per innondarle del suo fluido irresistibile, parlò con accento animato:

--Fidelia!... mia buona... mia bella Fidelia!... non era mestieri che tu mi chiamassi.... Sarei venuto ugualmente.... Anch'io numerava i giorni e le ore. Avevo bisogno di vederti. Un bacio, un solo tuo bacio potrà darmi la forza per reggere a questi ultimi giorni di prova.... Fidelia!... I momenti sono contati. Nessuno mi ha veduto entrare, nessuno mi vedrà uscire da questo luogo.... Non c'è a temere di nulla!... Oh! la mia bella Fidelia! Abbandonati agli istinti del cuore.... Poichè mi ami... poichè hai giurato di esser mia.... Mia sorella... mia sposa.... Tu mi ami: Io sapeva bene che tu non avresti negato questa gioia!... Le tue fibre sono commosse.... Allacciami il collo colle tue braccia di neve.... Che io respiri il fresco alito della tua bocca!... Le mie labbra erano arse, e la sete di amore mi avrebbe consumato, senza il refrigerio di un tuo... bacio divino!

Così parlando, il Casanova si era impadronito della fanciulla attraendola al proprio petto colla potenza affascinante della volontà.

Fidelia, inebbriata da quelle parole, da quelle carezze, si abbandonò a lui come un corpo morto. I dubbi, i terrori erano svaniti. La sua faccia inondata di lacrime era divenuta radiante. In quel momento di suprema illusione, la fanciulla sognava il paradiso.

Quel sogno fu un lampo.

Nell'amplesso di quella larva adorata, Fidelia si attendeva una inondazione di delizie. Ma appena le labbra dell'avventuriero ebbero sfiorate le sue, la fanciulla arretrò con ribrezzo, mandò dal petto un grido affannoso, e cadde al suolo tramortita. Il bacio di quell'uomo, o piuttosto di quella maschera umana, le era sembrato gelido come il bacio di un morto.

Tutta questa scena era passata rapidamente, mentre le _sorelle del Circolo_, nel compartimento anteriore del palazzo, attendevano che Fidelia ripigliasse la canzone, ovvero ritornasse nella sala per prendere parte al convito.

Il grido della fanciulla destò lo sgomento nella piccola comitiva. L'anziana fece allentare il gran ventaglio, e le amiche di Fidelia accorsero tutte verso la gondola.

Quand'esse posero il piede nel gabinetto musicale, il Casanova era già scomparso; nessun indizio, nessuna traccia di lui.

Fidelia giaceva a terra coll'abbandono della morte. Le sue chiome, le sue vesti scomposte davano a supporre che ella avesse dovuto soccombere ad un assalto violento.

Le fanciulle non si perdettero in vane esclamazioni. Improvvisarono una catena magnetica, e scaricando il loro fluido sulla giacente, in men che non si pensi, la ridonarono alla vita.

Fidelia si levò in piedi, girò intorno gli occhi smarriti come chi, risvegliandosi da un orribile sogno, tremi di rivedere una larva.

Poi sorrise alle amiche, e appoggiandosi al braccio di Speranza uscì con quella dal gabinetto.

--Domani ti dirò tutto--disse Fidelia alla sua prediletta. E per quella serata non si tenne più parola del misterioso avvenimento.

Durante la cena, le fanciulle ripresero insensibilmente la loro abituale gaiezza. Fidelia sorrideva alle amiche, e pareva dividere i loro ingenui tripudii. Di tratto in tratto ella trasaliva, portava la mano agli occhi come a rimuovere un velo, a dissipare una nube. E subito, dopo quel gesto, la sua fronte tornava serena, e l'occhio riacquistava la sua luce.

Ai primi squilli del _richiamo delle vergini_, quella gioconda comitiva uscì dalla _villa Paradiso_ per disperdersi nei varii compartimenti della città.

Fidelia baciò le amiche ad una ad una, e salita in una _gondola volante_, si fece ricondurre al palazzo di famiglia.

Quella sera, il Gran Proposto era di umore assai lieto. Quell'inesorabile partigiano delle antiche discipline, che non poteva tollerare nella propria famiglia ciò che egli chiamava insubordinazione legale agli ordini della natura; quel padre severo che non aveva mai perdonato a Fidelia le lunghe assenze notturne, mosse ad incontrarla con volto radiante, l'accolse con insolita profusione di amorevolezze.

C'era qualche cosa di misterioso, qualche cosa di sinistro nella bonomia di quel vecchio. Le sue carezze parvero a Fidelia una affettazione di cattivo augurio, ond'ella, per sottrarsi a quell'impeto di tenerezza paterna, pose in campo un pretesto e ritirossi nel suo appartamento. Il Gran Proposto, dopo averla accompagnata com'era suo costume, e salutata col bacio del _buon sogno_, rientrò nel suo gabinetto.

Sullo scrittoio del primo funzionario dell'Olona stava spiegato un dispaccio portante il timbro del Ministero di Sorveglianza pubblica.

Erano poche linee di scrittura, ma il vecchio non si saziava di rileggerle, e pareva che da quel foglio uscisse un riflesso di beatitudine ad irradiargli tutto il volto.

Il dispaccio era così concepito:

«Onorevole Gran Proposto,

«Ho la soddisfazione di annunziarvi che il nostro zelo, le nostre sollecitudini, la nostra pertinacia hanno trionfato di ogni difficoltà. Redento Albani ha violato la legge di _dilazione_. Questa notte egli era a Milano, ha visitato la _Villa Paradiso_, si è intrattenuto col _Custode-direttore_, ed ebbe anche un segreto colloquio con vostra figlia nel piccolo gabinetto musicale addetto alla villa stessa. Non è mestieri che io vi aggiunga altre parole; vostra onorevolezza sa troppo bene ciò che le resta a fare. Aggradite, onorandissimo Gran Proposto, gli umili ossequi del vostro subordinato devotissimo, e comandatemi in ogni occasione.

«Dato dal primo gabinetto di Sorveglianza pubblica la notte del ventisette settembre 19...

«TORRESANI DEGLI EX-BARONI.»

CAPITOLO XVII.

Il veto del Gran Proposto.

Velocissima è la corsa del tempo, anche per gli addolorati e per gli amanti, cui le ore sembrano secoli.

E l'Albani, compiuto il mese di _dilazione_, superata la terribile prova della lontananza e dell'isolamento, tornava a Milano più innamorato che mai, coll'anima piena di entusiasmi e di terrori.

In quel mese egli aveva percorse le principali città dell'_Unione_, soffermandosi di preferenza a Berlino, a Pietroburgo, a Parigi, a Pest, dove era stato chiamato per dirigervi i suoi sorprendenti meccanismi.

Negli ultimi giorni di _dilazione_, egli aveva provate quella febbre tormentosa della impazienza che, all'avvicinarsi di una catastrofe desiderata, sviluppa nei temperamenti irritabili i sintomi della follia.

Per illudere sè stesso, per placare quelle ansie affannose, egli aveva anticipata di ventiquattro ore la sua partenza da Pest, servendosi di quei mezzi di trasporto che erano i meno veloci, e come tali, accordati gratuitamente dagli statuti della _Unione_ alla classe dei _nullabbienti_. Era venuto da Pest a Parigi colla ferrovia a pressione atmosferica; da Parigi a Saint Jean de Maurienne colla Messaggeria pneumatica dei Bonafous; e da ultimo aveva sorpassato il Cenisio colla locomotiva _ertoascendente_ della Società Goudar e Blondeau, una locomotiva che aveva fatto obliare il meraviglioso traforo praticato fino dal secolo precedente nelle viscere del monte.(17)

L'Albani giunse in Milano verso le nove della sera. Prima di oltrepassare la _cinta balsamica_(18), egli si fermò un istante per consultare il suo _orologio calamitato_, poi, come uomo che tema di essere veduto o riconosciuto, sbottonò dalle spalline il _berretto succursale_ per riporselo in capo, rialzando al tempo stesso i due _paraventi acustici_(19) fino al disopra dell'orecchio.

Se un agente della _pubblica sorveglianza_ lo avesse sorpreso in quell'atto, avrebbe creduto di mancare al proprio debito omettendo di segnalare i di lui connotati sul tessero dei forestieri sospetti.

Quella esitanza, quelle precauzioni, non erano per parte dell'Albani che uno scrupolo eccessivo di legalità. Egli aveva notato che mancavano ancora dieci minuti al termine assegnato dalle leggi per la prova di _dilazione_.

--Conviene ch'io sia rigoroso fino all'eccesso!--pensava egli.--Il bene cui vado incontro è così grande, e d'altra parte sono così grandi i pericoli che mi circondano, che io mi riterrei uno scellerato quando dovessi imputare alla mia trascuratezza od alla mia imprudenza un disastro qualunque.

Come ognun vede, quell'anima ardente ed onesta era sempre agitata dal dubbio e dai presentimenti sinistri.

Per comprendere il cuore dell'Albani e le lotte tremende del suo spirito, è mestieri che noi ricordiamo sempre ciò che egli non poteva mai dimenticare, il suo terribile passato. Quest'uomo si era macchiato di un orrendo delitto, aveva subito una pubblica condanna, per cinque anni morto alla società, egli non era mai riuscito a persuadersi che questa avesse realmente obliato e perdonato. Nella rettitudine della sua coscienza, egli si giudicava inferiore a tutti gli incolpevoli. E quando la voce della coscienza parea placarsi, un'altra voce più lugubre gli rintronava nell'anima, quella del _pubblico banditore_, che dall'alto suo pergamo, in mezzo ad una piazza gremita di popolo e muta non di meno come una tomba, veniva ad intimargli la _morte civile_. Gli accadeva sovente di fermarsi col pensiero in questa meditazione angosciosa... Lo spirito della legge gli appariva eccellente. La condanna della _morte civile_, dopo i cinque anni di espiazione, prometteva l'oblìo del delitto, e la riabilitazione completa. Tutto ciò era scritto nei codici, tutto ciò era articolo di legge. Ma i codici, gli statuti, le leggi sono un contratto sociale, che non può mutare la essenza, la natura dell'uomo, quand'anche quest'uomo apparisca grandemente modificato dalla così detta civilizzazione.--I sofismi sono vani.--No! io non posso arrendermi a codesto assurdo del convenzionalismo contemporaneo--gridava l'Albani con accento disperato ogni qualvolta gli avveniva di soffermarsi in questo doloroso argomento.--Io non cesserò mai di essere un morto; la società tutta intera non cesserà mai di considerarmi come tale, sebbene ella debba, in forza di una legge, accogliermi come un essere vivente. Mentiranno. Taluni vorranno anche prodigarmi delle speciali amorevolezze... Ma questo sentimento, questo atto di carità, o peggio di compassione, accuserà il non senso della legge. Mentre io non ho mai potuto, nè potrò mai cancellare dalla mia mente le terribili impressioni di quella condanna; potranno essi obbliarle? essi!... Gli uomini!... gli spettatori del lugubre palco, che hanno inorridito del mio misfatto e del mio nome?

Ma in questa procella di pensieri che turbava incessantemente lo spirito dell'Albani, un astro solitario brillava di luce perenne--la fanciulla dell'amore e del perdono--Fidelia! La fede dell'Albani era tutta in quel punto luminoso, che egli vedeva brillare attraverso alle nuvole opache; in quella vergine bianca e diafana, che in una notte di supreme angosce posando una mano di neve sulla sua fronte inaridita, aveva dato dell'amore quella sola definizione in cui egli poteva aver fede.

L'avvenire dell'Albani era Fidelia. Il cuore di Fidelia era un mondo, che gli offriva un rifugio, un paradiso dov'egli sperava di obliare sè stesso e di farsi obliare.

Ed ora, ritornando dopo l'assenza di un mese, dopo la prova di una legge, per la quale era vietata qualunque comunicazione fra due amanti fidanzati, l'Albani riportava a Milano tutto il suo amore e tutta la sua fede nella donna che già gli era sposa nel vincolo religioso; ma i suoi dubbi, le sue diffidenze, i suoi terrori non potevano dissiparsi completamente fino a quando, sul libro di _petizione pubblica_, non avesse letto l'adesione formale di Fidelia, e ciò che egli tremava di vedersi negato, lo assenso del Gran Proposto.

Ma l'ora, che doveva risolvere i suoi dubbi, che doveva metter fine a quelle ansie febbrili, era giunta. I dieci minuti trascorsero. Il termine legale di _dilazione_ era spirato, e l'Albani poteva entrare liberamente nella città.

Salito in una gondola volante, ordinò al conduttore di prendere la via del _Palazzo di Famiglia_, laddove un mese prima, quasi alla medesima ora, egli era entrato coll'anima inebbriata di amore, per iscrivere la sua domanda di legittimazione civile al matrimonio religioso da lui precedentemente contratto colla figlia del Gran Proposto.

La volata fu breve. Disceso dalla gondola, l'Albani precipitò nel palazzo, corse alla _sala di amore_, si fece portare il gran libro, e dopo averlo sfogliato, arrestò gli occhi sulla pagina che portava la sua petizione.

Sotto i caratteri, una mano di donna, la mano gentile di Fidelia, avea tracciato queste poche linee, che l'Albani lesse avidamente.

«Io Fidelia, adulta, figlia di Terzo Berretta Gran Proposto di Milano, attestandosi unita dall'indissolubile vincolo religioso all'adulto Redento Albani qui sopra iscritto, aderisco di cuore, per quanto a me spetta, alla petizione di civile matrimonio formolata da _lui_ salvo sempre il rispetto del veto paterno, come di legge, e l'adempimento delle cerimonie obbligatorie».

L'adesione di Fidelia era esplicita, senza condizioni, quale l'Albani l'aspettava, quale egli aveva il diritto di attenderla.

Ma al piè di quelle cifre così gentilmente tracciate dall'amore, spiccavano due linee di carattere diverso, due linee improntate da altra mano, difformi, contorte, quasi illegibili. All'occhio, al cuore dell'Albani, quelle due linee produssero l'impressione di un rettile nero, raggruppato sotto un cespo di rose.

Gli occhi dell'Albani si iniettarono di sangue. A lui non era mestieri di leggere quello scritto per accertarsi della propria sciagura, per riconoscere avverati i suoi presentimenti sinistri.

E nondimeno portò la mano alla fronte e fece un gesto come a rimuovere un velo che gli offuscasse la vista. Le sue pupille avide e truci sibilavano le parole,--e ciascuna di quelle sillabe gli sgocciolava sul cuore come una stilla di piombo infuocato.

Il _veto_ del Gran Proposto portava una data recente, ad era formulato nei termini più assoluti.

«Io sottoscritto, appoggiandomi ai miei diritti di paternità, e rassicurato in questi diritti da gravi ragioni che io farò valere, dietro reclamo delle parti interessate, dinanzi al Consiglio inappellabile degli Anziani di famiglia; credo di opporre il mio _veto_ alla petizione di matrimonio civile inoltrata dall'inscritto Redento Albani in favore dell'accettante Fidelia Berretta, mia figlia adulta.

TERZO BERRETTA _Gran Proposto della famiglia Olona_».

Sotto il peso di un'accusa inaspettata e terribile, avviene che l'uomo più incolpevole provi il bisogno di scandagliare la propria coscienza, non foss'altro per attingervi il coraggio e la forza di respingere gli attacchi. Ma l'Albani era troppo sicuro di sè stesso per discendere a questo esame. Il veto del _Gran Proposto_, per tutt'altri che per lui, poteva essere considerato un atto di accusa; ma egli, per quella logica di sospetti e di diffidenze che era stata il supplizio de' suoi giorni di esilio, per quella divinazione del presentimento che rare volte fallisce, per gl'impeti sdegnosi del suo nobile cuore, non rimase perplesso un istante. Quelle linee fatali scritte dal Gran Proposto erano la dissimulazione del codardo, la calunnia, il tradimento, il principio di un assassinio legale.

I pugni serrati alla sbarra del leggio, le labbra livide e spumanti, l'Albani rimase alcun tempo nella immobilità contratta del forte che vuoi resistere agli impeti della passione.

Orribili disegni gli attraversavano la mente. I truci lampi del suo sguardo rivelavano l'anelito della vendetta. Quell'uomo era il nembo che si condensa per esplodere terribilmente.

E forse, nell'impeto, della disperazione, l'Albani avrebbe tutto dimenticato, il suo amore, la sua donna, i suoi doveri verso la società, i mezzi più pronti e più validi che la legge istessa gli offriva per ottenere giustizia; se a scuoterlo dal cupo letargo non fosse intervenuta una voce piena di dolcezza, una voce santa come le aspirazioni di Dio, cui quel carattere indomito e procelloso non aveva mai resistito.

Era la voce del suo compagno di espiazione, di lui che lo aveva sorretto per cinque anni sul cammino del dolore; del giovine levita che portava il nome di Fratello Consolatore.

La parola, l'aspetto di quell'amico produssero nell'anima dell'Albani una reazione benefica.

--Tu qui, fratello!--esclamò l'Albani volgendosi al Levita, e gettandogli al collo le braccia.

--Io!... E poteva essere altrove in questo momento?... L'ora del tuo ritorno era scritta nel mio cuore, ed io sapeva che i tuoi primi passi sarebbero diretti a questo luogo, e che qui... avresti avuto bisogno di conforti e di consigli.

--Io ti ringrazio, fratello!--rispose l'Albani, dopo aver sfogato sul petto del levita la piena delle lagrime--io ti ringrazio!... Ebbene!... Vediamo; quali conforti, quali consigli puoi tu offrirmi? Vedi!... Io mi era affidato alle tue promesse... Io aveva contato sulla giustizia di Dio... ed anche un poco sulla giustizia de gli uomini!...

--E troppo presto hai cominciato a disperare soggiunse amorevolmente il levita.--I conforti che io ti posso offrire derivano sempre della medesima sorgente, dalla fede nello spirito del bene; i consigli saranno ora come sempre quelli della ragione e della legalità. Non hai tu nulla da rimproverare a te stesso? Sei tu disceso nella tua coscienza per investigarne le pieghe più occulte? Hai chiamato a rassegna le tue azioni dal giorno in cui la umanità ti aperse le braccia rendendoti il bacio del perdono e dell'oblio? Or bene: poichè nessuna ricordanza di colpe viene ora ad affliggere il tuo spirito; poichè a nessun dovere hai mancato verso la patria, verso la società e verso le leggi, non è mestieri che io ti insegni ciò che ti resta a fare. Quel libro sul quale è registrata l'accusa, ti aprirà le vie della giustizia, ti accorderà tutti i mezzi della discolpa. Se ti preme l'amore della tua donna, se ti è cara la tua onoratezza, se non hai ripudiata quella fede religiosa che grida alla coscienza: esser dovere dell'uomo cooperare incessantemente sulla terra al trionfo del bene, tu guarderai in faccia alla verità, e la sfiderai al cospetto dell'universo!

L'Albani stette alcun tempo senza proferir parola. Poi, coll'accento dell'incredulo che sì piega ad una convinzione autorevole:

--Amico... fratello--disse al levita--fino dal primo momento che mi occorse agli occhi quel _veto_, ho riconosciuto che esso racchiudeva una calunnia, una trama inqualificabile, contro la quale io sarò impotente a lottare. Essi... gli infami... avranno calcolato tutte le evenienze possibili... Egli che occupa un posto tanto eminente nella società, non potrebbe lanciare un tal colpo, se prima non fosse ben sicuro che non avesse a ricadergli sul capo. Io ti giuro, fratello, che il mio cuore non ha più fede nella giustizia degli uomini. Nondimeno voglio cedere ancora una volta a' tuoi amichevoli consigli che mi furono legge negli anni più desolati della mia esistenza. Ma, bada! questa è la mia ultima prova! Se dessa non riesce quale tu me la prometti, quale dovrebbe riuscire perchè io riconosca il tuo Dio, allora tu stesso dovrai assolvermi dall'obbedire alle leggi del male, ed io diverrò quello che fui nei primi tempi della mia giovinezza: un vindice della umanità conculcata, un fulmine dei soperchiatori e dei despoti.

Ciò detto, l'Albani si accostò di nuovo al leggio, prese una penna, e sotto il _veto_ del Gran Proposto scrisse le due linee seguenti:

«Io domando che, a termine di legge, entro le ventiquattro ore prescritte, il Gran Proposto Terzo Berretta mi renda ragione del suo _veto_ dinanzi al Consiglio degli Anziani.

«REDENTO ALBANI».

Compiuta quella formalità, i due amici si separarono. L'Albani salì nella sua _gondola_ e ordinò al conduttore di calarlo alla _Villa Paradiso_.

Giunto alla Villa, il fidanzato di Fidelia diede il segnale perchè si aprissero i cancelli. Entrò senza volger parola al Custode che era mosso ad incontrarlo. Attraversò i viali a passo concitato; congedò bruscamente le _volonterose_ che lo attendevano negli atrî, ordinando che fosse tolta la luce al palazzo.

Rimasto solo in quel vasto salone reso tetro dall'oscurità come una grotta popolata di immobili spettri, l'Albani si sdraiò sul tappeto ruggendo:

--Guai a loro! guai a tutti... se domani io dovessi portare le fiamme dell'inferno in questo paradiso creato dall'amore!

CAPITOLO XVIII.

Catastrofe impreveduta.

Se quella notte fu lunga ed angosciosa per l'Albani, ciascuno di leggieri comprende che anche il Gran Proposto Berretta e il Capo di Sorveglianza Torresani non dormirono sovra un letto di rose.

Quanto alla buona e sensibile Fidelia, basti sapere ch'ella vegliò fino all'alba in lacrime e preghiere.

Chi all'indomani apparve più rassicurato e fidente, fu l'Albani. Nella propria coscienza egli aveva attinto il coraggio; se qualche cosa gli rimaneva ancora a temere dalla malvagità degli uomini o dalla soperchieria dei potenti, pur si sentiva agguerrito alla lotta dalla propria rettitudine e dalla inesorabilità della legge.

Serena la fronte e l'occhio infiammato di febbrile impazienza, egli uscì dalla villa, e dopo aver errato alcun tempo nei quartieri più popolosi della città, si diresse verso il palazzo di _Giustizia Civile_.

La sala del Consiglio si apriva nelle ore pomeridiane, al principiare dei crepuscoli.

Quando l'Albani comparve alla piccola Tribuna degli _appellanti_, i trecento anziani già occupavano le scranne dell'Emiciclo. I cinque _Seniori_, ai quali spettava esclusivamente il diritto di interrogare e di discutere, già avevano compiuto l'esame dei molti documenti ammucchiati sulla tavola. Il Gran Proposto Berretta, calmo in apparenza, ma in cuore vivamente preoccupato, era assiso, colla testa raccolta fra le mani, alla tribuna _di ragione_.