Abissinia: Giornale di un viaggio
Chapter 8
In coda alla carovana, alle due, partiamo noi pure: le colline si fanno un po' più alte, l'aspetto generale assume un po' più l'imponenza delle montagne: il carattere di sterilità va diminuendo, e di quando in quando l'occhio trova a riposarsi su qualche masso verde: i profili delle alture che si disegnano all'orizzonte sono mossi e artistici e non più tanto bassi, orizzontali o quasi geometricamente conici e altrettanto monotoni, come nei giorni scorsi. Proseguiamo di collina in collina: sulle creste delle circostanti qualche capanna conica che dà indizio di piccoli villaggi: di tempo in tempo qualche colonna di fumo infuocato si innalza nell'atmosfera: sono praterie incolte e secche che i nativi incendiano per concimare il terreno colle ceneri e disporlo a ricevere l'anno dopo qualche seme di dura. Allo svolgere da una altura che andavamo salendo sulla costa, ci si presenta come incorniciato dai profili dei pendii di due altre alture che si incontrano a valle, uno stupendo panorama delle montagne d'Adua: fiere parevano innalzare il capo nell'atmosfera, superbe di trovarsi giganti fra la miriade di colline che sotto loro formavano come un mare agitato: vette acuminate, creste frastagliate, pareti all'apparenza rocciosa e dirupata, mi richiamavano le care Alpi e la loro maestosità. Discendiamo lungamente ed aspramente per uno dei soliti sentieri dove ad ogni passo v'ha da rompersi le ginocchia contro le punte di granito sporgenti, o da cavarsi un occhio colle spine delle acace che qui crescono fitte come gramigna. Finita la gran discesa seguiamo per qualche tratto il letto di un piccolo torrente, poi una lieve altura, poi altro torrente, e nei campi vicini troviamo sparsi gli avanzi umani che stanno a memoria della prima scaramuccia avvenuta fra Egiziani e Abissini. Attraversata ancora una campagna coltivata a dura, scendiamo nel letto del Mareb che presenta ancora tutte le tracce abbastanza recenti del passaggio dell'acqua, che ora è limitata a pochissima quantità che scorre per qualche tratto per poi sprofondarsi nelle sabbie e ricomparire più a valle. Le sponde coperte da bellissima vegetazione, piante gigantesche, specialmente acace e _ficus dealbata_, oltre una massa di piccole piante, cespugli, fiori, liane. Molta caccia trovammo laddove scorreva l'acqua, e la cucina ne fu subito ben fornita. Piantammo il campo alle sei a circa 1320 metri di elevazione: la posizione per sè ed un bellissimo chiaror di luna lo resero ancora più bello, più grandioso, più fantastico del solito.
_Giovedì 27._ Di buon'ora i buoi sono carichi, talchè anche noi alle 6-1/2 partiamo. Sempre si attraversano brevi altipiani rinserrati da alture che si oltrepassano per portarsi dall'uno all'altro: poche tracce di coltivazione e qualche misera capanna sono i soli indizii della vita e della attività di questo paese. Finalmente abbiamo la fortuna di attraversare un pajo di corsi d'acqua, dove poca e lenta, ma limpida, ne scorre. Alle nove troviamo la carovana fermata sotto un enorme sicomoro, che coll'ombra de' suoi giganteschi rami tutta la protegge dai raggi cocenti del sole: vi facciamo la nostra colazione; le armi appese al colossale tronco, e di noi chi sdrajato al suolo, chi seduto sulle sporgenti radici, chi appoggiato a qualcuna delle nostre casse. Era un quadro impossibile a descriversi come mi sarà impossibile dimenticarlo. Gli uomini dei buoi adducono mille ragioni, fra cui che devono cercarsi farina ad un villaggio vicino, tutte scuse per non proseguire. Meno male che quel piccolo corso d'acqua, per quanto meschino, dopo tanta siccità mi ravviva, mi rianima e vi passo vicina buona parte della giornata, cacciando cento varietà di bellissimi uccelli, fra cui delle oche selvatiche assai grosse, e stupende per colori. Su un albero mi fecero sorpresa due grossi nidi sferici, del diametro di circa un metro, coll'apertura di forse venti centimetri, rivolta al basso.
Il forte della nostra carovana è tolto dalla più miserabile classe della popolazione della provincia dell'Amassena che è limitata appunto dal corso del Mareb, e, come passando in altre provincie, tipi e costumi possono variare, è meglio dirne ora qualcosa. Sono figure snelle, robuste, dall'occhio ardito, dalla tinta cioccolata: indolenti ma capaci e pronti a sopportare fatiche e strapazzi quando l'occasione se ne presenti: facili piuttosto alla contesa, ma che prolungano con gridi e discussioni, venendo difficilmente alle mani. Sopportano qualunque insolenza, qualunque osservazione si rivolga loro, ma guai a chi alzasse su loro una mano: sempre coperti, o meglio avvolti in un cencioso lenzuolo che gira attraverso alla cintura, e spingono su una spalla e alle volte fin sulla testa. Lo chiamano _scemma_: i benestanti lo portano bianco attraversato da una grossa riga scarlatta, ed allora è elegante e pittoresco quanto mai, ma il povero sopprime il rosso perchè più costoso, e lascia il bianco diventar tutt'altro colore per economizzare la lavatura, per cui perde quasi tutto il suo carattere. Marciano scalzi, rare volte con sandali: portano la lancia, se lo hanno un fucile, lo scudo in pelle da ipopotamo, spesso un rozzo spadone, quasi sempre una grossa clava che serve pei buoi: qualche anello con amuleti in pelle al braccio, alle volte qualche anello d'argento alle mani. I capelli generalmente rasi o corti, spesso le orecchie bucate e passate da un semplice filo annodato. Le abitazioni sono capanne conico-circolari costrutte con tutta la semplicità e la miseria possibili: all'interno non hanno nulla, tutto al più qualche _angareb_ fisso al suolo, in legno, o fango e pietre: i più cuocciono il pane, che è quasi solo loro nutrimento, come già vedemmo, colla pietra calda al centro, alcuni hanno per questo uso una piastra in ferro leggermente concava. Altri utensili domestici non hanno. Solo si costruiscono rozzi vasi in terra, in forma d'anfora, entro cui conservano burro e miele. Colle pelli di capra e montone formano sacchi entro cui conservano farina, grano, sale, acqua e tutto quanto. Riempite di paglia servono come basto per buoi, muli o somari, sono la loro valigia quando viaggiano, le loro casse per mettervi le mercanzie quando vanno al mercato; se ne coprono alle volte le spalle o le avvolgono alla cintura per tutto costume. Stendono le pelli di bue per dormirvi e difendersi dall'umido e dagli insetti, se ne riparano dalla pioggia, vi mettono al coperto le loro masserizie o la roba che trasportano per forastieri, le stendono nella sabbia facendovi un'infossatura per raccogliervi acqua o per lavarvi, le tagliano a strisce per farne cinghie che per loro sono corde, le stendono su telaj di canne per farne le porte delle loro abitazioni. Insomma non si finirebbe di enumerare gli usi cui sono destinate le pelli in questo paese, ed è sorprendente come se ne sia cavato tanto profitto.
_Venerdì 28._ Si prosegue fino al fondo dell'altipiano, poi prendiamo a salire lungo la costa di una catena di alture, passandone di quando in quando alcune per poi discendere nel vallone che le separa da altre e salire a queste. I passaggi principali furono a 1550 metri il primo, a 1600 il secondo, poi a 1750 e l'ultimo a 1850. Raggiunta la vetta di questo, ci si stende ai piedi un esteso bacino di piccole alture e lievi avvallamenti, il tutto coperto da boscaglie. Discendiamo qualche poco e verso le undici troviamo i primi muli fermi e accampati sotto una acacia secolare, presso il villaggio di Derataclé, a 1800 metri. La via d'oggi è delle più faticose, perchè le salite e le discese si succedono senza tregua, e spesso il sentiero corre poco meno che verticale su pietra a nudo, e sempre ingombrato da rami, radici, pietre sporgenti, che l'attraversarlo sani e salvi è quasi miracolo, e spesso si è obbligati far deviare le mule e i buoi o levarvi il carico perchè possano passare attraverso simili ostacoli. La vegetazione è abbondante ma non grandiosa, predominando gli arbusti, le boscaglie, interrotte a quando a quando da ficus dealbata o da grosse acace che elegantemente si innalzano ad ombrello. Oltre l'ultima altura solo riappare l'ulivo selvatico, il pesco ed il fico. Abitazioni scarsissime e sempre rifugiate sulle più alte vette per non essere tormentate dai passanti e fuori d'ogni pericolo d'aggressione in tempo di guerra. Ci sono guida a sud le acuminate vette dei monti di Adua, e noi andiamo girando verso ovest e sud-ovest per raggiungerle, evitando di sorpassare direttamente i più alti colli che per la linea più breve ne separano. Al campo troviamo alcuni soldati spediti dal governatore di Adua per incontrarci e facilitarci il trasporto delle nostre casse: i condottieri dei buoi intanto, timorosi che colla forza potessero essere costretti a proseguire _gratis_, più che in fretta se ne tornarono indietro, lasciandoci un'altra volta nell'imbarazzo di doverne trovare dei nuovi. Arriva il capo del villaggio sulla sua mula, accompagnato da un paio di aiutanti e seguiti dai soliti ragazzotti che portano le armi. Grandi inchini e complimenti a Naretti che pare sua vecchia conoscenza; quindi una sequela di promesse, come al solito però seguite da una fila di _ma_ e _se_ e di considerazioni sull'annata poco ricca di raccolti. È strano il saluto fra Abissinesi che si rivedono dopo qualche tempo d'assenza: si toccano replicatamente le mani ripetendosi il _buon giorno, come state_, poi si stringono l'un l'altro per appoggiare labbro a labbro e darsi con tutta delicatezza una buona dose di baci. Verso sera ci arriva dal villaggio, in parte a titolo regalo d'amicizia, in parte perchè comandati dal governatore, un vaso di miele, una capra, quaranta pani.
_Sabato 1º marzo._ La solita questione del bagaglio ci fa perdere ancora una giornata. Adua deve essere a poche ore, ma in questo paese non si può mai sapere nulla di preciso o di positivo, e mentre alcuni ce la dicono vicinissima, altri ci dicono che non potremmo arrivarvi in una sola tappa. Pare però dal consiglio dei più che a gran distanza non debba essere, quindi stabiliamo di mandarvi le nostre mule col più necessario del bagaglio, dando ordine ai servi di ritornare l'indomani mattina prima di giorno coi quadrupedi che devono servire al nostro ingresso. Lasceremo il bagaglio qui affidato ai soldati che penseranno a farcelo avere. Nella giornata intanto, a rompere la monotonia, arriva qualche altro capo dei villaggi vicini, col solito seguito, e spesso ci offrono del _tecc_, il loro vino, portato entro gigantesche corna da bue rivestite in pelle, e servito in bicchieri pure di corno.
La sera ci portano miele, una capra e cento pani.
_Domenica 2._ Siamo inquieti pei nostri muli che si fanno aspettare; senza questi è impossibile partire e in questi paesi siamo ormai persuasi che in fatto di ritardi bisogna aspettarsi qualunque mostruosità. Intanto arrivano piccole squadriglie di indigeni destinati al trasporto del bagaglio. Verso mezzogiorno finalmente possiamo metterci in marcia tutti quanti: la strada malagevole, la natura sempre la stessa; solo più frequente si incontra qualche tratto di terreno con tracce di coltivazione. Andiamo girando da sud-est a sud e sud-ovest per raggiungere la nostra meta dei monti rocciosi, che di quando in quando ci appaiono, se non nascostici da qualche vicina altura. Si sale e scende per sentieri impossibili, tendendo però generalmente al salire, talchè si arriva a 2150 metri circa per principiare poi la discesa lungo la costa di una catena di alture.
Quei benedetti monti pare si vadano allontanando davanti al grande desiderio di raggiungerli per vedere questa sospirata Adua, della quale ci dicono meraviglie, ma che nessuno ancora sa precisamente indicarci all'ombra di quale vetta sia piantata. Cinque o sei si vedono elevarsi a catena che forma un anfiteatro aperto ad ovest, ed entro cui, vedemmo poi, siede la sospirata capitale. Uno, più ad ovest, sta come a sentinella avanzata degli altri, e si eleva quale piramide triangolare, superbo quasi del suo isolamento, da ricordare l'elegante e ardito profilo del Cervino; l'illusione fugge però subito che si osserva ai piedi uno sterile suolo invece di quel mare di ghiaccio tanto ricco di bellezze e di imponenza. Passiamo presso il piccolo villaggio di _Adi-Abuna_, artisticamente piantato sul pendio di un'altura, e qui ci vengono ad incontrare una quindicina di cavalieri che formano un gruppo alquanto pittoresco. Sono amici di Naretti, spinti dal desiderio d'essere i primi a dargli il benvenuto. Ritorna qualche euforbia e appare qualche palmizzo. Ancora una mezz'ora ed ecco le prime case di Adua. Non aspettavo certo una gran città, speravo anzi che vi fosse tutto il caratteristico di questi paesi, ma immaginavo un bel paesaggio e me lo avevano descritto ricco di corsi d'acqua e sparso di fresca verdura: invece disillusione completa. Confesso che poche volte provai una sensazione così triste, così sconfortante, e la lessi in viso condivisa dai miei compagni. Solo in parte si presenta il panorama della città che sta disposta sui pendii di diverse alture: le case basse, pochissime hanno una camera superiore, la maggior parte sono tugurii circolari col tetto conico in paglia, alcune rettangolari con piccole aperture, il tetto piatto e coperto con terra su cui cresce l'erba come in una prateria, e alle volte persino qualche arbusto. I tetti si confondono quindi col suolo, i muri sono impastati con fango, quindi sono pure all'unisono col pavimento naturale. Qualche pianta che potrebbe dar vita alla monotonia della scena, sta invece intisichita per mancanza di pioggia e coperta di polvere: quasi nessun abitante che dia animo a questo triste quadro. Dal lato da dove arriviamo, incassato in una fenditura scorre un torrente che attraversiamo a guado per entrare dall'altro lato, salendo l'altura, nelle vie della città. Peggio che mai; il più meschino dei nostri villaggi di montagna è una Parigi al confronto: case disabitate e cadenti, tetti rovinati, carcami di ogni sorta d'animali che ingombrano ad ogni passo la via, l'eco di morte che pare risuoni ad ogni porta, un vero disastro, una seconda Pompei per lo squallore, senza il bello artistico, ma colle tracce recenti della catastrofe. Ma non precipitiamo un giudizio sotto la prima impressione, e così tutti taciturni e avviliti arriviamo alla casa di Naretti, dove abbiamo squisita accoglienza ed un pranzo fatto preparare dai suoi servi che l'aspettano, e al quale ci sentiamo di far molto onore.
Fra i tipi abissinesi, amici di Naretti, che lo circondano, lo baciano e ribaciano e ci danno così nuova testimonianza della stima e dell'affezione che questo buon piemontese ha saputo acquistarsi in questo paese, spicca un tipo europeo che fa magnifico contrasto, e ancor più che sugli altri, sul suo viso, che porta l'impronta di recenti sofferenze, s'illumina quella scintilla di gioja che svela un profondo contento. Ha un'espressione di bonarietà ad onta della capigliatura e della barba semi-selvagge: piuttosto tozzo nelle proporzioni, veste abiti neri rappezzati o cuciti con filo di ben altro colore, dei bottoni non restano che le tracce e ne fanno le veci delle cordine e degli stecchetti: le orecchie gli sopportano un cappello, dal quale in diversi punti escono a prender aria ciocche di peli biancastri. Alla presentazione ci stringe la mano con tutta effusione, non raccapezzandosi di trovarsi con tanta gente fatta e educata come lui. È il signor Barallon, un bravo artigiano francese che da cinque anni vive in Adua facendo l'armaiuolo. Il primo discorso che ci tiene è il racconto di una puntata di spada che or fa un anno un miserabile quasi pazzo gli diede a tradimento passandolo dal dorso al petto. Era solo europeo allora in paese, e le prime cure le ebbe da un abissino, che vedendo l'apertura fatta dalla lama non trovò nulla di più logico che di chiuderla ben bene con una specie di tappo. La provvidenza venne però in suo aiuto, non mancarono i consigli di cento altri Dulcamara, unti, erbe, radici gli furono applicati e dopo lunghe ed atroci sofferenze finì col rimettersi.
Venuto in Abissinia dove sperava trovar tesori, non scoprì questi, ma molto ricercato per l'arte sua ottenne permesso di stabilirvisi e il lavoro non gli faceva certo difetto. Il re lo prese pure a proteggere e lo onorò di sue commissioni, ma avendogli una volta dato un fucile a riparare, fatte le necessarie operazioni, Barallon si presentò alla Corte a riportare l'arma.
Se l'hai bene aggiustata, disse il re, caricala e spara in mia presenza. Ciò fu subito eseguito, ma disgrazia volle che proprio a questo colpo una canna scoppiasse. Il re vide un tradimento preparato e mal riuscito e voleva _ipso facto_ toglier la vita al povero armaiuolo. Calmato però e ridotto a miglior consiglio dal Naretti presente all'avvenimento e da qualche altro de' suoi aiutanti, perdonò l'accaduto, ma cessò la sua protezione al disgraziato francese, che deve certamente aver passato un cattivo quarto d'ora.
Gli argomenti di discorso non mancarono certo per far durare il pranzo parecchie ore, poi passammo nella casa che si era noleggiata per noi.
CAPITOLO VI.
Descrizione di Adua.--Squallore.--Visita al governatore.--Una seduta di tribunale.--Pene diverse.--La cattedrale di Adua.--Industrie abissinesi.--Il mercato.--I regali al governatore.--Un abissino che parla l'italiano.--Considerazioni sulla guerra di Teodoro.--Seconda campagna contro gli Egiziani.--Chirurgia abissinese.
Speravamo di migliorare la nostra prima impressione su Adua, ma anche visitata per bene e con tutto il buon volere immaginabile, bisogna pur confessare che è un vero squallore. Il nucleo principale è disposto su una altura alla vetta della quale sta la chiesa maggiore, il cui tetto conico è sormontato da una grossa sfera dorata; gruppi di abitazioni si distendono nella piccola valle sottostante spingendosi pure alle alture circostanti. Perfettamente a nord sta la prima delle montagne schierate a catena e che vedemmo costituire come un anfiteatro che si protende verso est: a sud e ovest, una distesa di alture lievi e di altipiani in cui si coltiva grano, ma aridi in questa stagione e popolati solo a lunghe distanze da qualche abituro. A rompere la monotonia di queste ultime sorge isolato a sud il picco che già ci rammentò una delle più ardite vette delle nostre Alpi. Ai piedi del colle sul quale sta la città, dal lato nord-est, una pianura tagliata da una profonda fenditura in cui scorre il piccolo torrente Assam, costituisce la piazza principale, il pubblico passeggio se si vuole, e il ritrovo pei mercati. Questo torrente lambe tutta la città da questo lato, ed all'estremo ovest si unisce coll'altro di minor importanza detto Maiguagua, che scendendo da sud ad ovest delinea il confine della città da questo lato. Entrambi però sono fiumi di poco conto, l'acqua vi è poca e vi scorre lentamente, ma abbastanza limpida: all'epoca delle piogge si riempiono come si riempiono alcune altre fenditure nel suolo, che dalle campagne circostanti scendono a versarsi nell'Assam.
Le vie di Adua sono nè più nè meno di letti da torrente, senza la risorsa dell'acqua che si incaricherebbe di un pochino di pulizia: larghe in media poco più, e qualche volta meno di un metro, e tutte fiancheggiate da mura o da steccati alti da due a tre.
Di quando in quando un'apertura che mette ad un cortile, o dirò meglio recinto, in cui sono una, due, tre o più capanne o semplici tettoie rozzamente costrutte con paglia o fusti secchi di dura. Poche sono le abitazioni che hanno l'aspetto relativamente civile, cioè costrutte con mura ed un piano superiore; alcune di queste sono della solita forma cilindro-conica, altre rettangolari col tetto piatto.
Di queste ultime sono quella di Naretti e la nostra; all'interno però tutto quello di più rozzo che si possa immaginare; di serramenti non se ne parla, chè non li possiede che Naretti perchè se li fabbricò lui stesso; per porta abbiamo un telaio di canne; il soffitto sono tronchi d'euforbia uno presso l'altro e ricoperti di terra; le pareti, ad una certa altezza, adorne di una sequela di corna da bue conficcate nel muro, che servono per appendervi la nostra roba e sono l'unica mobiglia della casa; dell'erba sul suolo ci fornisce il letto, le nostre casse sono sedie e tavolini.
Le guerre continue che tolgono le migliori braccia all'agricultura, la scarsità delle piogge di due anni or sono che tolsero buona parte dei raccolti, produssero in questa miserabile provincia una carestia terribile che, unita ai miasmi prodotti dalle migliaia dei cadaveri degli Egiziani lasciati insepolti, ebbe per conseguenza un tifo che fece vere stragi, e si calcola a più di due terzi della popolazione di Adua perita; e girando le strade se ne vede ovunque l'impronta.
Quasi nessuno si incontra, la maggior parte delle case sono deserte, in esse si scorge la sciagura, la morte. Vedi il vero abbandono di un'abitazione ove tutti perirono; i pochi vasi che sono tutta la loro suppellettile, sparsi nei cortili; i tetti spesso rovesciati, chè dopo le piogge, quest'anno straordinariamente abbondanti, nessuno rimase od ebbe forza ed agio a ripararli. I buoi morti pure di fame o di malattia popolano cortili e strade coi loro scheletri, avanzi delle jene; i pochi abitanti che si incontrano o si presentano curiosi alla porta, al nostro passaggio, quasi tutti sparuti e macilenti.
Il luogo non è certo dei più simpatici e divertenti, ma ci dovremo pur troppo restare forse qualche settimana per aspettare la risposta di un secondo corriere che Naretti consiglia di spedire al Re per domandargli un'udienza. S. M. si trova ai confini dello Scioa a riscuotere i tributi di quel sovrano, diventato ora suo vassallo, e questo ci fa temere che l'aspettativa sarà assai più lunga di quanto si osa sperare; ma ci vuol pazienza, ed è forza dunque esercitarla tutta quanta. Valga almeno questo riposo a ridare la salute al nostro Tagliabue che si trascinò fino in Adua con mille cure, che fa ogni sforzo per reggersi, ma che si vede seriamente ammalato.
Un paio di giorni dopo l'arrivo si dovette andare a far visita ai governatore.