Abissinia: Giornale di un viaggio

Chapter 7

Chapter 73,741 wordsPublic domain

La vegetazione va leggermente aumentando: prevalgono acace ed ulivi, torna qualche euforbia, qualche _cactus_, dei peschi selvatici. Verso le undici siamo all'estremità di questo altipiano, e ai piedi della discesa che ci sta davanti ci si presenta ancora una vasta pianura che ben da lontano si vede chiusa da altri monti ancora: ai nostri lati profonde vallate sempre collo stesso carattere. Ci è forza fare a piedi la ripida discesa, e alle dodici e mezzo ci accampiamo al principio di questo nuovo altipiano, ai piedi dell'altura su cui sta il villaggio di _Sciket_, sotto un secolare ulivo. In complesso però fa molto difetto la vita sì vegetale che animale, e da questo lato confesso che da quando ponemmo piede nell'Amassen, ebbi una gran disillusione su questo paese: speriamo che avanzando cambii, e torni conforme alle lusinghe. Il capo del villaggio ci ingiunge di ripartire perchè tutte le nostre bestie gli distruggono il poco di erba che ancora avanza; ma noi non ci muoviamo ed è la sola risposta che gli facciamo avere. Siamo a circa 2050 metri.

La sera grandi fuochi, chè si pretende abbondino i leoni, che hanno però il buon senso di non farci neppur sentire il loro ruggito.

_Mercoledì 19._ Alle sette e mezzo in cammino: sempre lo stesso carattere, acace in pieno fiore ed un altro arbusto dal fiore odoroso che tiene della dafne e del gelsomino. Per un breve riposo ci fermiamo presso dell'acqua, all'ombra di un enorme sicomoro il cui tronco misura dieci metri di circonferenza, ed i cui rami, scendendo fin quasi a terra, formano un ombrello di centocinquanta metri alla periferia. L'acqua è l'elemento che più manca in questo paese: mai se ne incontra di limpida e corrente, e solo nei punti dove facciamo stazione ve ne è qualche deposito in fondo a crepacci del suolo o ad avvallamenti: sempre però acqua torbida, fangosa e puzzolente. Il terreno e le rocce sono quasi sempre rossastre, ciò che prova la presenza del ferro: sparsi infatti, sono dei rognoni ferruginosi, roccie quarzose e di quando in quando bellissimi prismi basaltici. Strano è il carattere generale delle alture, tutte a profili e strati orizzontali, interrotti solo nella loro monotonia da qualche cono perfettamente regolare che si innalza qualche volta immediatamente dal livello dell'altipiano, qualche volta invece dal profilo orizzontale stesso delle alture che ci rinserrano.

Dopo la breve fermata abbiamo un'erta salita che ci porta ad un villaggio abbandonato: l'ultima guerra civile, le stragi, le malattie che ebbe per conseguenze, spopolarono quasi questa provincia altre volte floridissima.

Lentamente discendiamo fra alture, ed attraversato ancora un altipiano, accampiamo in località detta _Toraemmi_, a 1960 metri. Sulle alture prevalgono sempre le euforbie, al basso l'erba essicata è ancora poco meno di due metri d'altezza, ciò che lascia immaginare quanto di splendido dev'essere questo paese subito dopo l'epoca delle piogge.

Ci si dice non esservi pericolo di fiere, per cui la sera tralasciamo la guardia, ma dopo qualche ora di sonno un gran baccano ci sveglia, e troviamo tutti in armi e in agitazione. Una banda di ladri venne per far bottino, ma spaventata dal numero delle tende forse, e da qualche fucilata, se la diede a gambe. Nessun altro incidente, nella notte, fuorchè una jena che attaccò una mula, e il continuo gridare delle sue compagne e dei sciacalli.

_Giovedì 20._ Per essere pronti a qualche agguato che ci possono aver teso i galantuomini della notte scorsa, facciamo procedere la carovana riunita e noi ci dividiamo alla testa, al centro e alla coda.

Sempre la stessa natura che offre poco di interessante e di piacevole: quasi insensibilmente si va discendendo su terreno leggermente ondulato. Raggiunto un vasto altipiano in gran parte coltivato a dura, alle dodici e mezzo mettiamo il campo presso il villaggio di Godofelassi. La popolazione viene in massa a circondarci, a spiare e mettere ad ogni prova la nostra pazienza. Dapprincipio ci negano l'acqua per abbeverare le nostre mule, ma colla fermezza otteniamo questa concessione. Villaggio e abitanti sono il vero emblema della miseria. Le case sono costituite da una siepe od un muro circolare alto poco più di mezzo metro, e coperto da un tetto conico di paglia: mobilia nè attrezzi niente; un disordine e un sudiciume superiori ad ogni credere: nel centro del villaggio la chiesa, di costruzione eguale alle abitazioni, ma più grande con una croce cofta al vertice del tetto, e circondata da euforbie popolate da centinaia di piccioni che si ritengono sacri e che nessuno oserebbe toccare. Molti di questi però, ignari d'un asilo tanto sicuro, abitano le campagne circostanti, e ci forniscono un eccellente pranzo.

I nostri _boari_ di Asmara finiscono qui il loro servizio e ci domandano un prezzo enorme per proseguire, quindi sarà forza procurarcene altri e perdere ancora almeno domani per le trattative.

[Illustrazione: Dado interno di chiesa cofta abissinese]

_Venerdì 21._ Il villaggio visitato internamente è piuttosto vasto, ma meschino, senza nessuna regolarità di vie. Ogni capanna o gruppo di due o tre di esse è circondato generalmente da uno steccato; c'è pochissima vita, nessuna industria: solo alcune donne mischiando fango a sterco e paglia tagliuzzata, costruiscono dei grandi vasi a forma di botte, in cui conservano le loro provviste di grano. Sono questi assai originali e non meno pratici: costituiti da una serie di anelli dell'altezza di circa 25 cent. ciascuno, man mano che la provvista di grano diminuisce, si vanno levando anelli, impiccolendo così il contenente e rendendo più comoda l'estrazione del contenuto.

La chiesa è originale: la croce che sta sul tetto porta agli estremi delle sue braccia delle uova di struzzo; la circonda il cimitero racchiuso da una cinta: la costruzione circolare; sul davanti la porta d'entrata: il muro esterno alto circa due metri, e concentrico a questo un altro muro, lasciando così un anello di spazio, largo un paio di metri, pel pubblico. All'interno poi, ancora in muratura, un dado di forse quattro metri di lato, riservato ai preti: le pareti tutte dipinte come si può dipingere dove l'arte è meno ancora che bambina: sulla porta l'Angelo della Giustizia, ai due lati la Vergine, san Giorgio, ornati e putti.

Vedendo i fuochi fumare pensiamo alle casseruole, e in un breve giro di caccia riportiamo una massa di piccioni, tortore, pernici di diverse e stupende qualità, e lepri. Un reggimento di ragazzetti ci seguono offrendosi a portare la caccia per avere le cartucce bruciate che per loro sono qualcosa di splendido, come curiosità e come ornamento da appendere al collo.

Mentre pranziamo alcuni bambini ci danno lo spettacolo di una finta lotta, simulando attacchi e parate con tanta maestria ed atteggiandosi con tanta eleganza e tanta disinvoltura, da ricordarci i gladiatori nel circo, mostrandoci come sia innata in questa popolazione la passione del maneggio nelle armi.

_Sabato 22._ Stiamo aspettando i buoi, ma arrivano invece soli i loro padroni che ci invitano a preparare le casse ben divise e legate per partire domani per tempo: per quanto strepitiamo bisogna rassegnarci alla loro volontà. Alcuni che si pretendono autorità del paese vengono di quando in quando, sempre seguiti dal servo che porta le armi, a confabulare promettendoci la loro assistenza, ma tutto questo non per generosità loro, ma per carpire qualche regaluccio. Non ho mai visto gente più indiscreta, insistente e interessata di questa.

Una ventina di pretesi soldati, parte a piedi e parte a mulo, partono per inseguire un ladro che si dice fu visto nei dintorni: sucidi e laceri marciano nel più perfetto disordine: chi armato di fucile, chi di lancia, chi di spada, tutti poco vestiti, ma tutti diversamente vestiti, ricordavano insieme una mascherata e una compagnia di banditi.

È frequente un cespuglio spinoso, a foglia grigia, elegante, coperto da fiori gialli, e leggermente odorosi, che dal nostro dizionario pare dovrebbe essere un _cheirantus_.

Originali sono degli ombrelli di paglia intrecciata, piatti, di circa 60 centimetri di diametro, portati da un bastone infitto al centro, dei quali usano, con tutta serietà, i più rispettabili capi di famiglia e spesso i preti per difendersi dal sole.

_Domenica 23._ Di buon mattino si comincia a veder arrivare qualche bue, ma i loro padroni accampano nuove pretese, dicendo le casse più pesanti di quanto credevano, volendo essere pagati anticipatamente, e così gridano, strillano, questionano, che davvero sarà benedetta la mano che userà lo staffile o meglio un po' di corda con questa gente senza buona fede, inerte, indolente, cattiva. Finalmente si riesce a caricare, ma siamo alla solita storia dei buoi cattivi, e persino il buon Naretti perde la pazienza quando vede andar a rotoli due delle sue casse e farsi una vera insalata delle sue biancherie coi vasi di legumi e conserve che aveva custodite con ogni riguardo, facendosi una festa di assaporarle forse fra qualche anno. Montiamo noi pure a mulo, ma il Tagliabue, indisposto da un paio di giorni, è impotente a reggervisi, la testa gli gira, la vista gli si confonde, grida che è cieco, che cade, l'occhio ha vitreo, il viso si fa verde, bisogna prenderlo giù di sella e sdraiarlo per terra. Dopo qualche riposo si tenta e ritenta la prova, ma sempre di male in peggio. Cerchiamo in paese un _angareb_ per trasportarlo, non se ne trova; si fanno patti allora con otto uomini che costruiscano una lettiga e pensino a portarlo. Molto male, ma la lettiga si fa; ma questi mascalzoni pretendono essere pagati prima di partire. Le casse coi talleri sono già avanti, quindi lo facciamo dire promettendo pagare la sera: non accettano e noi ordiniamo ai nostri servi di prendere la lettiga, ma questi vigliacchi alzano i bastoni sui nostri servi. Fortunatamente Naretti giunse ad appianare la questione che per poco avesse continuato finiva colle fucilate. Dovemmo però lasciare la lettiga, e il nostro malato proseguì parte a piedi, parte a mulo, sempre sorretto da alcuni servi.

Proseguiamo nell'altipiano, passiamo qualche altura e dopo un paio d'ore vediamo issate le tende: sono i servi che visto il nostro ritardo, pensando stesse male il nostro compagno, fecero _alt_. Non dobbiamo essere molto discosti dall'abitato, perchè v'è coltivazione, ma villaggi non si vedono. La posizione è detta _Anahaiella_.

_Lunedì 24._ Il Tagliabue non è in grado di montare la sua mula ed in un posto isolato come questo è impossibile tener ferma la carovana in attesa di un miglioramento che non si sa quanto potrà farsi aspettare. Combiniamo quindi coi pali delle tende ed una amaca, una spece di barella nella quale lo adagiamo e lo facciamo trasportare da quattro servi. È triste trovarsi in simili circostanze, e vedere un giovane pel quale si ha stima ed affezione, pieno di speranze e di attività pochi giorni prima, ridotto in tale stato, senza possibilità di prestargli quelle cure che l'amicizia suggerirebbe e il caso richiederebbe, e pensare alle tristi conseguenze dell'avvenire.

La carovana procede lenta e silenziosa, le difficoltà del terreno rendono maggiormente penoso il trasporto pei portatori e pel povero ammalato pel quale ogni scossa è uno strazio, e per conto mio, dico il vero, non poteva guardare quella barella senza sentirmi spuntare le lagrime, e rattristare da una folla di pensieri che amareggiavano ogni ora più questa giornata.

Ci andiamo insensibilmente innalzando su un piano inclinato, alla fine del quale una forte discesa ci porta in altro altipiano. Sempre la stessa natura, poche piante e in gran parte acace, fieno altissimo: di quando in quando qualche tratto dove l'evidenza del ferro si oppone a qualunque vegetazione. Verso mezzogiorno troviamo la testa della carovana ferma in un punto detto _Adicasmu_, presso la prima palma che mi è dato incontrare in questo paese: esile, ma ricca al piede di numerosa famiglia, forma un gruppo elegante e pittorico che vedo con piacere come tipo di vecchia e simpatica conoscenza. La tappa fissata per oggi sarebbe più avanti, ma non vi troveremmo legna, per cui acconsentiamo a fermarci qui, colla promessa di acquistare domani il tempo perduto.

Verso le cinque arrivano tre cavalieri, che entrano nel nostro campo, scendono di sella e si presentano a Naretti. Sono latori per quest'ultimo di una lettera di re Giovanni che dovevano portargli fino a Massaua: tutti accorriamo, appena si sparse la notizia, a sentire delle nostre sorti, e la signora Naretti ci fa da interprete. La lettera presso a poco suona così:

«Mando il buon giorno a te ed ai tuoi amici.

Io non sono il padrone di questo paese, che appartiene a Dio, e solo mi è concesso di governarlo: tutta la gente buona è quindi libera di entrarvi. Ho avuti molti altri bianchi, ma ho dovuto persuadermi che fanno molte promesse e mantengono poco, per finire poi ad immischiarsi negli affari religiosi, ciò che io non tollero, perchè stimo buona la religione del mio popolo e non voglio che la cambii. Ma questi sono italiani come te, e tu sei tanto bravo e onesto che i tuoi compatrioti devono esserlo pure loro. Siate dunque i benvenuti.»

Nella sua semplicità questa lettera non poteva essere più cordiale, e lusinghiera per noi. Il povero Naretti ne era commosso e le lagrime gli spuntavano dalla consolazione: era un vero trionfo per lui, e può seriamente gloriarsene e compiacersene. Noi ne fummo felici e per Naretti, e per l'avvenire nostro e pel decoro del nome italiano. Per quanto bene dica, non riescirò mai a dare una idea della lealtà del carattere, dell'abnegazione a nostro riguardo e della stima che seppe accappararsi in paese il bravo nostro Giacomo Naretti, e in nessun modo potrò esternargli la mia riconoscenza per quanto ha fatto per me e per la spedizione tutta. E questa riconoscenza sento che vorrei pure esternarla al bravo suo fratello Giuseppe che ora venne a stabilirsi in Abissinia, e alla signora Teresa moglie a Giacomo, che ci fu pure compagna di viaggio, sempre così cortese con noi, e che tanto mi fu utile per cento e cento informazioni. Figlia ad una abissinese e ad un europeo, prese dalla madre una leggera tinta delle donne del paese e dal padre i germi di civiltà che in terreno così vergine trovarono campo propizio allo svilupparsi con tutto il rigoglio di una vegetazione tropicale. Ella è colta, è gentile, parla quattro lingue del paese e due europee, ha il coraggio di tentare tutto e in tutto riesce, è una vera perla pel bravo Naretti. E tutto questo seppe diventare per esuberanza di talento e per forza di volontà, senza aver mai messo piede fuori dal suolo abissino, su cui nacque.

_Martedì 25._ Partiti alle sette e mezzo, dopo un'ora passiamo il villaggio di _Adi-hualala_, meschino come gli altri tutti. Qualche lieve altura, poi avanziamo al centro di un altipiano in cui va sempre più diminuendo il carattere di sterilità, e vi si vedono sparsi grossi _ficus dealbata_.

Dietro noi si svolge un estesissimo panorama di tutto il paese che abbiamo attraversato. Giunti ad un certo punto ci troviamo quasi per sorpresa al limitare di un precipizio: siamo sull'estremo spigolo dell'altipiano, che finisce con una vasta parete semicircolare e quasi verticale di colonne basaltiche: ai due lati le due braccia si protendono per finire pure a scaglioni perpendicolari e rinserrare una specie di anfiteatro che sta sotto i nostri piedi: al fondo vediamo del verde, dei gruppi di grossi alberi, all'orizzonte si svolge un vastissimo panorama che finisce colle vette acuminate dei monti di Adua e di Axum. Per un malagevole sentiero discendiamo a piedi fra i crepacci e i gradini dei prismi basaltici: passato questo periodo prettamente roccioso, andiamo ancora qualche poco discendendo su terreno misto vegetale e roccioso, in cui ben poco alligna tranne qualche acacia, finchè ci troviamo perfettamente al fondo del ciclopico anfiteatro.

La vegetazione vi è abbondante: incontriamo ossa umane e teschi in quantità, e questo ne indica che ci avviciniamo al campo di battaglia di _Guda-Guddi_, dove or fanno tre anni fu completamente distrutto il corpo egiziano comandato da Ratif-bey, che tentò invadere l'Abissinia con poco più di quattro mila uomini. Percorsa presso a poco la stessa nostra strada, lasciò una retroguardia di cinquecento uomini, portò il grosso delle truppe nel punto ove oggi mettiamo le tende e lo accampò fra immensi blocchi di granito formandosi quasi una trincea di questi e di tronchi spinosi, e spedì in avanti un piccolo corpo a ricognizione. Giunto questo nelle vicinanze del Mareb, incontrò le prime truppe degli Abissinesi che forti di circa 20,000 uomini si erano mossi contro l'esercito invasore.

Ebbe luogo una scaramuccia che fece poche vittime perchè gli Egiziani si ritirarono sopraffatti dal numero e obbligati di portare al quartiere generale la notizia della vicinanza del nemico. Dal canto suo questi ubbidì pure a sì elementare principio di tattica, e tutto l'esercito guidato da re Giovanni mosse a marcia forzata verso Guda-Guddi.

[Illustrazione: Fac-simile di disegno eseguito da un artista abissinese]

Gli Egiziani erano bene armati, disciplinati, comandati e istruiti da ufficiali europei, possedevano anche cannoni; gli Abissinesi invece avevano pochi fucili, vere anticaglie, lance e sciabole alquanto rozze, ma erano animati dalla voce risoluta del loro sovrano, spinti dall'odio contro chi quasi in segno di sprezzo li aveva così aggrediti, accecati da fanatismo religioso.

La lotta fu terribile, e finì con un massacro, non con una vittoria. Non si calcolano le vittime da parte dei vincitori, basti dire che degli Egiziani sette soli riuscirono colla fuga a raggiungere la retroguardia, uno solo dei feriti potè nascondersi e guarito vive ora in Adua, temendo un troppo severo castigo se tornasse in patria. Nè prigionieri nè feriti furono rispettati, tutto quanto fu trovato facesse parte del nemico si passò a fil di spada. Trattandosi di mussulmani, questi fanatici cristiani non vollero concedere l'onore della sepoltura, ed anche oggi tutto il campo è seminato delle miserande reliquie di questa fatale giornata. Al centro della trincea, dove era radunato lo stato maggiore difeso da una batteria, le ossa, i teschi, i resti dei cavalli coprono letteralmente il terreno, mostrando come si possano calpestare i più sacri principii di una religione, quando questa sia male interpretata o faccia velo alla ragione col fanatismo.

Profano nell'arte militare, bisogna però che convenga come sia stato imprudente e insieme ardito il dirigere un corpo di soldati attraverso un paese come questo, dove mancano strade, indicazioni, comunicazioni, dove la natura lo rende doppiamente difficile pel nemico, ma altrettanto propizio a chi vi ha l'abitudine, ostile per di più, privo affatto d'ogni risorsa e del più necessario alla sussistenza, dove scarsissima è persino l'acqua, e la poca che si trova, sempre cattiva. Irragionevole poi, mi permetto di dirlo dopo aver visitata la località, di far sostare la truppa laddove da tre lati, alle spalle e ai fianchi, era completamente serrata ogni ritirata dalle pareti verticali basaltiche, restando aperto solo il fronte, da dove si poteva, come avvenne, aspettarsi l'attacco nemico.

Il soldato abissinese ha un modo curiosissimo di battersi: al momento della mischia si sbarazza generalmente di tutto quanto porta con sè, spesso anche del fucile, preferendo l'arma bianca: colla spada al fianco, una o due lance nella destra e lo scudo nella sinistra, difendendosi con questo, quasi strisciando e passando da una pietra all'altra, da un albero all'altro, facendo difesa al proprio corpo di tutto quanto incontra, si porta fino a venti o venticinque metri dal nemico. Coglie allora il momento opportuno, si alza, getta con tutta forza le proprie lance, chè in questo è maestro, e approfittando del momento di confusione che questo nuvolo di lance produce nelle file ordinate del nemico, in due salti gli è addosso e colla sciabola lo assale a grandi fendenti. La maggior parte dei teschi che vedemmo avevano infatti la ferita trasversale all'altezza dell'orecchio. È una manovra difficile se si vuole, ma terribile e che può praticarsi da chi è dotato di gran sangue freddo, ha poco attaccamento alla vita, ed è spinto da una forza misteriosa che al pensiero della vita futura gli rende cara la morte se guadagnata col sangue di un nemico nella fede.

Sul campo di battaglia, presso alcuni pozzi di acqua verde, puzzolente e fangosa, a poca distanza dal villaggio di Gundet, piantammo le nostre tende verso le dodici e mezzo, a circa 1700 metri di elevazione.

I nostri servi credettero fare dello spirito, sfogare forse un po' ancora della loro ira, forse anche procurarci spettacolo grato, col mettersi a giuocare alla palla ed inseguirsi gettandosi dei teschi, come fossero pallottole di neve, ma invece dei nostri applausi s'ebbero una buona lezione di carità cristiana.

_Mercoledì 26._ In Gundet è impossibile trovare quadrupedi pel trasporto della nostra roba. Proponiamo quindi agli stessi che vennero fin qui di proseguire: alcuni acconsentono ad accompagnarci ma solo fino ad una giornata da Adua, altri si rifiutano recisamente. Come al solito nascono mille difficoltà chè pare che le casse siano divenute più pesanti, e si perdono delle ore in chiacchere e questioni inutili. Baramascal, il capo dei servi, addetto al bagaglio, ci mette tutta la sua pazienza e la sua voce, accetta i buoi che vogliono proseguire, trova qualche buricco e qualche portatore e riesce così di combinare tutto. Fra noi, i Naretti, e qualche altra piccola carovana che ci segue sperando trovare nella nostra compagnia maggior sicurezza, abbiamo almeno un centinaio di buoi, muli e buricchi, una quarantina di indigeni che accompagnano questi animali col bagaglio, una trentina di servi ed altrettanti portatori. La carovana è ben numerosa e stupendo lo spettacolo sia della marcia, sia dell'accampamento. Appena si giunge alla tappa è un vero formicaio di uomini e di animali. Chi scarica il bagaglio, chi pensa a radunarlo: gli animali intanto, sollevati dal noioso peso se ne vanno pascolando: chi subito si mette in cerca di fieno per tenerli tranquilli la notte, chi se ne va colle pelli al vicino pozzo a prender acqua, chi a far della legna, alcuni piantano le tende, altri accende il fuoco, quello fra noi destinato alla cucina s'accinge subito al lavoro, i suoi assistenti lo aiutano a scorticare qualche lepre o spennare pernici, altri vanno in cerca di nuove vittime, i servi sgozzano il bue o il montone destinato alla giornata, quando c'è, le donne attorno ai fuochi s'accingono subito a fare il nostro pane, i servi fanno il loro, gli indigeni che accompagnano i buoi il loro; chi cuce, chi rade la testa al compagno, chi applica il ferro rovente a qualche povera mula piagata, chi si sta liberando da molesti abitatori. Appena fa buio si richiamano tutti i quadrupedi che si legano nell'interno dell'accampamento, all'ingiro si accendono enormi fuochi e attorno a questi stanno accovacciati i diversi gruppi dei nostri seguaci, poi sorgono le voci di quelli che se la passano colla solita cantilena, poi il ballo o fantasia degli indigeni. È una continua lanterna magica di quadri e costumi, cui va aggiunta l'imponenza e l'originalità che non può dare che il pennello di madre natura.