Abissinia: Giornale di un viaggio
Chapter 6
I fuochi ci avevano un po' asciugato il suolo sotto la tenda, ma questa invece imbevuta d'acqua, cominciava a lasciarla filtrare. Così alla meglio ci disponemmo per passare la notte, chè il sonno e la stanchezza la vincevano certo su tutto il resto, ma appena stavamo per addormentarci, grida, strilli, fucilate, ci risvegliano di soprassalto; il campo è tutto in confusione, perchè le mule furono attaccate, a detta d'alcuni, dal leopardo, e a detta d'altri, dalle iene. Il baccano che aveva turbati i nostri sonni aveva pure messi in fuga gli assalitori, e mentre constatiamo la leggiera ferita fatta al collo di una mula, il _naib_ ci manda ad avvertire che stessimo all'erta, perchè da qualche giorno i pastori avevano udito il leone, per cui stabiliamo di fare alternativamente una guardia di due ore.
Eccomi dunque convertito in sentinella con una pioggia continua a compagna e l'occupazione di ravvivare, per quanto si poteva, i fuochi accesi per allontanare gli incomodi visitatori. Il fucile restò inoperoso, e il silenzio fu solo turbato verso mezzanotte da grida che partivano da uno dei gruppi di capanne, e che sapemmo essere i pianti delle donne per un morto.
_Martedì 11._ Il cielo continua a favorirci le sue grazie. I pianti pel morto continuano, e ci avviciniamo per vedere la cerimonia.
Una trentina di megere schifose, con conterie e grossi anelli d'argento intrecciati ai capelli, coperte solo da logori cenci, e alcune con un bambino appeso al dorso con una pelle, continuano a ballare stranissime danze simili a rozze quadriglie, accompagnandosi con una monotona cantilena interrotta da acuti gridi. Girano continuamente in un ristrettissimo spazio diventato un vero pantano, nel quale di quando in quando si sdraiano per rimettersi poi accovacciate a riposare. Di tempo in tempo dalle capanne vicine arrivano disposte in fila altre megere saltellando, e prima di entrare nel circolo delle contraddanze, tutte devono stendersi al suolo. A circa dugento metri era il cimitero dove si scavò la fossa: una cinquantina di uomini in doppia fila stavano davanti a questa; dalla capanna partì il cadavere avvolto in panni bianchi, portato su una barella e accompagnato da alcuni parenti e amici; il figlio era fra questi e gridava e piangeva invocando il genitore, mentre i più fedeli fra i suoi compagni lo andavano incoraggiando scuotendolo con rozze maniere e quasi maltrattandolo. Quelli che stavano presso la tomba andarono ad incontrare a mezza strada il convoglio e subentrarono a portare il morto che, giunto innanzi alla fossa, vi fu deposto e coperto con terra e grosse pietre, mentre a pochi passi si faceva il sagrificio di un bue e nel tempo stesso si recitavano preghiere. Tutti si riunirono poi in gran circolo presso il camposanto, e in onore del morto divorarono le carni della vittima, ancora fumanti di vita.
Tranne qualche breve sosta, l'acqua continuò tutta la giornata, per cui fummo obbligati di passarla tutta quanta inoperosi.
_Mercoledì 12._ Fino da buon mattino cominciamo a predicare che assolutamente in giornata vogliamo partire, e il _naib_ vista la nostra risolutezza, si adopera molto per noi, e ci procura i buoi e somari necessarii. Ci voglion delle ore di noie prima di riuscire ad accordarsi con questa gente pel prezzo di trasporto, e quando si crede che tutto sia conchiuso, ecco che con un pretesto qualunque vi fanno tornare da capo, un po' per differire la partenza, che è nell'indole loro di rimettere sempre a più tardi quello che si deve fare, e un po' perchè sperano che stancando così il viaggiatore, questi abbia a cedere e finire col pagare qualcosa di più. Intanto grida, proteste, accordi, poi nuovi rifiuti, consigli fra di loro che si raccolgono in circolo sotto un albero, quindi nuove proposte, minacce, rottura completa di trattative, poi ripacificazione, cose tutte che fanno perdere delle intiere giornate, e farebbero scappare la pazienza al più santo dei santi.
Il caricare buoi non è inoltre la cosa più facile, non avendo questa gente i basti necessarii e non essendo questi animali troppo addestrati a simile lavoro; quindi mentre si va preparando la carovana vedi un gruppo di buoi che tranquillamente se ne stanno col loro carico sul dorso ad aspettare il nuovo destino, un altro invece che se ne va per tutt'altra direzione che la giusta, buoi che non vogliono sentirsi il peso sul dorso e fanno ogni possibile per liberarsene, altri che fuggono trascinando le casse, altri che le calpestano coi piedi o a colpi di corna quasi a maledire l'incommodo: una vera confusione che farebbe ridere, se non si pensasse al tempo che costa, e alle conseguenze che possono avere simili maltrattamenti sulle provvigioni in cui molto si confida.
E qui non credo inutile ripetere un consiglio a chi volesse intraprendere simile viaggio, di procurarsi cioè a Massaua tutte le mule necessarie alla carovana e rendersi così indipendente da questi mezzi di trasporto noiosi, dispendiosi e poco sicuri.
Finalmente alle dodici e mezza partiamo noi pure in coda alla maggior parte del bagaglio, lasciando due dei nostri a cura di quello che restava. Si prosegue su terreno ondulato, avvicinandosi in direzione ovest ai monti, fra folta vegetazione. Dopo un'ora siamo in un allargo di vallata detto _Sabarguma_, dove il _naib_ e i condottieri dei buoi vorrebbero fermarsi, ma i nostri servi trovano pericoloso il farlo per le febbri, a causa dell'umidità della posizione; d'altronde ci pare ridicolo far sosta dopo sì breve tappa, e facciamo quindi proseguire tutta la carovana. Ci ingolfiamo nelle vallate, e cominciamo un'ertissima salita: dai due lati foltissime foreste.
Il vecchio Desta, un abissinese nostro servo fin dai primi giorni che giungemmo a Massaua, un bel tipo originale, sempre disposto allo scherzo e pazzo per portare un fucile, cammina alla testa della carovana e ci racconta le sue prodezze nell'ultima guerra, pretendendo aver fatto saltare la testa a quattro soldati egiziani, portando, nel dirlo, l'indice alla bocca poi al traverso della gola, quasi aggiungendo di fare che l'eco non si ripercuota, per non averne tagliata la testa; ma giunti al preteso confine abissinese, fece quattro capriole di gioia, gridò forte le sue prodezze e fece un'invocazione alla sua patria, al suo re, alla libertà. La pioggia comincia dirotta più che mai, e ne è forza godercela in santa pace. Il nostro Desta pretende che un leone gli ha attraversata la strada a pochi passi, ma lui solo riesce a vederlo, e alla nostra buona fede a crederlo. La salita è ertissima, il sentiero malagevole, pietre, tronchi, radici lo attraversano in ogni senso, e i nostri pensieri corrono alle nostre casse che dovranno dar prova di gran robustezza per rimanere incolumi. Alle quattro arriviamo su di un vasto altipiano nel mezzo del quale piantiamo la tenda di Naretti, la prima arrivata. Qualche bue comincia a vedersi, e per fortuna una cassa di provvigioni, chè eravamo dalla mattina con un po' di latte. C'è la cassa, ma la chiave la tiene l'amico Bianchi che restò alla sorveglianza del bagaglio; ma la buona stella ci fa però trovare una chiave che si adatta, e possiamo così pensare un pochino anche a ristorare le nostre forze.
Altri buoi colla nostra tenda arrivano, ma Bianchi fedele alla consegna restò presso alcuni buoi, che esausti, non poterono superare l'erta salita. La notte si fa buja, piove, le foreste abbondano di leoni, leopardi e jene, per cui siamo assai inquieti per la sorte del nostro compagno. Vorremmo andargli incontro, ma il fanale è nella cassa, e con questo buio fitto non vogliamo arrischiare di perderci tutti quanti: si suonano le trombe, si sparano diverse fucilate, ma nessuna risposta. Finalmente da un servo sappiamo che Bianchi sta fermo con quattro o cinque altri uomini, e questo ci tranquillizza alquanto. Nello stesso altipiano sono accampate due altre piccole carovane di mercanti che vanno alla costa, per cui la notte abbiamo un bello spettacolo di tutti i fuochi che nelle varie direzioni illuminano gli accampamenti e il paesaggio circostante.
_Giovedì 13._ La pioggia ci lascia un po' di tregua, ma il sole è coperto da nubi. Arriva qualche bue ancora, poi il nostro Bianchi che passò la notte sulla strada, sdraiato su qualche cassa e completamente esposto alla pioggia senza una briciola di pane. Lo rifocilliamo, e subito scompare la tinta giallognola che le sofferenze avevano impressa sul suo volto. Alle 10 arriva pure il _naib_, cogli accompagnatori dei buoi che non vogliono proseguire, accampando nuove pretese che noi incarichiamo il _naib_ stesso di appianare. Si portano sotto un grande albero, presso il tronco stendono un tappeto pel _naib_, e tutti gli si dispongono d'attorno accovacciati in circolo. Grandi discussioni poi vengono a riferirci, tornano al parlamento, e finalmente si riesce ad una combinazione accettabile; ma i buoi sono stanchi, e per oggi non si può proseguire. Ce la passiamo dunque facendo un po' di caccia: l'erba è folta e altissima e vi piove da parecchie settimane, per cui si può pensare che magazzino di umidità abbiamo per letto. Ad onta di questo però la salute nostra è buona, e solo qualche servo accusa un pochino di febbre. Questa posizione è detta _Ghinda_, a circa 950 metri sul mare.
_Venerdì 14._ Il tempo è chiaro ed appena giorno si comincia a far caricare i buoi che alle otto sono tutti partiti, e noi, salutato il _naib_ che se ne ritorna, essendo qui già fuori dei confini della sua giurisdizione, ci mettiamo in strada in coda alla carovana. Il sentiero che seguiamo non potrebbe essere più pittoresco, il paesaggio che attraversiamo grandioso e selvaggio: imponente poi ed originale la lunga fila delle mule, buoi e somari con tutti i loro guardiani che li guidano a forza di urli e di fischi, e la sequela dei nostri servi dei quali ognuno porta un fucile, una lancia, uno scudo, una spada abissinese od un altro strumento qualunque di difesa; non due vestiti ugualmente, per quanto a metà perfettamente identici, perchè nudi. Chi una camiciola, chi una pezzuola alla cintura, chi dei pantaloncini, chi un fazzoletto rosso in testa, chi un _gilet_, alcuni con folte chiome, altri colla testa rasa, saltavano, correvano, gridavano, di quando in quando risuonava qualche colpo di fucile. Era uno spettacolo unico, impossibile a dirsi.
Saliamo sempre: la vegetazione va continuamente crescendo, siamo letteralmente fra due mura di verdura, e spessissimo entro una vera galleria: foglie d'ogni forma, dimensione e colore, tinte svariatissime, liane, fiori, alberi giganteschi, uccelli, scimmie che si arrampicano. A diverse riprese attraversiamo un piccolo corso d'acqua ed alcune volte facciamo strada del suo letto. In alcuni punti il suolo è di un verde chiarissimo e lucente, e vi sono sparse piante dalle foglie di verde cupo; ciò che colla luce del sole produce bellissimi effetti. Enormi tronchi sporgono spesso sulla via e minacciano di rompere il naso a chi non ha gli occhi bene aperti. La strada è un vero sentiero e nulla più, dove nessun uomo ha rimossa mai la più piccola pietra. La causa di questa folta vegetazione è l'essere questa una zona che partecipa alle piogge della costa ed a parte di quelle dell'interno: le piante principali mi parvero le acace, l'ulivo selvatico, le euforbie, _crataegus_, lauri, papiri ed una miriade di fiori e foglie svariate. Alle dodici e mezzo siamo a Madiet, un semplice allargo della valle che percorriamo, e dove accampiamo, chè proseguendo, per lunga tratta non si troverebbe erba nè acqua. Siamo a circa 1330 metri di elevazione. Verso le due giunge la solita pioggia che dura pochissimo, essendo già vicini al limite dove regna la buona stagione.
Dopo pranzo i condottieri dei buoi vengono avanti le nostre tende e ci danno uno spettacolo di danza selvaggia: si dispongono su due file in modo da formare un rettangolo aperto dal lato ove siamo noi, e mentre tutti cantano una cantilena interrotta da battimani e gridi, due o tre eseguiscono la danza inseguendosi nel rettangolo, camminando con strane movenze, saltellando e facendo capriole: dopo qualche minuto, uno si ferma e girando la testa si contorce con movenze muscolari principalmente dei fianchi e delle spalle: parecchi allora gli si fanno d'attorno, e saltellando e strillando gli stendono le braccia sul capo, coprendolo di battimani. Così finisce una scena e ne principia subito un'altra con altri protagonisti.
Fattosi buio, due dei nostri servi ci fanno una pantomima fingendo lo _sciacal_ inseguito dal leone: per imitare questo ultimo un ragazzotto si avvolse in quattro cenci, si aggiustò sul capo una pelle in modo da far cadere i due orecchioni e si prese in bocca due bastoncini che accesi all'altro estremo fingevano gli occhi, ed imitando il passo e il grave respirare del re degli animali, percorreva il campo inseguendo il povero cane selvatico che per paura abbajava.
Sono scherzi semplici per chi li legge, ma che hanno del grandioso e dell'originale per chi li ha visti nel loro ambiente.
Due piccole carovane di mercanti abissinesi, fidenti forse nel detto _l'unione fa la forza_, si sono unite a noi, per cui il campo è estesissimo questa sera e rischiarato da dodici grandi fuochi, e nelle mie ore di guardia mi godo un imponente spettacolo. Le nostre tende, il bagaglio sparso in diversi punti, le capanne improvvisatevi d'attorno dai servi con pochi rami e pelli, tutti i buoi, muli e boricchi concentrati in diversi gruppi, i gruppi di beduini accovacciati attorno ai grandi falò che illuminano la scena persa nella solitudine di una valle, fra monti coperti da foreste abitate da fiere: in qualche brigatella si canta, in altra si dorme, in alcune si balla e qualche volta si alternano le danze ad esercizii di scherma, fingendo alcuni di attaccare un nemico che si difende colla propria lancia e collo scudo, facendo finte, assalti, retrocedendo, avanzando, inginocchiandosi per essere coperto dallo scudo, fingendo cadere ferito per poi alzandosi d'un tratto riattaccare di sorpresa il nemico, e di quando in quando interrompendo questa fantastica scena con grida acute e con battimani.
_Sabato 15._ Appena giorno comincia la carica del bagaglio e alle otto ci mettiamo noi pure in marcia. Cresce sempre, man mano ci innalziamo, il fitto e il gigantesco della vegetazione ed aumentano pure le varietà: vedo grandissime ortiche in fioritura, vaniglie, pelargonii, glicine, il fico selvatico, molti aloe di diverse specie, l'agave filifera che dà il filo vegetale, la fuxia comune ed una fuxia parassita che orna di mille fiorellini rossi i tronchi dei grossi alberi dai quali succhia la vita, _crataegus_, lauri, moltissime varietà di rubinie, opunzie, salvie, _cereus_. Queste parvemi almeno di aver riconosciute, senza garanzia però di non aver preso un granchio nel classificarle.
Ad un certo punto la valle ci appare quasi chiusa e ci arrampichiamo sull'altura che pare contrastarci il passaggio. La salita è ertissima, tale che bisogna spesso scendere dalle nostre cavalcature: il sentiero sale a zig-zag fra foreste, e stupendo è l'effetto della lunga carovana che lo percorre animando la scena selvaggia e del burrone che ad ogni nostro passo aumenta dietro noi: guardando la strada che veniamo di percorrere l'occhio si perde in un vero pozzo di verdura. Alle undici e mezzo arriviamo al passo del colle, che si fa entro una piccola trincea, il solo punto forse dove in tutta questa strada si veda traccia di lavoro d'uomo, e ci si presenta un nuovo panorama: non l'imponenza dei ghiacciai della Svizzera, non il grandioso delle nostre montagne scoscese e rocciose e intarsiate da laghi o da corsi d'acqua, ma una sequela infinita di monti conici che si vanno man mano innalzando, e coperti tutti da dense foreste.
L'altezza del passo è circa 2500 metri. Discendiamo sul versante di un'altura ed a circa mezzogiorno ritroviamo il resto della carovana ferma in un punto detto _Machensie_, dove abbiamo la buona notizia che per mancanza di acqua e erba, i buoi avrebbero ancora proseguito. Dopo un po' di riposo ci rimettiamo quindi in marcia verso le tre. Altra salita assai lunga e forte: la vegetazione meno rigogliosa, mancanza quasi assoluta di vita animale. Dopo un'ora e mezzo siamo alla vetta di un secondo passaggio di catena di monti ed entriamo nella provincia dell'Amassen della quale ci profetizzavano mirabilia, ma troviamo invece che tutto è bruciato e sterile in questo versante: rocce rosse per ferro aggiungono ancora maggior forza all'aspetto deserto: ci si presenta un villaggio e lo avviciniamo; è _Asmara_, in gran parte distrutto dal fuoco durante un'ultima rivolta di questa provincia. A poca distanza stabiliamo il nostro campo, dove subito accorre tutta la popolazione, avanzo delle stragi infami, e chi per curiosità, chi per offrirci a comperare qualche montone. Siamo qui a 2300 metri: lungo la via percorsa devo notare il predominio delle euforbie che raggiungono proporzioni alle volte colossali: portano fiore giallognolo, qualche volta rosso: fu tentata la speculazione di raccogliere l'umore bianco che geme facendo un'incisione al tronco, e che servirebbe per non so quale industria, ma non se ne potè mai trarre bastante profitto.
Alla sera sorge un vento freddo che fa scendere il termometro a 10°, e la notte è pure fredda e umidissima.
CAPITOLO V.
Tracce della rivoluzione.--Visita al villaggio di Asmara.--La chiesa.--Cambio dei buoi.--Sistema di fare il pane.--Godofelassi.--Un compagno ammalato.--Arrivo del corriere reale.--Lettera di re Giovanni.--Guda-Guddi.--Il campo di battaglia.--Il soldato abissinese.--Un accampamento della carovana.--Il Mareb.--Tipi che ci accompagnano.--Arrivo in Adua.--Prima impressione.
_Domenica 16_ alla mattina non abbiamo che 4 gradi. In una girata di caccia trovo poco da ammazzare, ma molto di ammazzato, chè le tracce delle ultime rivolte di questa provincia sono abbastanza palesi dalle ossa e dai cranii che stanno ancora sparsi sul suolo: In questa stagione tutto è arido, l'aspetto generale è desolante. Essendo questo il primo villaggio _assolutamente_ dipendente dall'Abissinia, riceviamo una visita di un preteso direttore delle dogane che ci presenta del latte e un montone, ed assicurato da Naretti che non siamo negozianti, ma semplici viaggiatori diretti al re, ci dichiara esenti dai suoi diritti.
Più tardi vediamo avanzare al gran galoppo due cavalieri avvolti nell'elegante manto bianco tagliato da una gran striscia scarlatta, e seguiti da parecchi ragazzotti che correndo portano i loro fucili e i loro scudi. Sono messi del governatore che desidera una nostra visita, ma ce ne scusiamo per mancanza di tempo, abitando lui a circa tre ore, e Naretti gli invia in regalo un parasole e un pacco di candele.
Vado al villaggio, che è tutto bruciato e solo resta qualche misero avanzo di capanne costrutte con fango e paglia, abitato da povera gente avvilita e macilenta. Sulla vetta dell'altura è la chiesa che ottengo permesso di visitare. Per una porticina si entra in un recinto circolare che serve da cimitero, e al centro sorge la chiesa rettangolare, bassa, col tetto piatto, molto rozzamente costrutta con legni e pietre: sul davanti un corpo più stretto forma quasi un peristilo murato negli intercolonnii e racchiudente una piccola camera le cui pareti dipinte con arte assai primitiva, rappresentano episodii di storia sacra, fra cui spicca la Vergine e san Giorgio. Da questo si passa nel grande ambiente diviso da grossi pilastri in tre navate, delle quali parte della centrale è chiusa da muri e riservata alle funzioni religiose; il resto pel pubblico. Qualche messale, semplici leggii in ferro, rozzi tamburi, stavano ammucchiati in un angolo. La luce non entra che dalla porta e da alcuni buchi praticati nei muri. Fuori della chiesa ad una trave sostenuta da due tronchi, pendono legate con strisce di pelle da bue tre pietre oblunghe: sono le campane, che percosse con altra pietra producono tre suoni differenti ed acuti. È molto interessante questa costruzione per la sua originalità, e perchè tanto internamente che esternamente, colla differenza che passa fra un nano ed un gigante, presenta per altro qualche analogia cogli antichi templi egiziani.
Dovendoci qui procurare nuovi buoi, siamo obbligati di passarvi tutta la giornata sempre in continue contese.
[Illustrazione: Campane abissinesi]
Abbiamo un guaio curioso fra i nostri servi, due dei quali sono mussulmani e gli altri cristiani, e i primi non mangiano bestie ammazzate dai secondi, e viceversa, e in un paese dove bisogna farsi la propria _macelleria in casa_, c'è così sempre qualcuno che resta digiuno. Anche le nostre provviste di pane sono esaurite, ed alcune donne ci fabbricano il pane col sistema del paese, come vedemmo a Keren. Le prime volte lo stomaco quasi vi si rifiuta, ma il condimento dell'appetito finisce per far gustare molte cose che e da noi farebbero ribrezzo.
_Lunedì 17._ Grandi noie ancora per i buoi che ci vengono rifiutati, ma finalmente dichiariamo che le casse contengono regali pel re, e che se si persiste a non volerle trasportare a prezzi onesti, partiremo soli colle nostre mule, lasciando il bagaglio in consegna al capo della dogana; faremo i nostri rapporti e il re obbligherà poi al trasporto gratuito. Così potemmo decidere questi mascalzoni a caricare e alle quattro la carovana era tutta in moto. Il terreno è leggermente ondulato, poca vegetazione, solo moltissime agave cariche di fiori giallognoli e rossastri.
Attorno a noi si stende una grande pianura interrotta da qualche lieve altura, e allo sfondo bassi contorni di montagne. Dopo due ore, al tramonto, ci fermiamo davanti al villaggio di _Aduguadat_. Un altro villaggio avevamo passato a circa mezza strada: sono aggruppamenti di capanne piantati sempre, per maggior difesa, sulle vette delle alture: le costruzioni basse, a tetto piatto in terra, per cui difficilmente si distinguono dal suolo sparso di rocce vulcaniche. La popolazione è generalmente brutta, coperta da logori cenci, e solo raramente dal pittoresco manto bianco e rosso: la loro tinta è il marrone: la testa alle volte rasa completamente, alle volte solo in parte, oppure molto originalmente pettinata, formando una sottilissima treccia che gira tutta la periferia, e dividendo il resto in un'infinità di altre piccole trecce che dal fronte scendono alla nuca, le donne; e in cinque grosse trecce, egualmente disposte, gli uomini.
Dalla posizione di ieri siamo discesi una cinquantina di metri.
_Martedì 18._ Prima di partire, i condottieri dei nostri buoi vogliono farsi il loro pane: divisa la pasta in bolle, nel mezzo di ognuna introducono una pietra riscaldata al fuoco ottenuto con sterco vaccino essicato, non essendovi legna, poi pongono sulla brage la bolla che così cuoce esternamente ed internamente. Partito il bagaglio, alle otto e mezzo ci incamminiamo noi pure. Per più di due ore si prosegue di altura in altura, salendo e discendendo in modo da mantenersi in media presso a poco allo stesso livello.