Abissinia: Giornale di un viaggio
Chapter 5
Dopo ciò si lava il corpo del morto con acqua, che si conserva in un gran vaso, e quindi si fa il trasporto alla sepoltura sempre seguiti da tutto il corteo; dopo circa un mese altra funzione solenne con canti, gridi, suoni, abbondanti libazioni e sagrificii di buoi e montoni; si investe allora il primogenito dell'eredità e dei diritti paterni, e per questo lo si lava da capo a piedi coll'acqua conservata dalla stessa operazione fatta al genitore morto. Trattandosi di uomini tenuti in gran conto, dove fu sepolto il padre, deve essere sepolto il figlio, per cui bisogna alle volte operarne il trasporto attraverso monti e valli.
I matrimonii si fanno innanzi testimonii, e meno la lavatura, presso a poco colla stessa cerimonia dei funerali.
Noi non avemmo ad assistere ad un banchetto funebre, ma fummo invitati un giorno ad un eccellente pranzo nella simpatica ed originale fattoria del cordiale signor Costant, poi pensammo alle provvigioni per il ritorno, e la cosa che ci fu più difficile procurarci, fu anche la più semplice e la più necessaria, il pane, perchè qui tutti usano farselo in casa propria. Dovemmo procurarci della farina che affidammo ad un greco, che il giorno dopo ce la restituì convertita in tante pagnotte.
La mattina del giorno 20 i nostri camelli ci stavano aspettando nel cortile, per cui fatti i convenevoli e i dovuti ringraziamenti coi nostri ospiti, ci avviammo alla casa di Costant, dove si uni a noi il signor Jules Nevière, uno dei due giovani francesi che vivono a Kalamet e che ora ritorna alla sua solitaria dimora dove ci invitò di far sosta. Ingrossata così la carovana, giriamo l'altura su cui è il forte, e scendiamo a raggiungere in pochi minuti il letto del torrente _Ansaba_, che ci sarà guida fino al passaggio della catena ove ha origine. Attraversiamo dapprima qualche terreno coltivato a dura e tabacco, poi per lunga pezza proseguiamo attraverso pascoli popolati da capre e da buoi. Durante le prime tre ore ricalchiamo le orme impresse nell'oscurità completa arrivando, ed ora siamo sorpresi dalla bellezza del paesaggio che attraversiamo. Alberi giganteschi, gruppi pittoreschi quanto mai, piante secolari dalla forma squarciata abbracciate ad altre di diverso verde e di diversa natura, fiori e frutti pendenti, liane che si arrampicano, scendono a terra a succhiarne gli umori, poi risalgono a bevere l'aria più pura e più fresca, enormi fusti troncati dal vento o dal fulmine, tronchi rovesciati che sbarrano il passaggio; cespugli d'ogni sorta, aloe, grassule, erbe e fiori che fanno un vero mosaico del suolo; e tutto questo animato dallo svolazzare di mille augeletti e dal fuggire al nostro avanzare d'ogni sorta di selvaggina. Tutti eravamo compresi dalla bellezza e dalla immensità di questa scena, e la carovana maestosamente procedeva di quel passo lento, ma imponente, che è proprio del camello. Ognuno di noi godeva, e quasi temeva recar guasto lasciandosi trasportare ad una esclamazione o comunicando al compagno le proprie impressioni, per cui regnava sovrano il silenzio, ciò che dava ancora miglior tinta al quadro. Respirando in mezzo a tutto questo, quelle aure africane, io gustavo la dolce voluttà di quell'oblio che fa confondere il sogno colla realtà, e dopo aver fantasticato che stavo sognando, che dalla mia camera la fantasia eccitata dal desiderio e dalla speranza, m'aveva portato in questo mondo di illusioni, doppiamente godevo rifacendomi da questa specie di letargo di pochi istanti e persuadendomi che tutto era proprio realtà, che stavo io in mezzo a questo splendido edificio del Creato.
Oltre i grossi baobab dai quali pendono numerosi frutti, vi sono grossissimi alberi che portano frutti simili a lunghe salsicce, assai originali, ed un bellissimo arrampicante di cui il frutto è una zucca a sporgenze acute, una vera bomba Orsini, che da verde passa colla maturanza al rosso e al giallognolo. Fra i molti uccelli sono curiosi due tipi, uno che al passaggio delle carovane le accompagna con un perfetto ridere sgangherato, un altro che potrebbe dirsi un compito suonatore di flauto, tanto le sue note sono sonore e distinte.
Fermatici all'ombra di un bel gruppo d'alberi per la colazione, proseguimmo poi a piedi per procurarci colla caccia il pranzo, e quando ci fermammo la sera, la nostra casseruola traboccava infatti di pernici e faraone. La notte fu fredda e tanto umida che ci trovammo la mattina come usciti da un bagno. Sforzando la marcia passiamo la montagna il giorno dopo, e per mezzogiorno siamo ospitati dal nostro compagno di viaggio e dal suo socio.
Kalamet è all'incrocicchio di parecchie vallate e nel fondo di queste, sulla via fra Keren e Massaua e ad un quarto di strada dalla prima alla seconda. Questi due cordiali esploratori delle industrie, dopo girati i paesi limitrofi, vennero qui a stabilirsi, dove non esisteva altro che la misera capanna dei soldati, guardie al telegrafo, vi chiamarono dei servi, e mentre facevano i tentativi per la loro speculazione, si occuparono di adattarvisi il meglio che potevano. Impossessatisi di un bel tratto di terreno, lo circondarono con tronchi spinosi per delinearne la proprietà ed incutere rispetto alle fiere, scavarono un pozzo, piantarono frutta, verdure, tabacco pel loro uso, costruirono capanne per loro, per la cucina, per ripostigli, insomma un vero accampamento che mostrava quanto può l'uomo industrioso spinto dalla necessità e dal buon volere anche con mezzi limitatissimi, e per noi riuscì assai interessante. Sgraziatamente da tre mesi si erano sviluppate le febbri, i servi spaventati disertarono, ed uno solo era rimasto fedele, quindi la mancanza materiale di braccia e di sorveglianza avevano lasciato libero il campo al disordine.
Le capanne riposano all'ombra di cespugli e di una gigantesca acacia a ombrello intrecciata da grosse liane; l'ammobigliamento è rozzo ed originale, perchè tutto creato da questi industriosi giovani con tronchi d'albero, avanzi di casse, e tutto quello che il loro talento inventivo e speculativo faceva tornar utile fra il poco che si trovavano d'attorno.
Dopo una refezione fummo guidati in una vicina valle, dove avemmo la fortuna di incontrarci con diversi gruppi di grosse antilopi dette _agazen_: sono enormi, e basti il dire che le loro corna nere, attorcigliate a spira, misurano spesso più di un metro d'altezza. Caccia minore si incontra piuttosto abbondante, e la notte si ha spesso il ruggito del leone.
Dopo il mezzogiorno del 22 ripartimmo, seguendo sempre il letto del torrente che avevamo risalito pochi giorni prima, e ci fermammo per la colazione del 23 ad _Ain_, laddove finisce la vera vallata e comincia il piano inclinato, e dove anche venendo ci fermammo alla stessa ora beati di incontrare dell'acqua corrente. Discendiamo poi fino a sera calpestando detriti granitici, fra acacie e qualche altra varietà di piante, più fresche e verdi dove è depressione di terreno; frequenti sono dei mucchi di terra giallastra dell'altezza e diametro di due e più metri, che non sono altro che ciclopiche abitazioni di migliaia di formiche che continuamente lavorano a rendere più grandi esternamente e più comodi internamente questi frutti della loro arte e delle loro fatiche.
[Illustrazione: KALAMET]
Il 24 attraversiamo il deserto, e verso sera dense nubi e un primo acquazzone ci fanno avvertiti delle cattive intenzioni del cielo. I camellieri volevano ad ogni costo fermarsi, ma avendo già sperimentato quanto sia sgradevole l'essere esposti alla pioggia senza tende per la notte, e sapendo d'altra parte che non poteva essere troppo lontana la stazione dei soldati, mi opposi assolutamente, dichiarando che non mi sarei fermato se non era raggiunta quest'ultima. Dopo un'ora circa la raggiungemmo infatti, e per buona fortuna nostra, chè non erano trascorsi dieci minuti che una pioggia dirotta cominciò e senza interruzione continuò tutta la notte. Bene o male eravamo riparati da un tetto di paglia, e tranne qualche goccia che filtrava ce la passammo discretamente, tanto più pensando alla nostra posizione, se ci fossimo fermati lungo la strada.
Il giorno 25 discendendo i diversi piani a scaglioni e passando per le alture che ci avevano ospitati la prima notte nell'andata, giungemmo verso mezzogiorno ad Omkullo dove ci rifocilammo per ripartire quasi subito, ed essere così verso le tre a Massaua.
Durante la nostra assenza aveva durato in queste regioni l'epoca della piogge, e straordinario fu il cambiamento che trovammo al ritorno, da _Ain_ in avanti. Allora tutto era secco, sterile, desolante; ora invece le piogge vi hanno portata una verdura che spira fresco e vita; il suolo non è più arido, ma quasi tutto coperto da uno smalto verde; quel che allora era irrigidito, ora è vivo, le acace hanno messe le nuove puntate, gli uccelli vi stanno saltando di ramo in ramo e vi costruiscono i loro nidi pendenti a forma di borsa, dei quali fin venti contai sulla stessa pianta; le lepri, le gazzelle, i dik-dik, le pernici sono stanate dai loro rifugi, e si incontrano frequentissimi; i pastori colle loro mandre sono ridiscesi dagli altipiani e vi stanno pascolando: insomma, completamente un altro paese, una natura risuscitata da vera morte a nuova vita, e questo nello spazio di circa due settimane. Ciò prova la fertilità del suolo e la mancanza assoluta d'acqua anche nel sottosuolo.
Al nostro ritorno in Massaua speravamo trovare tutto combinato e pronto per incamminarci verso l'Abissinia, ma invece niente di tutto questo, e la sola notizia portata da un negoziante proveniente da Adua, che le mule che vi avevamo spedite a comperare, sarebbero partite un paio di giorni dopo di lui. La stagione che avanzava, questa vita monotona, resa ancor più grave per noi dopo aver provato qualche giorno di carovana, l'abitudine ormai fatta alle chiacchiere di questi paesi, dove con tutta facilità i giorni diventano settimane ed anche mesi, e alle promesse di questa gente più che indolente, apata, ci indussero a fare i nostri passi presso il governatore per avere i mezzi necessarii onde metterci in cammino. Fummo molto contrariati dai diversi consigli per la scelta fra la via di _Gura_ più breve, ma più faticosa e attraverso le tribù indipendenti dei Schohos che assai facilmente attaccano le carovane che si avventurano nei loro territorii, e la via dell'_Amassen_, più lunga, ma più sicura e più comoda pel trasporto del bagaglio. La scelta cadde su questa seconda.
Si celebrava in quei giorni la festa per la circoncisione di un bambino d'un impiegato al divano, e fummo invitati ad intervenire una sera al divertimento.
Su una pubblica piazza, accanto all'abitazione, erano disposti quattro pali a rettangolo, e dei lampioncini pendevano a delle funi che li riunivano: alcuni _angareb_ servivano per gli invitati, la massa del pubblico stava disposta in seconda linea; c'era tutta l'apparenza d'una compagnia di saltimbanchi ad una nostra fiera; fummo molto gentilmente ricevuti e serviti di caffè, liquori e sigarette.
Una ballerina venuta dall'Egitto, bassa avventuriera del paese, bambina di undici anni e che già da tre anni aveva abbracciata questa poco onorifica carriera, girava il circo affettando mosse voluttuose nel genere delle almee, facendo però prova più di forza e di costanza, che di abilità o di grazia, e fermandosi di tratto in tratto avanti qualche spettatore per dedicargli una speciale pantomima che le fruttava risate e applausi dal pubblico e qualche piastra dal prescelto. Quattro pifferi e un paio di tamburelli continuavano un baccano infernale; dietro una siepe di stuoie che limitava da un lato l'arena improvvisata e confinava colla casa dell'anfitrione, stava la moglie di questi colle sue amiche, spiando, come le nostre ballerine dal sipario, e fendendo di quando in quando le più alte regioni dell'atmosfera con acuti gridi e trilli. Negli intermezzi della protagonista entravano uomini vestiti a donna o seminudi, e rappresentavano scene di cui non è permessa la descrizione, e solo si può dire che invece di risa, in chi ha appena germe di educazione e di senso morale, destavano ribrezzo e indignazione. E tutto il pubblico, fra cui vecchi, donne e ragazze, assisteva e si compiaceva di queste scene che attestano la più schifosa depravazione. Questa gazzarra dura circa una settimana, principiando sul far della sera e continuando fino a mattina. È la preparazione al sagrificio, alla vigilia del quale, una massa di popolo portando candele, lampioncini, emblemi qualunque, e seguiti dalla solita musica, andò girando la città accompagnata dal padre e da un cavallo bianco elegantemente bardato, sul quale un giovanetto teneva e mostrava il povero bambino di circa due anni, che sbalordito e piangente si disponeva ad essere per l'indomani un mussulmano _di fatto_. Così si andò di porta in porta da tutti i conoscenti, gridando ai loro nomi, ed obbligandoli quasi a presentarsi e gettar dolci o meglio monete.
CAPITOLO IV.
Arrivano le mule.--Partenza per l'interno.--Indolenza dei camellieri.--Sorpresi dalle piogge.--Equipaggiamento.--Emozione notturna.--Un funerale.--Trattative noiose pei buoi da carico.--Ballo fantastico.--Grandiosità delle scene.--Si raggiunge l'Altipiano etiopico.
Il 3 febbraio arrivano finalmente le nostre mule, ed un orizzonte più chiaro comincia ad aprirsi alle nostre speranze.
Principia il lavoro per disporsi alla partenza: si distribuiscono le casse, si fa la scelta di quello che pratica e consigli ci suggeriscono di portare all'interno e di quello che stimato inutile sarebbe imbarazzo e nulla più il trasportare con noi. Torna nuovamente in campo la questione delle due strade, ma la prima scelta prevale un'altra volta; procuriamo i camelli pel bagaglio durante i primi giorni; riadattiamo alla meglio le nostre selle e specialmente le staffe troppo strette, che essendo gli Abissini scalzi usano introdurvi il solo pollice, e così siamo pronti pel giorno fissato.
L'otto mattina il nostro cortile era ingombro di casse e camelli; come al solito i camellieri si rifiutano di caricare lamentandosi del prezzo stabilito, poi dicendo i carichi troppo pesanti, tutte scuse per carpire qualche tallero di più e ritardare la partenza, ma la pazienza nostra non volle resistere a tante prove e quando mostrammo della risolutezza e domandammo giudice il governatore, ogni difficoltà fu appianata, anzi, fu ingiunto al _naib_ o capo dei territorii che dovevamo attraversare coi camelli, di accompagnarci fino ai confini dei suoi dominii; e perchè i nostri ordini fossero eseguiti ci fornì una scorta di quattro soldati, che per dir vero sono d'imbarazzo più che d'aiuto.
Verso le due, una fila di una quindicina di camelli col bagaglio nostro e della famiglia Naretti, scortato dal nostro bravo Tagliabue, che colle sue lunghe gambe, armato di tutto punto, inforcando una magra mulettina, poteva rappresentare un bellissimo Don Quichotte, partiva per Omkullo, dove ci avrebbe aspettati per la sera. Alle cinque infatti anche le nostre mule erano sellate e la lunga carovana cui si erano aggiunti parecchi amici che ci vollero accompagnare fino alla prima fermata, usciva per la diga salutata da mezza Massaua che echeggiava delle grida di evviva, salute, buon viaggio e felice ritorno. Eccoci finalmente a quel sospirato momento in cui si può realmente dire il nostro viaggio comincia; quanti pensieri, quanti sogni in quel vasto orizzonte che mi sta davanti, quante speranze vanno a realizzarsi, quale fantasmagoria di cose nuove e interessanti va a schiudersi davanti agli occhi miei; ma in pari tempo ogni passo mi allontana dai miei cari, e dietro me quasi si chiude ogni comunicazione con loro.
Queste idee mi turbavano la mente, ma una voce misteriosa mi suggeriva d'essere uomo, di farmi superiore a me stesso e mi faceva trovar svago nell'ammirare la scena che mi circondava, e forza nelle speranze e nelle soddisfazioni dell'avvenire. A notte fatta arriviamo ad Omkullo, dove troviamo le casse disposte presso il villaggio, e qui stabiliamo il nostro accampamento; una frugale, ma allegra cena, finì coi brindisi e i saluti agli amici che ci avevano accompagnati, e che con una splendida luna se ne tornarono in città, lasciando in noi profondo il desiderio di stringere loro ancora una volta le mani prima di far ritorno in Europa.
_Domenica 9 febbraio_: Prima di giorno siamo pronti, ma il _naib_ viene ad avvertirci che non si può partire prima di mezzogiorno, avendo i camelli nulla mangiato la notte e il giorno innanzi; pur troppo acconsentiamo, ma con questa gente non bisognerebbe mai dar retta alle chiacchere, ed usare invece prepotenza e minacce. Passano infatti le dodici, la una, le due, si grida, si strepita, si mandano a cercare i camelli, ma con tutta pace non si riesce a mettersi in cammino che dopo le tre.
La tappa fissata era Sahati, a quattro ore di distanza, ma ecco che dopo due ore la carovana si ferma, e adducendo mille motivi non si vuol più proseguire; abbiamo un bel gridare, ma i camellieri infischiandosi altamente di noi, scaricano e lasciano i camelli liberi al pascolo.
Forza ne è dunque pernottare su un piccolo ripiano, trovandoci qui fra alture quasi aride e solo popolate da acace nane. L'aspetto del terreno è vulcanico; si cammina su detriti granitici.
Qui mi sono convinto della necessità di mantenere la _bastonatura_ fra queste popolazioni, e credo che il maggior torto che potrebbe farsi il Governo egiziano sarebbe di levarla. Non è gente cattiva, ma tanto indolente e facile all'inganno che davvero strappa le bastonate, e le rende la cosa più naturale e giusta anche per chi sente ripugnanza a battere un suo simile. La notte è splendida per la luna, quindi per acquistar tempo si stabilisce di partire col poetico chiarore e poche provvigioni, per arrivare in giornata a Sabarguma e farvi le pratiche necessarie per avere i buoi che devono quindi innanzi rimpiazzare i camelli.
Il _naib_ trova giusta la nostra decisione, imparte gli ordini ai camellieri perchè ci seguano e ci raggiungano l'indomani mattina, quindi si mette alla testa della nostra piccola carovana che parte all'una e mezzo antimeridiane del dieci. Man mano che avanziamo, le alture si fanno più erte e la vegetazione più fitta; attraversiamo frequenti letti di torrenti dove le sponde sono coperte da stupenda verdura. Alle 3 e mezzo siamo a Sahati, dove ci dicono è forza fermarsi per lasciar bere e pascolare le mule, e mentre sotto un gigantesco albero vediamo rischiararsi l'atmosfera per l'alba che si avvicina, i nostri camelli ci sorpassano; ripartendo alle 5 e mezzo li raggiungiamo dopo due ore, mentre stanno disponendosi al loro _alt_ in un vasto altipiano, e dove ci fermiamo noi pure per una piccola refezione nostra e delle rispettive cavalcature. In questo tragitto nessuna abitazione tranne un accampamento di beduini pastori, che, essendo nella giurisdizione del _naib_ che ci accompagna, vengono ad offrirci dell'eccellente latte. Alle 10 tutti uniti ci rimettiamo in strada, e dopo pochi passi ci si presenta un'ertissima salita che ci porta alla vetta di un colle, e così costeggiando alcune alture e salendone altre, dopo un paio d'ore ci si presenta la vasta pianura di Aylet alla quale discendiamo per attraversarla in parte, e fermarci presso un villaggio diviso in tre gruppi di capanne e chiamato _Dambe_. La vegetazione fresca e rigogliosa, il suolo coperto da splendida erba, uccelli di ogni canto e colore, buoi a masse e miserabili pastori dal tipo snello, coperti da pochi cenci. Ogni gruppo di capanne è circondato da una siepe di piante spinose, svelte e secche; appena giunti e scaricate le mule, ce ne andiamo cercando nella caccia il necessario pel pranzo, ma allontanati appena da poco dal campo, siamo sorpresi da un acquazzone veramente torrenziale; ritorniamo e ci ricoveriamo sotto la tenda dei Naretti. Qualcuno dei camelli arriva, e con loro la cattiva notizia che nella salita cinque sono caduti esausti e non possono continuare, per cui siamo costretti di mandare muli e buoi, che verso sera tornano colle casse, delle quali per buona sorte nessuna sofferse. Continua un vero diluvio e da ogni lato siamo circondati da nubi e nebbie; nel campo tutto si bagna, il suolo si fa pantanoso, i poveri servi, coperti come sono da un meschino pezzo di tela, non sanno dove ricoverarsi; l'appetito si fa sentire, ma non si possono tener accesi i fuochi tanto è l'infuriare della pioggia. Il _naib_ fa mettere a nostra disposizione una capanna, ma tanto piccola e lontana dalle nostre robe che non possiamo approfittarne, per cui piantiamo anche noi la nostra tenda, e sotto questa siamo forzati di accendere i fuochi per la cucina. Non è a credersi la massa di noie e di imbarazzi nel trovarsi così sorpresi da un cattivo tempo che perdura; nello spazio di un'ora ho avuto una tale lezione su quanto è necessario in questi viaggi, che davvero non dimenticherò mai più; spero anzi mi possa tornar utile in altre occasioni.
[Illustrazione: Fac-simile di pittura da chiesa]
Quando si va ad avventurarsi in viaggi di esplorazione, arriva il giorno in cui tutto, provviste ed equipaggiamento, può essere esaurito, ed allora è forza aiutarsi agli usi del paese, vivere da bestia più che da uomo, e bisogna anzi esservi preparati; ma quando si intraprende invece un viaggio che ha la pomposa etichetta di _viaggio in Africa_, ma che deve limitarsi a paesi dal più al meno già noti agli Europei, e dei quali si possono e si dovrebbero ben conoscere gli usi e i costumi, il trovarsi il bel primo giorno nelle circostanze in cui ci trovammo noi, è proprio cosa ridicola, perchè merito non se ne acquista di certo, la spedizione non ne ha vantaggio alcuno, anzi danno, perchè ci va di mezzo la salute di chi viaggia, e d'altronde impone a queste popolazioni il far vedere come si viva da gente civilizzata. Una delle cose più necessarie, e che consiglio a chiunque voglia intraprendere di simili spedizioni, è un letto da campo; se ne fanno ora di piccoli e leggieri che proprio il disturbo del portarli è nulla, mentre i vantaggi ne sono incalcolabili, perchè per quanto si sia provvisti di tenda, quando si trova un suolo che è fango od erba inzuppata da settimane di continua pioggia, lo sdraiarvisi per passarvi la notte non è certo la cosa più aggradevole nè igienica, e le conseguenze possono avere grande influenza sulla continuazione del viaggio. Quelli che hanno fatto la loro pratica sui libri, e quelli che sono troppo facili agli entusiasmi, ridono a chi pretende che in Africa si possa viaggiare con certi comodi relativi, e plaudono a chi grida che, presso a poco come un Giobbe, si può attraversare il continente; io mi permetto invece di dire che nè la necessità del confortabile, nè l'imbarazzo del bagagliume non devono essere mai ostacolo al proseguire, ma che se seriamente si considera quanto costano certi comodi e si pensa alle conseguenze che se ne possono trarre, il procurarseli è un vero impiego più che ad usura, e il non esserseli procurati almeno dapprincipio, disposti però a privarsene quando le circostanze lo impongano, non è prova di soverchio ardire, ma di assoluta inesperienza. Il merito e la soddisfazione di un viaggio come questo, è di avanzare il più che si può, ed a me pare meglio conseguito l'intento spingendosi solo cento passi più avanti, senza poter far pompa di tanti disagi, che fermandosi a mezza strada perchè una buona febbre vi ha proibito di continuare.