Abissinia: Giornale di un viaggio

Chapter 20

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Il nostro compagno Bianchi, giovane serio ed esperto, rimasto all'interno, potrà studiar meglio il paese e fare un rapporto in proposito assai più profondo e ponderato. Porteranno forse le sue considerazioni a conclusioni opposte alle mie, e allora al frutto della sua esperienza e de' suoi studii, non oserò certo opporre queste semplici osservazioni che impallidiranno dinnanzi alla sua autorità.

Proseguiamo intanto per la nostra via, chè ben ansiosi siamo noi di raggiungere la costa, e non meno desideroso sarà il lettore di ultimare queste pagine.

In direzione nord-est, correndo nel fondo di larghe vallate o sulla costa di alture, percorriamo un cammino continuamente tortuoso per evitare monti che a picco isolatamente si elevano dal suolo. Dopo sei ore raggiungiamo Ghedano Mariam e mettiamo l'accampamento vicino al suo, presso il villaggio di Magara Tamri, a 2100 metri d'elevazione. Il terreno è verdeggiante e sparso di acacie, euforbie e cespugli.

Il giorno 15 lasciamo la via diretta di Gura per piegare più ad est e avvicinarci al campo di ras Alula. Ci portiamo su un vasto altipiano che attraversiamo in direzione quasi nord, poi scendiamo in un profondo burrone che da questo lato lo limita, per risalire dal versante opposto e proseguire di altura in altura, finchè mettiamo il campo con Ghedano Mariam, in compagnia del quale abbiamo fatto cammino. Altezza 2050 metri.

Attraversiamo il giorno dopo un vastissimo vallone per poi sorpassare, se così può esprimersi, una distesa di alture verdeggianti, ma spopolate, e fermarci presso un torrente che scorre a 1680 metri. Da questa via passò or fa qualche giorno ras Alula col suo corpo d'esercito, e passando riscuote imposte, infligge pagamenti di multe per mancanze commesse e pretende il mantenimento per tutto il suo seguito, senza contare che tutti i soldati poi entrano nelle case e si impossessano di quanto trovano, spadroneggiando da veri briganti. Per questo all'avvicinarsi delle truppe, tutti i contadini colle loro famiglie, le loro scorte ed il bestiame si ritirano nelle montagne e vi stanno nascosti, per cui troviamo tutti i villaggi spopolati e deserti, le abitazioni completamente vuote, e anche i nostri stomachi risentono di questa mancanza di abitanti, troppo giustificata, del resto, per non trovarla perfettamente giusta, malgrado le privazioni che ci apporta. Con una piccola provvista di farina e miele, noi ce la passiamo ancora discretamente, ma pei poveri servi manca letteralmente di che far tacere le domande dello stomaco, e sono ammirabili come sopportano il digiuno, lavorando sempre e lamentandosi mai.

Il 17 partiamo prima di giorno, percorrendo un altipiano sparso di immensi massi prismatici di roccia nuda rossastra. Curiose sono le abitazioni tutte appoggiate al versante delle alture, in pietra, rettangolari, lunghe, basse, con una specie di porticato sul davanti, il tetto piatto, in terra, talchè spesso vi stanno pascolando le pecore. Tutta la strada è continuamente ingombra dal seguito di ras Alula, del quale verso l'una raggiungiamo il campo, che occupa uno spazio estesissimo, al centro del quale, su un'altura, sorgono le tonde del capo.

Ci riceve assai cordialmente, ci fa piantare una tenda e subito ci regala di una vacca, pane, tecc, birra.

Qual baraonda sia un corpo d'esercito abissinese in marcia, è impossibile dire e figurarsi. La minor parte sono quelli che si possono chiamare soldati, i veri combattenti; del resto vecchi, donne, ragazzi, che nel maggior disordine seguono le tracce del capo che marciando pel primo indica la strada.

Quasi ogni soldato porta seco la propria famiglia, tutti poi indistintamente sono seguiti da donne che macinano il grano e preparano il pane. Il capo alla mattina leva le tende, e questo è segno di partenza: tutti allora vi si apparecchiano e la gran sfilata comincia. Lo stato maggiore in testa, poi una coda interminabile di ragazzi che portano le armi, di vecchi carichi delle tende o di qualche utensile, di donne che hanno sulle spalle bambini da latte, otri, pelli colle provviste di farina, e persino le pietre per macinare.

Di questo modo non si possono fare che due o tre ore di marcia al giorno, che ancora gran parte non arriva che la sera e alle volte la mattina dopo. Appena giunti comincia il momento di grande attività, chè ognuno pensa a piantarsi la propria tenda od a costrursi una piccola capanna, e la donna a preparare il necessario per mangiare: una vera processione si stabilisce presso i pozzi, in qualche punto si ammazza qualche bue; una tenda maggiore delle altre, attorno alla quale si vede un grande affacendarsi, è la sede scelta per un ufficiale.

La sera in cento diversi punti si accendono dei fuochi e questo dà all'accampamento un aspetto doppiamente grandioso.

Nella notte siamo svegliati da suoni di tromba, canti, gridi, pianti: è un _grande_ che se n'è ito al creatore, e così se ne dà l'annuncio e si mostra il dispiacere della sua partenza per l'eterno viaggio. La mattina dopo tutti si recavano in processione alla sua tenda per dargli l'ultimo addio.

Nella giornata siamo anche noi continuamene visitati da una massa di importuni, che non ci disturbano meno di un acquazzone tanto forte e insistente, che l'essere sotto la tenda era divenuto perfettamente come l'essere a cielo aperto.

Le mule col nostro bagaglio non hanno potuto fare ieri tutta la lunga marcia che abbiamo fatto noi, per cui la mattina del 18 ci è forza aspettare che ci raggiungano per proseguire assieme. Mentre stiamo aspettando vengono ad annunciarci che due dei nostri servi furono legati, e noi siamo invitati a presentarci al capo.

Ras Alula fece infatti introdurre in nostra presenza i due prigionieri: Yavolet-ciarkos, un bravissimo giovane che da Massaua ci aveva accompagnati durante tutto il viaggio, che lasciammo a Debra Tabor con Bianchi e che ci raggiunse speditoci quale corriere a portarci la lettera del re; il secondo altro buon giovane che da poco era al nostro servizio. Tutti due nativi dello Scioa, e ras Alula fece dichiarare a noi e giurare al capo dei nostri servi che non avevamo altri dello Scioa addetti al nostro servizio. Si visitarono da capo a piedi, nelle pieghe dello scemma, si tagliarono persino i sacchettini di pelle coi talismani che portano al collo, si fece loro subire un interrogatorio, poi ci fu dichiarato che non si potevano rilasciare, e che anche noi non l'avressimo passata molto bella se ras Alula avendoci conosciuti dal re, non avesse visto quanto gli eravamo amici. Unico motivo di questo imprigionamento è che quei disgraziati erano dello Scioa; nel resto mistero, come pur troppo è mistero per noi la sorte che avranno subito. Io dubito sospettassero che potessero essere spie di re Menelik, e che col pretesto d'essere nostri servi avessero ad osservare i movimenti dell'armata di ras Alula, e forse portarne nuove in Massaua o recarle al loro ritorno in patria. Comunque sia, in questo momento ci si risvegliarono le memorie dell'accoglienza di ras Area, e per quanto si fosse fatto tardi abbiamo voluto partire per andarci ad accampare a poco più d'un'ora, accompagnati per di più da una pioggia torrenziale. Nel villaggio dove trovammo asilo erano le più belle ragazzine che mai ho vedute. Profili regolarissimi, forme snelle, eleganti, occhioni grandi ed espressivi, pettinature stravaganti intrecciate a conterie che cadevano sul fronte, vestite di semplici pelli adorne di piccole conchiglie, collane e braccialetti di conterie o di metalli alle mani e ai piedi. I più bei tipi selvaggi, delle vere piccole Selike.

Il _giorno 19_ prima che il sole sorgesse noi eravamo pronti per toglierci dalla compagnia di questa soldatesca impertinente e screanzata che ritiene spirito e vanto l'insultare chi passa coll'affibbiargli l'epiteto di _turco_.

La via corre sempre su e giù per alture fatte verdi dalle recenti piogge. Abbiamo uno stupendo effetto di eclissi che ci lascia in un buio perfetto, e ci permette di ammirare uno stupendo e perfetto anello di luce attorno all'ombra portata dalla luna sul sole. Dopo circa sette ore di cammino arriviamo in una specie di altipiano al centro del quale sorge un'altura, e su questa andiamo ad accampare, nel villaggio di Gura a 2100 metri. Disteso dinanzi a noi sta il campo della famosa battaglia, e domani lo visiteremo nel nostro passaggio. Qui è forza procurarci buoi pel trasporto del bagaglio, chè avvicinandoci alla costa il caldo è tanto intenso che le mule soffrono troppo, e d'altronde non trovano nulla a mangiare, mentre il bue s'accontenta di qualunque cosa e resiste assai più al digiuno. Torniamo dunque agli antichi amori delle questioni per il prezzo e il peso delle casse, e finalmente si riesce di combinare. Un saluto da qui all'Abissinia, chè questo è l'ultimo villaggio prettamente abissinese che incontriamo: da qui innanzi entriamo nei territori degli Sciohos, le tribù indipendenti che ci dipingono come ladre, alle quali però aspetto di accollare questo epiteto, per accertarmi se realmente se lo meritano.

Continuando direttamente a nord, il giorno appresso attraversiamo la pianura sparsa ovunque di ossi degli Egiziani che vi furono massacrati. Le piogge, trascinandole colla loro veemenza, ne radunarono qualche volta delle vere masse nei punti più depressi o nei letti dei torrenti, dove ad alleviare il triste senso che producono quei miserabili avanzi umani, sorge il pensiero che almeno natura li radunò per l'eterno riposo, mentre la malvagità degli uomini li lasciava sparsi a scherno e trastullo dei passanti.

All'estremo nord dell'altipiano si eleva un vasto cono isolato che sta come a sentinella dell'immensa vallata, che dietro lui si distende, e determina quasi il confine geologico di quello che si può propriamente chiamare altipiano etiopico. È questa l'altura che avevano occupata gli Egiziani durante la guerra, fortificandone tutto il versante che guarda Gura con trincee armate, e coronandone la vetta con un bellissimo forte a casematte, fosse, polveriere, scavate nella nuda roccia, e fornito di batterie terribili d'acciaio. E gli Abissinesi hanno avuto l'ardire di darvi l'assalto colle lance e le spade!...

Da qui, seguendo una strada tracciata dagli Egiziani per portarvi i cannoni, ma che è tutta lasciata andare in rovina, discendiamo fino al villaggio di Kaiakor, a 1880 metri, che troviamo quasi spopolato, perchè gli abitanti saputo dell'avvicinarsi del corpo di ras Alula, si sono quasi tutti rifugiati nelle montagne.

Il 21 proseguiamo nella pittoresca vallata che sbocca in un vasto altipiano ondulato, attraversato il quale troviamo una gran discesa che ci porta nel fondo della valle presso dei depositi d'acqua, e qui ci fermiamo per riposo nostro e delle bestie, all'ombra d'un gruppo di giganteschi _ficus_. Circa le due ci rimettiamo in strada e dopo un paio d'ore, mentre si cammina nel letto del torrente, vediamo venirci incontro un arabo a mula, seguito da un buricco e da un servo.

Lo crediamo un impiegato di dogana, un ufficiale egiziano che viene ad ispezionare, ma mentre facciamo queste supposizioni ci troviamo dinnanzi il nostro bravo Tagliabue, completamente ristabilito, ingrassato, e sotto mentite spoglie. Da Adua si era spedito un corriere a Massaua, annunciando il nostro arrivo e pregandolo venirci incontro con qualche provvigione, e lascio immaginare con quanta gioia lo riabbracciammo tutti quanti. Si discende sempre lungo il torrente, spesso nel suo letto, qualche volta attraverso piccole alture, attorno alle quali le acque fanno le loro evoluzioni. Verso il tramonto ci fermiamo in un largo spazio detto Derassò, ai piedi della salita del monte Bamba. Tagliabue ci ha portato pane, vino, sardine, maccheroni, noi ammazziamo un bue che facevamo seguire per provvista, e così in poco tempo si prepara una cena come da qualche mese non avevamo più avuta.

Per evitare il caldo insopportabile del giorno e per accelerare, sperando arrivare al vapore egiziano a Massaua, ripartiamo alle due di notte: erta salita, poi forte e lunga discesa: strada pessima, poca luna coperta da nubi, quindi buio quasi perfetto e pericolo continuo di romperci il collo, ma l'orgasmo del rivedere il mare ci spinge e ci sostiene. Si segue sempre la stessa vallata che gira in mille direzioni per tendere in fine a nord-est. Verso le dieci ci fermiamo presso poca acqua putrida, verde quale smeraldo, conservata in una infossatura del letto del torrente. Le montagne si vanno facendo sempre più basse e aride, coperte da piante delle quali letteralmente non restano che i tronchi, e il suolo sparso d'erba gialla che con un fiammifero si potrebbe tutta incendiare. C'è nelle tinte del paesaggio la vera impronta della siccità, della flora bruciata. Lasciate passare le ore del gran sole, ci rimettiamo in strada un paio d'ore prima del tramonto: le nostre mule sono sfinite dalla fatica continua e dalla mancanza di cibo, per cui è forza aiutarle meglio che cavalcarle: il caldo si fa sempre più soffocante, terminano le alture e subentra un vasto piano inclinato fesso di quando in quando da larghissimi letti da torrente. Molti ne attraversiamo, e sempre ci dicono dobbiamo scorgere il mare, ma mai non vi si arriva: il sonno e la stanchezza resi ancor maggiori dall'afa terribile ci ammazzano, ma vogliamo giungere alla meta. Nei letti dei fiumi troviamo scavati dei pozzi dai quali si ha acqua fangosa e salmastra, ma che l'arsura ci fa bere, vincendone la ripugnanza. Finalmente fra le due e le tre di notte battiamo alla porta di un greco che in Omkullo tiene una piccola bottega d'acquavite. Ci rifocilliamo, riposiamo qualche ora, poi ripartiamo per Massaua, dove ritroviamo tutti i nostri buoni amici e la cattiva notizia che il vapore è partito il giorno prima.

Eccoci dunque per due settimane condannati ancora a questo soggiorno.

Non dico della festa che abbiamo dal bravo Habib Sciavi e dagli altri amici che avevamo lasciati in questo paese: è una gara per vederci, felicitarci del nostro viaggio, che davvero conteremo per sempre fra le migliori nostre soddisfazioni.

Come vita Massaua ci pare un paradiso dopo l'Abissinia, pure subito si rimpiange la vita delle emozioni, la vita variata della carovana.

Il caldo è insopportabile, chè nelle posizioni e nelle ore più ventilate si hanno da 38° a 40°, e in qualche ora del giorno il termometro sale fino ai 46°.

Non un momento di tregua nè giorno nè notte, è un continuo soffocare e traspirare, ciò che è molto noioso ma igienico per noi che abbiamo assorbita tanta umidità. Nella giornata, il costume più che semplice adottato anche per le strade, e la notte il portarsi a dormire sulle terrazze sono, i soli rimedii contro questo molesto perseguitatore. Il sole dardeggia i suoi raggi verticali, infuoca il suolo, e pochi passi a capo scoperto bastano per caderne fulminati.

Il primo agosto arriva il vapore egiziano che continua la sua corsa fino ad Hodeida per fermarvisi due o tre giorni, poi riprendere la via del ritorno, impiegando almeno dodici giorni per arrivare a Suez. Passare tutto questo tempo su una di queste sudicie carcasse non è certo divertente, per cui ci decidiamo d'andare ad Hodeida nella speranza di trovarvi un trasporto inglese col quale proseguire fino in Aden e qui aspettare uno dei vapori della linea delle Indie. Partiamo infatti la mattina del due e dopo una giornata di navigazione, all'alba del tre siamo in vista di una costa che si crede la nostra meta, ma quando ci avviciniamo maggiormente la si riconosce invece per tutt'altro punto. Gran consiglio di tutto lo stato maggiore, e ritenuto che Hodeida deve essere più a sud vi rivolgiamo la prua.

Coi cannocchiali non si scorge però traccia di abitato, quindi fronte indietro e si va in cerca di Hodeida direttamente a nord. Finalmente alcuni minareti si innalzano all'orizzonte, e verso le due mettiamo le ancore davanti alla città, dalla quale però ancora ci separano parecchi chilometri di bassi fondi.

La città è grande e interessante per lo stile prettamente arabo dei suoi edificii e per la molteplicità dei costumi dei suoi abitanti, fra i quali sono maggiormente degni di rimarco i beduini dell'Yemen, bellissima gente artisticamente vestita d'un piccolo pantalone, una giacca aderente e un turbante in tela azzurra, adorni di bellissime armi riccamente lavorate in argento. Le donne portano una massa di monili al collo, alle braccia, alle mani, alle gambe, pure in argento lavorato a filigrana e misto a conterie o pezzi d'ambra. Al collo dei ragazzi collane che ricordano quelle delle Abissinesi, che certamente ebbero queste a modello.

Nella notte del quattro partiamo a bordo del vapore inglese; passiamo lo stretto di _Bab-el-Mandeb_, porta del diavolo, rinserrato fra terra ferma asiatica e l'isola di Perim su cui sventola la bandiera inglese, e la mattina del giorno seguente diamo fondo dinanzi Aden. Vi trovate qui un vero labirinto di aguglie i cui detriti hanno costituito un banco lungo il mare. Su questo la città commerciale, detta _Steamer-point_, su ogni vetta un piccolo forte o qualche antenna che col mezzo di bandiere segnala ogni arrivo e partenza di bastimento; ovunque si guardi tutta roccia nuda e sabbie, non un filo di verdura; d'acqua non se ne parla; e qui si seppe piantare una città, e qui si potè attirare gli sguardi del mondo intero e buona dose di commercio.

A otto chilometri, dopo uno strettissimo passaggio tagliato entro dura roccia per raggiungere una larga vallata posta oltre una catena di alture, sta la città, propriamente detta, che a Steamer Point non sono che ufficii, agenzie, magazzini ed alberghi. Vi siamo accolti come fratelli dal nostro bravo console signor Rolph, che a tutto uomo si adopera sempre per tornare utile e gradito agli Italiani che visitano questi paesi. Abbiamo lo spettacolo di un temporale di sabbia, che non saprei meglio descrivere che dicendo di immaginare, invece di pioggia, colonne di fitta e fina sabbia trasportate dal vento, seguite da qualche goccia di vera acqua, cosa che da tre anni non si vedeva in Aden.

I temporali sono rari, ma così torrenziali che per radunare tutta l'acqua che in pochi momenti scorre sui versanti delle montagne, si costrussero delle vasche gigantesche che quasi rinserrano le vallate. Sono lavoro ciclopico che si crede iniziato dai Persiani e ristabilito poi dopo l'occupazione Inglese. Originali in Aden sono i tipi degli Ebrei dell'Yemen, che vi fanno il commercio delle penne da struzzo e del cambia-valute. Vestono una lunga zimarra, un piccolo calottino in testa e due lunghi ricci che pendono davanti alle orecchie; e i somali che vi fanno generalmente il facchino o il marinaio, quasi nudi, con enormi parrucche di capelli arricciati, che per sgrassare coprono di calce, la quale li riduce giallo-biancastri.

Il giorno 12 partiamo a bordo del _Manilla_, grosso vapore di Rubattino, e volgiamo direttamente la prua verso l'Italia. È una vera soddisfazione trovarsi a bordo di un legno come questo di 5000 tonnellate, e pensare che è nostro, e per noi era doppia la gioia illudendoci già di essere su un pezzettino del nostro paese. La cordialità degli ufficiali, tutti quanti, valeva ancora ad accrescere il nostro contento e la nostra illusione. Abbiamo la morte di un signore inglese a bordo, e nulla di più triste delle funzioni per la sepoltura. A mezzogiorno il vapore si ferma, una campana a prua annuncia ed accompagna con suono cadenzato la triste cerimonia; il feretro è portato sopra coperta e coperto da bandiera inglese; un vecchio legge qualche preghiera, tutti gli altri religiosamente ascoltano e pregano, poi unitamente ad un grosso peso di ferra-vecchie, quattro marinari sollevano la cassa e la buttano a mare, dove si sprofonda nelle acque, mentre il bastimento riprende il suo cammino.

La notte del 18 siamo a Suez, dove qualche buon amico venne da Alessandria per abbracciarmi ed accompagnarmi fino a Porto-Said. Entriamo nel canale, interessantissimo a percorrersi: rivediamo le azzurre acque del Mediterraneo. Il 27 abbiamo uno dei più splendidi spettacoli che al mondo si possano vedere, l'entrata al sorgere del sole, nel golfo di Napoli. Il giorno dopo verso sera, provo una delle più belle emozioni del viaggio, chè arrivando a Milano, mi ritrovo nelle braccia di mia madre, e circondato da tutta quanta la mia famiglia.

FINE.

INDICE.

DEDICA Pag. V

AL LETTORE » VII

CAPITOLO I.--Origine della spedizione.--Partenza.--A bordo.--Alessandria e Cairo.--Ziber pacha.--A Suez.--Nel Mar Rosso.--Suakin.--Sul postale egiziano.--Arrivo a Massaua » 1

CAPITOLO II.--Massaua.--In cerca d'abitazione.--Conoscenza della famiglia Naretti.--Notizie sull'interno e consigli pel nostro viaggio.--Descrizione di Massaua.--Un sistema di cura.--Un forno assai semplice.--Gite di caccia.--Il pranzo di Natale.--Invasione di locuste » 17

CAPITOLO III.--Partenza pei Bogos.--In carovana.--Incontro di scimmie.--Paradiso dei cacciatori.--Arrivo alla Missione.--Le propagande.--Il villaggio.--Usi e costumi della popolazione.--Ritorno.--Bellezze del paesaggio.--Fermata a Kalamet.--Nuovamente a Massaua.--Una festa originale » 33

CAPITOLO IV.--Arrivano le mule.--Partenza per l'interno.--Indolenza dei camellieri.--Sorpresi dalle piogge.--Equipaggiamento.--Emozione notturna.--Un funerale.--Trattative noiose pei buoi da carico.--Ballo fantastico.--Grandiosità delle scene.--Si raggiunge l'Altipiano etiopico » 56

CAPITOLO V.--Tracce della rivoluzione.--Visita al villaggio di Asmara.--La chiesa.--Cambio dei buoi.--Sistema di fare il pane.--Godofelassi.--Un compagno ammalato.--Arrivo del corriere reale.--Lettera di re Giovanni.--Guda-Guddi.--Il campo di battaglia.--Il soldato abissinese.--Un accampamento della carovana.--Il Mareb.--Tipi che ci accompagnano.--Arrivo in Adua.--Prima impressione » 71

CAPITOLO VI.--Descrizione di Adua.--Squallore.--Visita al governatore.--Una seduta di tribunale.--Pene diverse.--La cattedrale di Adua.--Industrie abissinesi.--Il mercato.--I regali al governatore.--Un abissino che parla l'italiano.--Considerazioni sulla guerra di Teodoro.--Seconda campagna contro gli Egiziani.--Chirurgia abissinese » 95

CAPITOLO VII.--Posizione geografica dell'Abissinia.--Sua divisione in provincie.--Distinzione dei diversi terreni.--Storia del paese e degli abitanti » 113

CAPITOLO VIII.--Da Adua a Axum.--Panorama della città.--L'obelisco.--Avanzi antichi.--La chiesa.--Ritorno in Adua.--Costumi degli Abissinesi.--Rito religioso.--Caste sociali.--Carattere della popolazione.--Clima.--Visite noiose.--Un ordine reale.--Amministrazione.--Tradizioni.--Agricultura.--Carovana dello Scioa.--Una refezione all'abissinese » 131

CAPITOLO IX.--Nuovamente in carovana.--Passaggio del Taccazé.--Folta vegetazione.--L'ipopotamo.--L'Amara.--Incontro del Cighiè.--Strana struttura del terreno.--La salita di Wogara.--I principali corsi d'acqua d'Abissinia.--I talleri.--Gondar e lago Tzana visti da lontano.--Arrivo al campo reale.--Primo ricevimento del re » 162

CAPITOLO X.--Il nostro trattamento offerto dal re.--Gli schiavi.--Presentazione dei doni al re.--Risposta arguta.--Debra-Tabor.--Corsa di cavalli.--Ritratto del re.--Una refezione da Sua Maestà.--Partenza pel lago Tzana.--Corata.--Accoglienza poco cordiale.--Il lago.--Il Nilo Azzurro.--Ponte portoghese.--Ritorno al campo reale.--Un tribunale presieduto dal re.--Decisioni pel ritorno » 183