Abissinia: Giornale di un viaggio

Chapter 2

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Già che parliamo dei passeggeri del _Messina_, parmi venuto il momento di presentare anche quelli coi quali dovrò essere compagno di viaggio: Pellegrino Matteucci di Bologna, Callisto Legnani di Menaggio, Enrico Tagliabue di Monza, Gustavo Bianchi di Ferrara, Francesco Filippini: il primo dirige la spedizione, gli altri sono i delegati, che, per incarico del Comitato di Esplorazioni commerciali, la compongono. Il Filippini è destinato a rimanere di stazione nel porto di Massaua. Seguono come dilettanti il capitano Vincenzo Ferrari da Reggio Emilia e quel disgraziato che sta colla penna in mano, ha cominciato ieri a scrivere e si è messo in testa di render conto giorno per giorno del suo operato durante quasi dieci mesi: chiedo un po' di benevolenza per lui.

Il giorno nove era indicato per l'arrivo a Suakin; fin dal mattino si naviga fra secche, che come si vede dalle carte sono estesissime in questi paraggi; consistono di banchi corallini nascosti a diverse profondità, per cui con grande attenzione si possono appena distinguere dal colore delle acque che sembrano fangose, e le meno profonde dal vedervisi frangere contro le onde producendo linee di schiuma biancastra. Il pilota arabo, guidato da pratica più che da scienza, sta sul pennone dell'albero di prua, e continuamente dà ordini perchè il timone sia girato a destra o a manca.

Ad onta di questo, poco dopo il mezzogiorno un urto, seguito da sfregamento, ci avverte che siamo montati in secco; vidi il bastimento alzarsi di prua, quasi impennandosi, poi quando il peso di prua prevalse, questa si abbassò, alzandosi invece la poppa; giuocavamo d'equilibrio toccando la chiglia sullo scoglio, ma non potendo naturalmente durare in questa posizione acrobatica, tre o quattro ondulazioni piuttosto forti di rullio finirono per lasciarci adagiar sul fianco; subito si ferma la macchina, si ordina indietro, poi ancora avanti, e fra il panico e la confusione, non so a quale di questi due movimenti dovemmo la nostra liberazione, ma so che pochi minuti dopo proseguivamo la nostra rotta con minor velocità e maggiori precauzioni. Pericolo non ve ne era, chè il mare era calmo, la terra non poteva essere lontanissima e le scialuppe pronte; ma c'era il caso di dovercene stare qualche giorno per alleggerire il bastimento, scaricandolo, buttar ancore, e coll'aiuto di queste, toglierci da questo incommodo letto.

Passiamo fra due enormi banchi che da bordo si distinguono benissimo, poi viriamo sulla destra per entrare in un canale segnato da torricelle di muro che poggiano sui depositi corallini, e prima del tramonto gettiamo le ancore a pochi metri da Suakin, dove siamo subito circondati da piroghe montate da bellissimi ragazzetti neri, che quasi rivali d'Adamo in fatto costume, ci si offrono per traghettarci a terra.

La città si presenta bellina, con un ordine di case bianche di stile puramente arabo, circondate da acqua, collo sfondo di bellissime montagne che fanno un effetto assai curioso sorgendo direttamente dalla pianura, senza contrafforti, senza nessuna linea di alture che si vadano poco a poco elevando. La posizione è assai originale, essendo il villaggio piantato su d'un isolotto di poche migliaia di metri quadrati di superficie, banco corallino, che appena si innalza dal livello del mare, circondato da un canale di un centinaio di metri di larghezza, poi ancora da terra ferma che ha così l'apparenza, se mi è permesso il confronto, di racchiudere l'isolotto, come un granchio tien racchiuso la preda fra le due zanne. A est, il canale pel quale entrammo, e che porta al mare libero, ad ovest una diga che mette in comunicazione diretta colla terra ferma.

All'interno nessuna regolarità: qualche piazza dove si tengono i mercati, qualche via coperta da logore stuoie per difendere dalla sferza del sole, cui si dà il titolo di bazar e dove si vendono gli elementi più che necessarii, indispensabili all'esistenza, alcune case di stile arabo, terminate a terrazze col davanzale frastagliato e ornate di finestre e balconi a lavori di intaglio in legno molto caratteristici; qualche piccola torre e qualche minareto da dove si spande la tremula voce del Muezzin che ad ore fisse chiama i divoti alla preghiera. È questo il quartiere abitato dagli arabi commercianti od impiegati, e dai pochi europei che vi tengono i loro affari; dietro abbiamo subito tugurii di legno e fango, circondati da palizzate di stuoie, abitati dagli indigeni. Oltre la diga continua la città di questi ultimi che vanno man mano ritirandosi per far posto ad abitazioni e abitanti un po' più civili, e si finisce nella vasta pianura con accampamenti di beduini sparsi qua e là e costituiti da miserabili tende di stuoie. Il commercio è quasi completamente in mano dei Greci. Svariatissimi sono i tipi che si incontrano; l'Arabo colla testa rasa, la sua zimarra bianca, e il _fez_ o la cuffia che trascuratamente pende sulle spalle od elegantemente è avvolta a turbante; l'altro che vuol parere civilizzato e non veste che panni neri tagliati all'europea; l'indigeno che presenta tutte le gradazioni delle tinte che possono dirsi marrone, quasi nudo e solo difeso da una pezzola qualunque alla cintura; cento altre varietà di tipi e di tinte fino al nero ebano, provenienti da tutte le province dell'interno.

Curiosissimo il _biscerino_ o vero beduino del deserto fra Suakin e Berber, che ha la privativa del servizio di guida e camelliere per le carovane che attraversano quelle sabbie, di cui è fiero d'essere assoluto padrone. È alto, snello, ha l'occhio vivissimo, un procedere vispo e dignitoso. Porta una fascia bianca alla cintura, oppure un drappo di tela in cui artisticamente si avvolge, e i capelli educati in modo che un gran ciuffo si innalza a cono rovescio e il resto pende a grandi masse di ricci o trecce, tagliate orizzontalmente poco sopra l'attacco della spalla, per difendere la nuca dai raggi del sole.

L'apparenza è perfettamente di quei tipi stecchiti che si vedono incisi alle pareti dei monumenti egizii. La testa poi ungono con tanto grasso e burro, da parere, alle volte, mascherati con una parrucca gialla, sempre ornata da uno stecchetto leggiermente ricurvo che è il loro pettine, e serve spesso per rimediare ad un molesto e non dubbio prurito. Sulle braccia portano molti anelli di pelle con sacchettini di cuoio in cui è religiosamente conservato qualche verso del corano o qualche amuleto che li preserva da mali e pericoli.

Di donne se ne vedono pochissime, e queste completamente coperte, essendo qui fanatici mussulmani. Il dottore, un gentilissimo arabo, ne diceva che anche a lui è interdetto l'avvicinarsi al bel sesso, che in caso di malattia ricorre piuttosto all'empirismo di una pretesa medichessa.

La pulizia delle strade e altri servizii in città, sono fatti dai prigionieri che vivono nel locale della dogana, trattati come da noi nessuno oserebbe trattare un suo cane; sono logori, indecenti, macilenti, portano grosse catene ai piedi, che, dal peso e dallo sfregamento, ne sono continuamente piagati; domandano la carità a chiunque incontrino e sono custoditi da soldati che lasciano però ben poco ad invidiare a quei miserabili. Spesso qualcuno tenta fuggire, ma sempre inutilmente, che l'unica via di scampo è quella del deserto, dove sono inseguiti dai beduini che vi danno una vera caccia, sapendo d'avere un compenso di cinque talleri; a quel disgraziato, cui la disperazione suggerì la fuga, sono applicate parecchie centinaia di legnate, e qualche volta persino mille.

Ad ogni passo v'era qualcosa di nuovo per noi da osservare, si fece qualche passeggiata col fucile nei dintorni, ebbimo lo spettacolo di qualche carovana che partiva od arrivava dall'interno, e così giunse presto la sera dell'11, e dovemmo recarci a bordo per ripartire l'indomani mattina.

Siamo affidati ad una vecchia carcassa, il _Zaga-zig_, vapore egiziano che conta parecchi lustri di esistenza, senza aver mai visto un chiodo od una penellata di vernice che venissero a supplire quello che il tempo ha corroso; le cabine sono così sucide e puzzolenti che non è a pensare a starci, per cui portati i nostri effetti sopra coperta, vi stendemmo i nostri _pleads_ e vi stabilimmo il nostro primo accampamento. La mattina del 12 usciamo felicemente dalle secche, poi pieghiamo a sud, sempre a poca distanza dalla costa africana che appare continuamente arida e montagnosa. Tutti a bordo sono arabi, tranne i macchinisti; gli ufficiali sono logori, cenciosi e scalzi; lascio pensare come sia la ciurma; abbiamo poi a bordo una dozzina di soldati turchi che per punizione sono mandati alle guarnigioni del Mar Rosso; venendo da Costantinopoli fecero una sommossa a bordo e tentarono ammazzare il comandante; tre rimasero uccisi e gli altri, facce da forca, furono disarmati, e perfettamente liberi sono ora nostri compagni di viaggio; quando videro salire a bordo le pesanti cassette coi nostri talleri, le loro fisonomie tradirono le loro speranze e forse i loro intendimenti, e prevennero noi di dormire vegliando. A bordo di questi vapori non si pensa neppure alla mensa dei passeggeri, per cui portammo le nostre provvigioni e cominciammo così a mettere alla prova le nostre abilità culinarie, o meglio la forza di resistenza dei rispettivi stomachi.

Il secondo giorno incontriamo parecchi scogli a superficie piatta e di poco sporgenti dal livello delle acque. Una dozzina almeno di ufficiali sono sul ponte a discutere, guardare con cannocchiali, studiare, senza capirne un'acca, una gran carta sparsa di gocce di sego più che di rilievi, e sulla quale misurano le distanze col compasso che fornì madre natura, le loro sudicissime dita; a prua si scandaglia, sui pennoni stanno i piloti, il nostromo dà ordini e contrordini che pare una scuola di fischio.

L'apparato era grande, ci aspettavamo qualcosa che vi corrispondesse, forse si scoprissero nuove terre, ma invece la macchina ferma, e verso le cinque si dà fondo in quindici braccia. Cosa succede! ci domandiamo: nulla di male, ma prudenza suggerisce che prima delle tenebre si faccia _alt_, perchè la scienza coi suoi calcoli e i suoi strumenti non ha ancora rischiarate le vie a questi navigatori. Vi sarà ancora chi disputa per la patria di Cristoforo Colombo, ma si può garantire che di sangue egiziano non ne scorreva nelle sue vene.

La mattina del 14 si levano le ancore, operazione che col progresso egiziano si fa ancora a forza di braccia, e richiede quindi altrettanto tempo che fatica: dopo un paio d'ore appare la costa, si vedono le montagne allo sfondo, si distingue la linea bianca di Massaua, spiccano gli alberi di due bastimenti che vi stanno ancorati; alle undici siamo accanto a loro.

CAPITOLO II.

Massaua.--In cerca di abitazione.--Conoscenza della famiglia Naretti.--Notizie dell'interno e consigli pel nostro viaggio.--Descrizione di Massaua.--Un sistema di cura.--Un forno assai semplice.--Gite di caccia.--Il pranzo di Natale.--Invasione di locuste.

Massaua si presenta presso a poco come Suakin, piantata sopra un banco di madrepore e tutta circondata dal mare; si protende come lunga lingua ad est, ove sta un forte e la missione cattolica colla propria chiesuola; segue uno spazio deserto in cui è sparsa qualche capanna, poi viene la cittadina di carattere arabo, seguita dal nucleo maggiore di rozze abitazioni di indigeni; la unisce una diga ad altra isola maggiore su cui sta il palazzo del Governo, abbastanza elegante, che subito risalta all'occhio di chi entra in queste acque.

Avvicinati dalla sanità che con tutta formalità ricevette la nostra patente con lunghe molle in ferro e le espose al fumo di abbondanti profumi, in pochi momenti ci fu concessa libertà di pratica. Il signor Habib Sciavi, delegato sanitario e agente postale, adempie al suo ufficio con vera intelligenza e vero scrupolo; venne a bordo; avevo per lui una raccomandazione che subito ci fece diventare buoni amici; mi piace nominarlo, perchè per lui ho molta riconoscenza, e fu per noi una vera risorsa durante il nostro soggiorno in questa città.

Prima nostra cura fu di recarci dal governatore che ci accolse assai cordialmente; ma ad onta di tutte le nostre buone commendatizie ci disse: telegraferemo a Gordon pacha che siete qui giunti; diremo quanti siete, quante casse e quante armi avete, dove siete diretti, poi dalla risposta decideremo sul da farsi. Non ci restò che far portare a terra tutto il nostro bagaglio e depositarlo nei magazzeni di dogana, poi andarcene in cerca di una casa da affittare, che di alberghi qui non se ne ha idea. Fummo fortunati di trovarne una abbastanza vasta, con un piano superiore e un cortile chiuso; lo stile, arabo; le camere hanno molte aperture, e i vetri sono ignoti; le pareti bianche od almeno lo furono; il soffitto a travicelle, che sono rozzi tronchi non lavorati con sovrappostovi un assito o delle stuoie che portano un grosso strato di terra che forma tetto e serve da terrazza; il pavimento è pure di terra fina e pulverolenta; in complesso presso a poco e forse peggio delle case dei nostri contadini.

Per mobiglia troviamo in una camera un paio di _angareb_ o divani formati da un telaio in legno col sedile di paglia o liste di cuoio intrecciate.

Una delle prime conoscenze fu la famiglia di Giacomo Naretti da Ivrea, che da parecchi anni vive in Abissinia, dove colla sua onestà, col suo grande senno pratico e colla rettitudine e disinteresse nei suoi intendimenti, seppe accaparrarsi la stima e l'affetto del Re che lo tiene come vero amico e pregiato consigliere. Reduce da una gita in Egitto, se ne stava già da parecchi mesi in Massaua aspettando di poter penetrare in Abissinia quando fosse completamente cessato un terribile tifo che decimava la popolazione del Tigré, e sedata una rivoluzione che da tre anni teneva agitata la provincia del Hamasen.

Quantunque si sapesse che il primo andava decrescendo e che per la seconda s'erano intavolate trattative di pace, pure queste notizie non ci giunsero troppo gradite, prevedendo che, per quanto si confidasse che il diavolo potesse essere meno brutto di quello che ce lo dipingevano, bisognava pure rassegnarsi a perdere un tempo che avremmo meglio impiegato nell'avanzare o nello studiare l'interno. Fummo subito consigliati di spedire una lettera al Re Giovanni Kassa per annunciargli il nostro desiderio di recarci a visitarlo, fargli palesi i nostri progetti tutt'affatto commerciali, e domandare la sovrana permissione di entrare nei suoi Stati.

[Illustrazione: MASSAUA]

Questa specie di supplica era già stata preparata al Cairo, dietro suggerimento avutone, e scritta su pergamena in caratteri amarici da un sacerdote cofto. Accompagnata da una lettera di raccomandazione di Naretti, fu subito spedita per mezzo di apposito corriere al campo reale.

Fra il 15º e il 16º lat. nord, è situata Massaua, che come dissi, sorge sopra un isolotto di madrepore che si estende per circa 900 metri da est ad ovest e per 250 da sud a nord elevandosi non più di 6 metri sul livello del mare; un canale di circa 600 metri di larghezza la divide da un altro isolotto di maggiori dimensioni detto Tau-el-hud, ed a questo si accede per mezzo di una diga, come pure per mezzo di altra diga, della lunghezza di 1200 metri, si passa poi dal lato di ponente alla terra ferma. Tutto quello che si vede è aridità assoluta, e solo lungo la spiaggia attecchisce qualche arbusto che può vivere sorbendo acqua marina; non è che durante la stagione delle pioggie che la superficie si copre di uno smalto verde, e nel resto dell'anno, se l'occhio vuol riposarsi, non può che volgersi al sud della città dove un isolotto detto Scek-Said da un santone che vi fu sepolto, è tutto coperto da vegetazione. Geograficamente Massaua dovrebbe appartenere all'Abissinia, ma è occupata dagli Egiziani a cui fu ceduta mediante trattati dalla sublime Porta nel 1865.

Per dare un'idea del suo interno e del suoi abitanti la percorreremo partendo dall'estrema punta dell'isola a levante, dove si innalza un piccolo forte con caserma, da un lato, e la Missione cattolica tenuta da sacerdoti francesi, dall'altro: si attraversa in seguito uno spazio occupato da grandi cisterne scavate, dove si raccoglie l'acqua delle piogge, e da qualche tomba di mussulmani: a sinistra lasciamo qualche meschino gruppo di capanne per vedere sulla destra alcune abitazioni in pietra di carattere arabo, una moschea, l'ufficio di sanità e di posta, il palazzo del governatore, una catapecchia che fu demolita durante il nostro soggiorno e forse or si starà ricostruendo, i magazzini di dogana, un gran palazzone appartenente ad un ricco commerciante arabo: tutto questo forma la fronte che guarda l'ancoraggio dei bastimenti: all'interno qualche altra casa in pietra e moltissime capanne. Partendo dalla spianata che è il pubblico sbarco innanzi la dogana, dove abbiamo ammirato qualche _filuka_, barca originale del paese, che colla lunga vela tagliata ad ala d'uccello ritorna dalle quotidiane escursioni alle isole vicine, qualche vispo moretto che con piroghe scavate in un sol tronco guadagna di che vivere trasportando le mercanzie da terra a bordo, o qualche pescatore che seduto su due semplici tronchi uniti a zattera, colle gambe pendenti nell'acqua, getta e ritira continuamente l'amo cui spessissimo è appigliato qualche pesce, e dopo aver passati in rivista centinaia di sacchi di stuoia pieni di grano e di caffè, pelli essicate, otri colme di burro liquido, casse imballate in Europa, denti di elefante involti in cuoio, grossi corni di bue pieni di zibetto, mercanzie tutte che mosse dalla forza di robusti biscerini aspettano di pagare il loro scotto per entrare od uscire dal paese, sortiamo da questa specie di recinto, e salutati da una sentinella che guarda un portone, passiamo al primo _bazar_ o via fiancheggiata da casine ad un sol piano, coperta da logore stuoie che dovrebbero riparare dal sole. Qui esercitano il commercio di tessuti e filati importati dall'Europa, i baniani, tipi indiani che in tutto il Mar Rosso hanno quasi il privilegio di questo genere di commercio. Sono generalmente grassi, giallognoli, l'occhio tagliato alla chinese, portano per tutto abito un drappo bianco girato alle spalle o alla cintura, attorno la quale spesso tengono pure un bellissimo monile in argento; le unghie e i denti hanno coloriti in rosso, la testa originalmente rasa lasciando solo sparsa qualche ciocca di capelli, grossi bottoni d'oro od argento con pietre preziose infissi nelle orecchie e molto profumo sparso sulla pelle. Sono tipi effeminati, poco simpatici: vivono senza mai toccar carni temendo trovare nell'animale immolato l'anima di qualche congiunto od amico, e morti si fanno bruciare e sepellire con tutte le loro gioie, che sono la maggiore loro ambizione: sono del resto abitanti tranquillissimi che godono fama di onesti non solo, ma di commercianti discreti.

Parallelo a questo abbiamo il _bazar_ proprio del paese, ancora più originale. È qui dove si incontrano i mille tipi diversi: l'arabo che ti fa i sandali, il piccolo negoziante che ti vende grano, riso, datteri attorno ai quali svolazzano nubi di mosche, l'altro che t'offre su un gran bacile qualcosa che somiglia a caramelle, la donna che vende latte acido, burro, pallottole di tamarindi. Un odore nauseante ci annuncia che siamo vicini al friggitore che prepara continuamente frittelle e pesci e tien pronta una gran pignatta piena di riso cotto. E mentre passiamo questa rivista, un ragazzetto verrà ad offrirci un mazzolino di insalata raccolta nella mattina, od una ragazzina dai modi semplici ma garbati, avvolta solo in un lurido cencio, ma ornata di braccialetti alle mani e ai piedi, di grossi anelli d'argento alle dita e alle orecchie, di qualche collana di conterie o di conterie intrecciate ai capelli, e col naso forato da uno stecchetto, insisterà perchè da lei comperiamo qualche limone, cercando collo sguardo penetrante di farci capire che non è solo quello che intende offrirci. Avanziamo di pochi passi, ed avremo il macellajo, che non ha bottega, ma ammazza in pubblico il suo bue, leva la pelle che distesa al suolo diventa tavola, e su questa, colle mani, le braccia, e quella poca camicia tutte rosse di sangue, divide in pezzi la sua vittima a seconda delle richieste, misurandone le parti su una bilancia delle più primitive, che fra l'altre cose i pesi son pietre: rimpetto abbiamo un arabo che vende focacce, e a pochi passi una di quelle botteghe come alle volte si vedono alle nostre fiere, che non hanno nulla di intatto, tutto vi è scompagnato e rotto; non vi si vede oggetto che sembri possa servire, ma pure trovano i loro amatori. Qui vedete qualche panierino colla sostanza che serve a tingere in rosso le unghie, o la galena per tingere l'occhio, qualche droga, poi un'infinità di cianciafruscole cui non si sa adattare nè un uso nè un nome. Siamo sbalorditi da tutta questa novità e dal baccano che rammenta certe viuzze di Napoli; ci ritiriamo per evitare un somaro carico di pelli piene d'acqua e ci sentiamo nella schiena qualcosa di tenero, è un otre colmo di burro fuso portato da una vecchierella, accompagnata da qualche ragazzetto in costume prettamente adamitico, che ci rivolge lo sguardo intelligente che dinota timore o sorpresa: vorremmo accarezzarlo se fosse un po' meno sucido, non possiamo però trattenerci dal mettergli nelle manine qualche piastra.

Usciti da questi _bazar_ ci troviamo in una piazza dove è il caffè, logora tettoia di paglia sotto la quale si radunano le poche persone trattabili che qui abitano, e vi passano delle ore intiere sorbendo caffè alla turca e fumando sigarette o narghillè: da qui proseguendo, abbiamo qualche abitazione ancora in pietra ove stanno alcuni greci che nelle loro botteghe tengono di tutto, dalle sardine alle scarpe; il vice-consolato di Francia che occupa una delle più belle case, e una massa di capanne rettangolari ove abitano gli indigeni sempre poveri, ed una massa di donne abissinesi che superbe della loro bellezza vengono qui a sciuparla facendone vilissimo mercato.

[Illustrazione: Una via a Massaua]

Abbiamo così attraversata l'isola nella sua lunghezza; proseguiamo sulla diga, e appena messo piede in Tau-el-hud vedremo la palazzina del governatore generale, l'ufficio telegrafico, una moschea, il pozzo dove giunge l'acqua portatavi con canali dalla montagna, e attorno al quale formicolano centinaia di ragazzi e ragazze che empiono le loro otri o le loro pelli, se le caricano sulla testa, sul dorso o sui somarelli, e per pochi quattrini le trasportano in città: qualche baraccone in cui dormono i soldati, un forte degno dei suoi difensori, poi l'altra diga che ci porta a terra ferma nella direzione di Omcullo, dove passeremo facendo qualche altra escursione.

A questa originalità dell'ambiente aggiungiamo la novità in tutto, persino nell'atmosfera, la varietà dei tipi, il carattere simpatico di questa gente primitiva, e respiriamo i profumi delicati che spesso escono dai negozii, in cui i proprietarii accovacciati a contare i chicchi del rosario aspettando gli avventori, cercano adescarli facendo evaporare del muschio o bruciando dell'incenso sulla soglia della loro porta.

Al tramonto tutto muore, che gran parte della popolazione si reca ad un villaggio circa un'ora dalla città per passarvi la notte che si pretende meno calda, ed allora nei _bazar_ sono disposte sentinelle ad ogni trenta o quaranta passi perchè possano farsi la guardia fra loro; che se qualche volta vi fu rubato, lo fu con tutta sicurezza, perchè il ladro non temeva chi doveva scoprirlo. Questi soldati che montano la guardia hanno veramente l'aspetto di pezzenti, e se ne stanno in fazione fumando tranquillamente, portando seco un vaso d'acqua per bere, e alle volte persino un _angareb_ per sdraiarvisi comodamente o farvi sedere chi vuole alleviare le noie della solitudine. La sola cosa che hanno di pulito è il fucile che tengono però sempre avvolto in cenci dove lo impugnano per non arrugginirlo.