Abissinia: Giornale di un viaggio
Chapter 19
Ci fermiamo a 1800 metri, dove il suolo è perfettamente arido e sabbioso e solo vi allignano tristi acacie; le abitazioni differiscono dalle solite d'Abissinia essendo basse, in pietra, circolari, col tetto quasi piatto e coperto da terra sostenuta da travi. Lungo la strada bellissimi marmi rossastri, giallognoli e verdastri. Gran battibecco per avere un ricovero, e ci vien poi data una mezza stalla, dove ce la passiamo con delle capre e tutto quello che si può trovare nel loro asilo notturno.
La mattina dopo però il capo del villaggio ci invita a bere del _tecc_, ci usa mille riguardi e ci domanda mille scuse pel modo con cui fummo alloggiati, essendo lui assente e arrivato solo durante la notte. Dietro il villaggio è un erto colle che saliamo fino a 2200 metri da dove scorgiamo da lontano il sospirato Taccazè che appare in una svoltata, in fondo a profonde valli, e dopo una lunga distesa di alture che dovremo pur troppo digerirci una ad una. Proseguiamo su e giù per creste d'alture e dentro e fuori da vallate seminate sempre da stupendi marmi e belle cristalizzazioni, e sparse di acacie e qualche _baobab_, dove il suolo ha però apparenza arida, per fermarci verso sera a 1800 metri ad un villaggio dove risiede il preteso capo del Taccazè, quello cioè che dirige il passaggio del fiume per le carovane, e che troviamo briaco fradicio, talchè ci rifiuta qualunque asilo per la notte e assistenza per l'indomani. Un galantuomo di prete però prende le nostre parti e non curandosi dell'ostinato e poco cordiale seguace di Bacco, ci assiste in tutto quanto ne occorre.
Il giorno quattro ci avviamo pieni di emozione chè la giornata può essere decisiva per noi; per quanto ci si assicuri che il fiume è guadabile, potrebbero esser cadute forti piogge la notte nell'alto Semien o nel Lasta, il Taccazè esserne gonfio e quindi trovarci tagliata la via al ritorno, costretti a passare qualche giorno in attesa di decrescenza delle acque in questo poco simpatico soggiorno, poi forse rifare la via fatta per andarcene un'altra volta a Debra-Tabor a svernare. Il nostro bravo Legnani, preoccupato da questi pensieri e rimasto a qualche distanza da noi, invece di seguire le orme nostre scende per una vallata trasversale, ed anzi accelera il passo per raggiungerci, mentre noi proseguendo in direzione quasi opposta ci accorgiamo della sua mancanza, e ci volle buona forza di nostre voci e di sue gambe per poterci ritrovare. Sali e scendi per alcune alture, ci si presenta nel fondo il Taccazè che colle acque sue fangose va tortuosamente seguendo il suo corso; mille commenti, nuove emozioni, i cuori si allargano a nuove speranze per riserrarsi a tristi presentimenti. Discesa vertiginosa e lunga, sempre sul ciglio di uno sprone che scende fino al fondo della valle; il terreno di sedimento poco compatto rende ancora più faticosa la marcia, il caldo si fa sempre più soffocante. Eccoci finalmente a circa 1000 metri di elevazione, alle acque che il nostro buon prete ci assicura che passeremo.
Risaliamo per breve tratto lungo le sponde per trovare una posizione propizia al nostro passaggio; parmi il fiume abbia un centinajo o poco più di metri di larghezza, ma la traversata dovendosi operare trasversalmente, perchè la corrente trasporta, diventa assai più lunga; alcuni indigeni entrano nell'acqua e felicemente li vediamo raggiungere l'opposta riva. Quel che fa un abissinese lo sapremo fare anche noi, gridiamo: i nostri spiriti si sono rianimati, in due minuti siamo pronti, e ajutati da due indigeni che gridano e battono l'acqua con un bastone per allontanare i coccodrilli, coll'acqua fino alla gola e facendo ogni sforzo per vincere la corrente, raggiungiamo l'opposta sponda.
Gli stessi uomini si incaricano a diverse riprese di far passare i nostri effetti, le mule nuotano per conto loro, e persino il prete, visto che v'era a guadagnare qualche tallero, smesso quel poco abito e con esso la altrettanto poca dignità sacerdotale, ci apparve in costume perfettamente adamitico per aiutare al passaggio nostro e della nostra roba. Il cielo ci assiste in questo momento, il gran passaggio è fatto, un sole splendido ci riscalda e ci serve ad asciugare la nostra roba, che dal più al meno aveva tutta assaporata l'acqua del Taccazè.
Ci rimettiamo in via. I pasti poco succolenti di parecchi giorni, il digiuno quasi completo e il bagno, fanno i loro effetti, e la debolezza ci permette a stento di reggerci sulle gambe; camminiamo come ubbriachi, e ci sta davanti una salita a fare colle ginocchia in bocca, con un caldo soffocante, obbligati per di più a spingere le mule che per forza brillano come noi. Ci guardiamo in faccia l'un l'altro, per un pane non so cosa daressimo, ma tanto non ce n'è, dunque allegri, che anche questa sarà da ricordare, e avanti. Il morale agisce sul fisico, dunque se la forza manca, perchè la macchina non è alimentata, cerchiamo almeno di non deprimerla ancor più col perderci d'animo.
Si ride dell'avventura, si siede ad ogni passo, si spera per la sera, e intanto s'arriva a 1700 metri, dove si trova un piccolo villaggio. L'accoglienza non è delle più festose, chè ci vuole il poco fiato che ci resta a far capire che pagheremo, ma vogliamo un montone. A notte fatta finalmente ce lo portano, e senza tanti rispetti all'arte culinaria ce lo divoriamo.
Ci è forza la mattina dopo salire ancora fino a 2200 metri per seguitare poi su un altipiano che conduce ad alcune cime, sulla costa delle quali prosegue il sentiero. Dietro noi la distesa dei monti che veniamo di attraversare, alla nostra destra altra distesa che si protende in direzione sud-est, e avanti a noi riconosciamo dei vecchi amici nei caratteristici profili dei monti di Adua. Un'ora prima del tramonto lasciamo il sentiero per discendere in un vallone circondato da pareti rocciose, quasi a picco, al fondo del quale vediamo buon pascolo e un villaggio. Ci vien negata ospitalità, se non vogliamo dividerci ed essere ricoverati ognuno in diversa abitazione, ciò che rifiutiamo e passiamo piuttosto la notte coperti dalle fronde di una acacia.
Si continua da qui per vasti altipiani spesso fessi da larghi valloni che, come già dissi, ricordano i crepacci da ghiacciai, e che obbligano alle volte a lunghe deviazioni per evitarli. Un torrente, guadabile pochi minuti prima, come ce lo provano dei boricchi carichi che incontrammo e che venivano d'attraversarlo, scende tanto gonfio e impetuoso per piogge improvvisamente cadute alla montagna, che ci è forza aspettare più d'un'ora prima che le acque si calmino e vi si possa azzardare.
Il soldato che ci fu dato come guida è dei più sucidi che si possano vedere. Ad un lembo del suo scemma tiene un grosso nodo che rappresenta nientemeno che la valigia di un corriere reale, avendovi avvolte le lettere che il re, approfittando dell'occasione, invia a ras Alula. Questi è suo amico intimo, ed ora muove col suo esercito per far guerra agli Egiziani, per cui quelle lettere possono, anzi devono, essere ben importanti, e vedere a quali mani sono affidate e in quali condizioni hanno fatto tutto quanto il viaggio, è cosa che basta per dare idea di questi cervelli e della loro organizzazione.
Il 7 luglio continuano larghe vallate, spesso coronate da pareti rocciose granitiche: poco a poco vanno allargandosi e noi teniamo a girare a nord di quel picco isolato che raffrontai al Cervino e che come questo si eleva a dirupo. Raggiungiamo un altipiano sparso di villaggi e coltivato: a nord-ovest in lontananza scorgiamo Axum, e noi proseguiamo direttamente verso il gruppo dei monti di Adua che da qui si presenta disteso e maestoso. Scorgiamo anche Adua stessa, che trovandoci noi a 2200 metri si presenta come infossata: discendiamo una delle pareti rocciose quasi a picco, e proseguiamo nel fondo della vallata che rinserra. Un acquazzone tanto forte ci sorprende, che venendoci di fronte, accompagnato da vento, è impossibile avanzare e per istinto le mule si rivolgono, abbassano la testa e se ne stanno così finchè non sia cessato, od almeno di molto diminuito. Costeggiamo il versante di un'altura che è convertito letteralmente in un letto da torrente, tanta è l'acqua che vi scorre.
In uno stato veramente compassionevole raggiungiamo Adua verso le due e ci andiamo a stabilire in casa di Naretti. I nostri servi che spedimmo da Debra-Tabor col bagaglio per la via più comoda del Sirié non sono ancora arrivati, e questa notizia ci sconforta assai, potendosi dare il caso che qualche giorno di ritardo non permetta più loro di passare il Taccazè, e quindi ne restiamo divisi Dio sa fin quando, e la nostra roba vada perduta. La casa che occupavamo noi è abitata dal console di Grecia in Suez che aspetta di poter partire pel campo del re. È persona gentile e cordiale quanto mai, che appena saputo del nostro arrivo ci manda in regalo vino, cognac e qualche scatola di conserve. È inutile e impossibile dire con quanta festa le accogliemmo e con quanto gusto le divorammo.
Passiamo qualche giorno in Adua in attesa del nostro bagaglio sulla sorte del quale siamo molto inquieti, non avendosi notizia alcuna. Finalmente il fido Baramascal, il capo dei servi, arriva e ci porta la grata nuova che le casse sono in Axum e ci raggiungeranno l'indomani. A due giornate da Debra-Tabor le mule sentirono ancora degli strapazzi del viaggio di andata e non furono più in grado di portare il loro carico che si dovette fare in gran parte trasportare a spalla d'uomini: stettero quattro giorni accampati al Taccazé in attesa della possibilità di passarlo. Legata ogni cassa ad un lungo bastone, due nativi che tenevano questo alle estremità, nuotando le trascinarono nell'acqua, per modo che tutte se ne riempirono e la roba nostra ci arriva tanto bagnata e sudicia da far pietà: in parte anzi completamente rovinata, tanto da doversi abbandonare. Due mule morirono per strada e le altre ci arrivano in uno stato miserando per piaghe e magrezza, talchè siamo costretti a subito procurarcene altre per proseguire il viaggio. Accompagnati come siamo da una guida del re, avremmo diritto a pretendere che di villaggio in villaggio ci si trasporti il nostro bagaglio a spalle d'uomini, ma questo sistema offre molti inconvenienti, primo dei quali una massa di perditempo.
Ad ogni paese c'è a questionare e ad aspettare delle ore e dei giorni prima che si trovino portatori sufficienti; poi bisogna continuamente andare a zig-zag, chè i contadini, se fuori strada v'è un villaggio più vicino che non il primo sulla via, non risparmiano di allungare il cammino vostro se possono accorciare il loro. È sempre meglio quindi di emanciparsi da questa schiavitù.
In Adua non troviamo alcun che di nuovo, tranne i dintorni resi più verdeggianti dalle continue piogge. Per non rifare la strada fatta decidiamo prendere la via di Gura, così potremo visitarvi il campo di battaglia ed incontrarvi ras Alula che col suo esercito marcia a quella volta per tentare, a quanto si dice, un colpo di mano sulla costa, mentre ras Woldi Michael andrebbe ad occupare i Bogos.
Un corriere arriva dal campo reale e ci porta notizie della triste impressione avuta da Naretti per l'avventura toccataci da ras Area. Tutta la Corte era sossopra per celarlo al re, temendo avesse ad usare troppi rigori verso lo zio, e ci si dice che tutti i _grandi_ si presentarono a Naretti con una pietra al collo, supplicandolo di non farne rapporto al Sovrano.
CAPITOLO XII.
Si riparte per la costa.--Arrivo di un corriere con una lettera di re Giovanni.--Considerazioni sul paese.--Il campo di ras Alula.--Due nostri servi imprigionati.--Campo e forte di Gura.--I Sciohos.--Incontro di Tagliabue.--Arrivo a Massaua.--Hodeida.--Aden.--A bordo del Manilla.--Un morto in mare.--Arrivo in Italia.
Appena rifornita la carovana dei quadrupedi necessarî, si decide la partenza che ha luogo infatti il giorno 14. Ci avviamo alle catene di montagne verso nord-est, e circa un'ora dopo usciti da Adua siamo richiamati da voci che si trasmettevano l'un l'altro gli avanzi della retroguardia di Ghedano Mariam, che stavano disordinatamente sparsi lungo tutta la via. Ci fermiamo, è l'arrivo di un corriere da Debra-Tabor con lettere nostre e una del re relativamente al nostro imprigionamento: è semplice, cordiale, schietta come usa re Giovanni, e ne trascrivo la traduzione: la lettera autografa era in Amarico e Maderacal vi aveva unita la traduzione in francese:
«Scritto del re dei re, Giovanni d'Etiopia, e tutta la sua dipendenza.
«Signor Matteucci, capo della spedizione commerciale italiana e suoi compagni.
«Io vi presento i miei complimenti a tutti: dacchè ci siamo separati, io e la mia armata fummo bene in salute, grazie a Dio.
«Ho inteso il male che ras Area vi ha fatto. Ciò non è contro tutti voi, ma contro me stesso: egli lo ha fatto per scontentarmi di lui. Egli mi scrisse, sono ammalato, mandatemi il dottore, ed io vi pregai nel vostro ritorno di andarlo a vedere: voi mi rispondeste sì. Voi avevate la mia lettera, malgrado questo vi ha fatto tal male: egli ha una malattia al cervello o qualcosa altro di male nella sua salute: egli non è molto bene. Io so che il pensiero dei cristiani è vasto e vi prego di lasciar questo fatto nel profondo del vostro cuore.
«Voi avete sofferto per me, io vi ricompenserò.
«_il 2 luglio 1879._»
Credo che re Giovanni non poteva essere più gentile con noi nè far di più per farci dimenticare un cattivo quarto d'ora passato nel suo regno, e diede così ancora una conferma alla stima ed all'amicizia, che conoscendolo avevamo concepito per lui. Certo non può avere gran istruzione, non conoscendo altre lingue che la sua e non avendo mai messo piede fuori dai confini dei suoi Stati, ma ha un fondo di serietà, di onestà, di delicatezza di sentimenti, una finezza di intuizione, una dose di ingegno naturale, come è raro assai di trovare fra i suoi. V'ha chi nasce col genio della musica, chi con quello delle matematiche, chi con quello della letteratura, e Giovanni Kassa, bisogna pur dirlo, nacque col genio d'esser re d'Etiopia, e da piccolo principe seppe infatti diventarlo, sa reggersi bene sul trono ed è certo fra tutti gli Abissinesi quello che più lo merita.
Potessero i suoi sudditi assorbire un pochino del suo buon senso, tenersi in pace e capire qualcosa dei beneficii della civiltà, smettendo cento pregiudizii inveterati, e il paese si vedrebbe in poco tempo farsi fiorente.
Lo scopo cui più di tutto mira re Giovanni è quello di riconquistare le provincie di Galabat e dei Bogos che gli Egiziani presero all'Abissinia, poi di estendersi fin verso la costa, occupando lo spazio fra questa e l'altipiano, spazio di cui le due nazioni si contendono la proprietà, e che intanto se ne resta indipendente. Vorrebbe avere un porto sul Mar Rosso per rendere libero il suo commercio di esportazione e di importazione dalle tasse e dagli abusi delle dogane egiziane che proibiscono l'introduzione di quello che agli Abissinesi maggiormente accomoderebbe, le armi e le munizioni, ma non credo vanti, almeno per ora, pretese su Massaua, e si accontenterebbe forse di una baia qualunque che l'Egitto gli cedesse. Ottenuto questo, credo che re Giovanni cercherebbe di favorire la civiltà nel suo paese, facendo però sempre in modo che questa si infiltri poco a poco per non urtare d'un tratto le idee del suo popolo che in complesso non vi è troppo favorevole, perchè non crede averne bisogno, e perchè istigato dai preti a non lasciarla penetrare.
Una colonia agricola, per esempio, potrebbe avere, io credo, ogni concessione dal re, progredire a passi da gigante ed essere di buon esempio al popolo. Ma chi vorrà fidarsi d'esserne iniziatore? Chi mi garantisce che da un giorno all'altro sorga un _matto_ di _rivoltato_ che tenga in armi la provincia, rubi, saccheggi e commetta ogni eccesso contro i poveri agricoltori? E quando ciò fosse avvenuto, da chi ripetere soddisfazione, se pure per chi ha coscienza v'ha soddisfazione da contrabbilanciare la vita perduta da miserabili emigranti, ed a chi attribuirne la responsabilità?
Ma senza assumersi la responsabilità noi di introdurre in Abissinia l'elemento europeo, nè re Giovanni di chiamarvelo, io credo che re Giovanni potrebbe erigersi un monumento di gloria collo sviluppare in paese due rami di industria. Migliori le vie di comunicazione e faciliti i diritti doganali alle carovane commerciali: allora queste si faranno frequenti, dal Goggiam e dai paesi Gallas, attraverseranno in gran numero tutti i suoi Stati per portare le loro mercanzie a Massaua, e da qui tornando alle loro case porteranno all'interno i prodotti europei che verranno così conosciuti, se ne riconoscerà l'utilità, si imparerà ad apprezzare chi li produce. Il consumo crescente vi chiamerà allora gli stessi Europei ad importarvi la merce, e questi saranno non solo tollerati in paese, ma già desiderati, e poco a poco si introdurrà così una civiltà, della quale senza accorgersi il popolo sentirà quasi il bisogno, mentre oggi vedendola avanzare tutta d'un blocco se ne spaventa e cerca respingerla. In pari tempo lasci che le migliaia di braccia che ora non fanno che tenere una lancia od una spada, se ne tornino alle loro case, e le obblighi all'agricoltura: il paese potrà in breve tempo diventare un gran produttore di grano: questo non mancherà negli anni di carestia, e come oggi succede, non si spopoleranno provincie per la fame, e in breve tempo si esporterà il grano alla costa: questo porterà ricchezza in paese, quindi maggior spinta al lavoro e maggiore probabilità che le merci importate dalle carovane trovino sfogo. Dalla produzione del grano poi, l'agricoltura potrebbe estendersi ad altri rami che porterebbero benessere nel paese ed utilità coll'esportazione.
Altra fonte di ricchezza per l'Abissinia sarebbe il bestiame, sia pei latticinii, sia per le carni che si potrebbero conservare, sia fors'anche per l'esportazione diretta del bestiame stesso, ma questo porta già una certa complicazione, e sarebbe quindi da attuarsi in seguito. Io sono convinto che collo sviluppare commercio e agricoltura tutt'affatto semplicemente come accennai, in pochi anni l'Abissinia può farsi ricca e fiorente e prepararsi il terreno a degnamente ricevere i primi pionieri della civiltà. Ma questo deve fare da sè e senza che nessuno cerchi di imporvisi. Se metterete l'Abissinese in condizioni da gustare qualche frutto della civilizzazione e da trovarla quasi necessaria alla sua esistenza, e finanziariamente lo porrete in condizione da potersela procurare, forse vi asseconderà; ma se volete imporviglisi o costringerlo al più piccolo sacrificio, resterà sempre qual'è, cioè presuntuoso e indifferente alla civilizzazione, e quindi oppositore costante di chi cerca di portarvela.
Così il commercio di esportazione, a mio credere, sarebbe almeno prematuro il tentare di esercitarvelo ora gli Europei. Per volerlo sperimentare bisognerebbe fare le cose piuttosto in grande, e questo raddoppierebbe ancora le difficoltà. Innanzi tutto sui mercati si pretende sempre un prezzo assai più elevato dal compratore bianco, perchè si suppone che questi abbia sempre grosse somme disponibili, e che colle merci che acquista faccia poi favolosi guadagni. D'altronde fu sperimentato che quando il negoziante bianco si trova all'interno, prevale il pregiudizio che per mettere a profitto il suo tempo e il suo viaggio, si trovi costretto di comperare a qualunque prezzo, mentre quando il negoziante indigeno è arrivato ai mercati delle coste, vi è obbligato di vendere a prezzi ragionevoli per non rimanervi sulle spese e per prepararsi al ritorno. Grave ostacolo al commercio in grande sarebbero poi le continue rivoluzioni che in questo paese pullulano, e tengono agitate intere provincie per mesi ed anni: una grossa carovana derubata, o la via interrotta ad ogni comunicazione, sarebbe una vera rovina per la speculazione che vi si tenta. E per questo non vi sono garanzie, nè promesse, nè trattati col re che possano influire. Altra considerazione che milita in favore della mia idea è pur questa: le merci atte ad un commercio possibile provengono tutte dal Goggiam e dai paesi Gallas, dai quali per portarsi alla costa con carovane di muli carichi occorrono da due a tre mesi. L'Europeo in questo tragitto ha bisogno certamente di vivere molto meglio dei pochi indigeni che esercitano questo traffico, che vivono con farina, peperoni e cipolle, dormono continuamente per terra, e sono i primi a dar l'esempio ai servi coll'aiutare a caricare e scaricare. Sono poi gente paziente per la quale è ignoto il detto che tempo è danaro, e un mese di più di viaggio per loro è nulla, purchè si risparmino le mule o si facciano lunghe soste per lasciarle risanare dalle piaghe. Il bianco che si adatta a questa vita di fatiche, di pericoli, di privazioni, vuole certo in pochi anni farsi una fortuna, e la società che lo incarica ne vuol pure ricavare il suo utile, mentre gli indigeni non tentano tanto di arricchire, chè hanno idee ben limitate sulla ricchezza, ma si accontentano di vivere e di aumentare tutt'al più il loro capitale di tanto da accrescere forse di una mula in ogni viaggio la loro proprietà ambulante. Somma tutto, io ritengo, e sentii ripetere anche da persone esperte, che per ora almeno convenga aspettare alla costa le piccole carovane del paese, e farvi trovar pronte le nostre merci che possono scambiare colle loro. Oltre tutto questo, i piccoli negozianti del paese, ritornando riportano qualche poco di merci che sanno di poter vendere, e soddisfanno le piccole commissioni che ricevono dall'uno e dall'altro, e con questo quasi ritraggono le spese del ritorno. Ma son cose queste che possono andare per piccole carovane, e non basterebbero a compensare le carovane grandi, per le quali quindi tutto il viaggio di ritorno sarebbe perduto.
Abbiamo inoltre incontrate sulla via piccole carovane che fanno trasportare parte del loro carico da schiavi comperati sui mercati del Goggiam e che poi rivendono verso la costa, traendone così profitto e risparmiandosi le spese del loro viaggio di ritorno. Altri hanno invece per servi degli schiavi loro, che comperati si mantengono con ben poco e si retribuiscono delle loro fatiche con pochi talleri e qualche metro di tela all'anno. Sono mezzi questi che portano una grande economia, ma ai quali non potrebbe certo ricorrere l'europeo, che anche da questo lato incontrerebbe quindi assai maggiori spese, e i prodotti da lui trasportati alla costa avrebbero ben maggior valore che non gli stessi trasportativi coi mezzi abituali.
Io non voglio con questo portare uno scoraggiamento, nè pretendere che l'Abissinia sia un paese che non merita considerazione dal lato commerciale. Tutt'altro, ma ripeto non hanno a farsi illusioni, che dall'oggi al domani se ne possano succhiare ingenti ricchezze. Queste vi stanno, ma per arrivarvi è necessario studii, esperienza e tempo: un avvenire per chi vi vuol dedicare le proprie fatiche ci deve essere certamente, ma non bisogna pretendere di raccogliere dei frutti prematuri, e accontentarsi di seminare quello che può preparare ai nostri nipoti abbondante raccolto, e per questo è doppiamente benemerito chi vi si dedica con proprio disinteresse, ma colla fiducia di un bene futuro per la propria causa e pel proprio paese.
Potrei citare esempii che avvalorano queste mie considerazioni, ma ne risparmio la lungaggine, confidando che il tempo verrà a confermarle, ed ho già la soddisfazione di averne una prova nella condotta che si è prefissa il nostro Comitato di esplorazione commerciale, composto tutto di persone, che oltre il sapere posseggono l'arditezza accompagnata dalla prudenza necessaria in queste imprese.