Abissinia: Giornale di un viaggio

Chapter 18

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Entra poco dopo un messo con un corno di _tecc_ e ci offre a bere, poi ci invita per ordine del capo a portarci da lui. Certo è per darci da mangiare, pensiamo, e pieni di speranze e d'ardire ci avviamo. _Ras_ Area è seduto nell'angolo di un piccolo ricinto e circondato da una ventina dei più fidi compagni; salutiamo e ci disponiamo davanti a loro; un forte battibecco comincia, si fa viva una querela fra loro, dai gesti si vede che vogliono accusarci di qualche cosa; il nostro servo che fa da interprete dice ci ritengono malfattori; pensiamo ci scambino pei condannati che dovevano arrivare con noi e cerchiamo spiegarci, ma ad un cenno del capo una massa di soldati invade, ognuno di noi è preso da due per le braccia che ci tengono rivolte all'indietro; io porto il destro al collo, perchè sempre malato, si insospettiscono nasconda qualche arma, vogliono mostri il mio male. La questione si va facendo più seria, più complicata; il nostro Agos, l'interprete, giovane timido, grida: _vi legano, vi legano_; poi è preso da timore, piange, non sa più spiegarsi; alcuni soldati entrano con delle catene. In questo frattempo, anzi fin dal principio, il capo e parecchi dei suoi si armarono di carabine, vi misero le cartuccie e pronti tenevano queste armi rivolte a noi. Noi davvero non si sa che pensare; le nostre parole non sono intese, la nostra innocenza non vuol essere ammessa; ci guardiamo l'un l'altro, è inutile fare il forte, tutti son pallidi e come gli altri devo essere anch'io. Ferrari è condotto nel mezzo del recinto, inginocchiato col dorso rivolto alle carabine; in quel momento, confesso, lo vidi finito e immaginai tutti noi stesi con lui. La morte mi parve bella in quel momento e il pensiero correva triste all'idea di non essere finito d'un colpo, delle sofferenze delle ferite, d'esser forse destinati coi nostri patimenti a trastullo di quella canaglia. Nel volgere di pochi secondi migliaia di pensieri mi si presentarono alla mente e una vera lanterna magica dei miei cari, del passato, del mio paese, mi passò davanti agli occhi. È paura questa? se lo è, confesso d'averla avuta e non me ne vergogno; quando è dato mostrare di aver coraggio, credo non sia tanto difficile persuadere che non si ha paura, ma quando si vede la morte vicina e l'impossibilità di muovere dito per respingerla, e senza scopo alcuno, e convinti della propria innocenza, credo non sia gran merito rassegnarsi alla morte, nè demerito dolersi di perdere la vita.

Qualcosa di sereno però siedeva ancora nel mio cuore, e si fece gigante, e una voce interna mi parve dirmi: tua madre prega per te, tu devi riabbracciarla, e mi sentii rassicurato. Le preci di mia madre avevano infatti un eco in questi cuori da belve, e Ferrari fu solo primo ad essere incatenato. Come la catena deve serrare al polso, l'ultimo anello è più largo e aperto per farvi entrare il braccio, che poi si appoggia ad una pietra qualunque, mentre con un'altra picchiando or su un estremo or sull'altro dell'anello, lo si chiude tanto che serri e non possa sortirne la mano. Per questa operazione Ferrari erasi dovuto inginocchiare, anzi dopo quasi sdrajare a terra. Lo stesso fu fatto a tutti noi, con permesso speciale di Sua Eccellenza per mettermi la catena al braccio sinistro essendo il destro il malato, poi fummo separati e condotti attraverso quell'orda selvaggia di vigliacchi che si chiamano soldati e che ci scherzavano, ci insultavano, ridevano della nostra disgrazia al nostro passare. All'altro estremo della catena è legato un mascalzone qualunque pieno di rogna e di pidocchi che è garante del delinquente che gli viene affidato. Così ognuno fu condotto in una capanna e circondato da donne, ragazzacci e soldati che si appropriarono quattrini, fazzoletti, orologi, quanto poteva soddisfare i loro gusti: ci spiegarono come _ras_ Area era come Teodoro e noi gli inglesi che questi aveva incatenato; chi con un fucile spianato mi mostrava che fuori la capanna mi avrebbero fra poco finito, chi con una spada voleva farmi capire che la mia condanna era il taglio del piede e della mano. Intanto i pensieri volavano a casa mia, all'avvenire, ad una lunga prigionia, a sofferenze, alla morte; e per buona sorte la noja insistente di questi importuni non lasciava troppo tempo allo svolgersi dei pensieri, e il succedersi di questi mi calmava l'indignazione della posizione in cui mi trovavo condannato. Oso dire che la risultante fu una buona dose di rassegnazione e mi tranquillai aspettando la mia sorte.

Non saprei precisare quanto tempo durò questo stato di cose, e i minuti devono certo essermi sembrati ben lunghi, ma parmi che dopo circa un'ora e mezza, un soldato venne a dirmi mi portassi dal capo. Seguito dal custode, e ancora attraversando tutti quei gruppi di mascalzoni indegni d'esser uomini e di portare il titolo di cristiani, tornai da _ras_ Area e vi incontrai i compagni. Si fece ancora qualche po' di discussione, ma alla fine fummo liberati dalle catene appoggiando il braccio su d'una pietra e legando un estremo dell'anello con cinghie ad un grosso palo che si tien fermo e appoggiato alla pietra stessa, e forzando a schiudersi l'altro estremo tirandolo con liste di pelle parecchi soldati.

_Ras_ Area si mostrò allora mortificato, avvilito, disse che se volevamo avevamo diritto a bastonarlo, e fingendone l'atto, dichiarò che a lui non restava che presentarsi colla pietra al collo per implorare il nostro perdono.

Quando arrivammo egli era completamente ubbriaco ed i suoi fidi in parte. La nostra guida, un povero cretino, presenta la lettera del re in cui dice: _ti invio nove prigionieri, metti loro le catene e mandali alla montagna_; e non aggiunge altro a nostro riguardo.

Questo _qui-pro-quo_, i fumi dell'ubbriacatura che confondevano la mente e offuscavano la vista, il desiderio degli altri ajutanti e seguaci di mettere in catene dei bianchi, ciò che pareva loro gran merito, tutto questo insomma fu la causa dello sbaglio e del fatto avvenutoci. Passata un po' l'ubbriacatura, avuti maggiori ragguagli dalla guida, ricordatosi che lui stesso aveva domandato questi bianchi che stavano al campo del re, tornò a miglior consiglio.

Per buona fortuna nella lettera del re non era detto di fucilare i prigionieri, chè altrimenti, nè la mente rinfrescata, nè gli schiarimenti della guida avrebbero valso a rimediare alla pena che ci sarebbe stata inflitta.

Fummo subito regalati di una vacca, un montone, pane, _tecc_, miele, burro, ecc., e l'emozione in generale non aveva poi avuto grandissima influenza sull'appetito.

Vorremmo partire la mattina dopo, ma il _ras_ ci prega restare, dicendo ci vuole almeno una giornata suoi ospiti per mostrargli che non conserviamo rancori per l'avventura di ieri; ma in fondo il vero motivo è che teme che noi ritorniamo direttamente dal re a fare le nostre lagnanze, ed egli vuole prima spedire un corriere con una sua lettera in cui dà ragione dell'equivoco e implora la sovrana grazia. Per quanto instare si faccia, mostrando che una giornata per noi è preziosa e può avere grandi conseguenze, non ci è dato liberarcene e ci è forza rassegnarci a restare. Passiamo la giornata visitando l'accampamento che in piccolo è una ripetizione di quello di Debra-Tabor, e ricevendo visite da diversi capi e ufficiali che fingono dolersi del fatto accadutoci. La sera siamo invitati dal capo. Pronti ad una ripetizione del ricevimento di ieri, lo troviamo invece nella stessa gran capanna, ma steso su alcuni tappeti, avanti un gran fuoco, circondato dai soliti grandi che per turno si rubavano l'alto onore di accarezzargli piedi e gambe, leggermente ubbriaco di _tecc_ che ci fa servire in abbondanza, non trascurando di continuare anche da parte sua a vuotarne delle intere bottiglie. Ci rivolse mille domande sul nostro paese e sui nostri usi e costumi, ma il discorso volse specialmente sulla poco cordiale accoglienza fattaci al nostro arrivo, e disse che noi potevamo essere paragonati a Gesù Cristo, e lui al diavolo, che era stato ben cattivo, che si riconosceva per un vero bue, e così trascese ad appropriarsi tanti e tali epiteti che, per quanto si riconoscesse peccatore e lo confessasse, mostravano certo in lui maggiore mancanza di dignità che vero buon cuore e schietto rimorso.

_Mercoledì 25._ Alle nove lasciamo questa poco simpatica residenza, e volgiamo a nord-est, attraversando continuamente pianure coltivate, alternate a colline, coperte da folta vegetazione; paesaggio in complesso bello e grandioso. Alle due ci si presenta il Gondar disteso sui versanti di un'altura, ai piedi della quale sorge una borgata abitata da mussulmani, e il ciglio è coronato da un ammasso di costruzioni alte e rettangolari, dall'aspetto di castelli, di torri, di mura merlate; sono gli avanzi dei palazzi portoghesi.

Gondar, l'antica capitale dell'impero, sorge a 12°, 36' lat. settentrionale e 35°, 11' long. est, e l'altura che gli è per così dire base, è bagnata da due corsi d'acqua, l'Anguereb all'est e il Kaha all'ovest, che a poca distanza si riuniscono e vanno a versare le loro acque nel lago Tzana. L'attuale città non differisce punto da tutti gli altri villaggi d'Abissinia, sia pel genere delle costruzioni, sia per l'irregolarità e il sudiciume delle vie; solo la popolazione non è molto agglomerata, le capanne divise a diversi gruppi, lasciando così molti spazii liberi che potrebbero dirsi piazze, e permettendo che molte piante vi possano così allignare. È la città della fede per eccellenza, chè oggi vi si contano quarantaquattro chiese che come edificio non offrono nulla di rimarchevole, ma riposano sempre all'ombra di grossi alberi. Il quartiere più ordinato e pulito è quello che sta al basso, riservato ai mussulmani e per questo chiamato _Bet-islam_; vi godono di piena libertà e sicurezza, ma non hanno facoltà di erigervi moschee. La cosa più attraente di Gondar sono certamente le rovine che si distendono ad occupare tutta la parte superiore dell'altura. Le costruzioni sono opera dei Portoghesi e datano dal secolo decimosesto; sono tutte racchiuse entro una cinta ovale, in parte merlata, che di quando in quando offre larghe aperture con arcate.

Gli edificii sono parecchi, in parte isolati e in parte collegati fra loro; tutti rettangolari, cogli angoli spesso terminati a torri quadrate o circolari. Il tempo e lo spirito devastatore hanno molto distrutto, ma in alcuni, e in quello detto il palazzo dell'Imperatore che è anche il più vasto, si conservano ancora perfettamente le scale, alcune porte, soffitte, e vi si vedono le aperture dei trabochelli che nei pavimenti o negli spessori delle mura portano dai piani superiori ai sotterranei. Tutto porta traccie dell'incendio che fu uno degli ultimi sfoghi delle pazzie e degli spiriti perversi di re Teodoro. Le principali mutilazioni di questi monumenti storici sono però dovute alla madre di _ras_ Ali, la rinomata _Iteghè Menéne_, che, furiosa dell'impopolarità della sua famiglia, volle distruggere parte di questi edificii, dicendo: dacchè non dobbiamo lasciare monumenti del nostro potere, è inutile che lasciamo sopravvivere quelli degli altri.

La nessuna proprietà, in generale, dei terreni, la facilità del costruirsi le abitazioni, la mancanza di suppellettili da trasportare, forse il poco attaccamento alla casa paterna che è nel carattere delle popolazioni, le continue guerre che trascinano vagabonda pel paese gran parte delle sue genti, e cento altre cause forse, rendono difficile lo stabilire una cifra di censimento per gli abitanti di una città. Così per Gondar vediamo Bruce stimarne la popolazione fino a 30,000 anime, D'Abbadie a circa 12,000, e Rüppel che vi fu a non grande distanza da quest'ultimo a 6,000. A me dissero 8,000; lo ripeto senza farmene per nulla responsabile, tanto più che un altro Abissinese è capacissimo di dirvi la metà o il doppio. Gondar è sempre la città commerciale per eccellenza in Abissinia, e per tradizione e per la sua posizione, facendovi punto le carovane che provengono dal Goggiam coi prodotti delle provincie Gallas, e da qui partendo per le diverse vie di Adua e Massaua, oppure Metemma e quindi Cartum o Suakin per Kassala.

M'avrebbe interessato assai di fermarmi qualche tempo a vivere della vita abissinese e visitare un po' minutamente le rovine portoghesi, ma le maledette piogge parevano dirci: avanzate, avanzate, che siete agli ultimi, e la mattina del giovedì 26 rimontammo quindi a mulo per metterci seriamente sulla via del ritorno.

[Illustrazione: Rovine degli antichi palazzi portoghesi a Gondar]

L'elevazione di Gondar mi risulta di 2300 metri.

Il giovedì 26 facciamo i saluti al compagno Bianchi che da qui torna al campo reale per passarvi col Naretti il cherif, e rappresentarvi in certo modo il Comitato milanese di esplorazione, nella speranza di potervi seriamente trattare col re qualche affare ed ottenere in seguito di visitare e studiare commercialmente il Goggiam o lo Scioa, e noi proseguiamo a nord-est attraverso montagne verdeggianti, e seguendo una strada tracciata da Teodoro, quando voleva fare del suo paese una nazione civile e del Gondar la gran capitale. Si direbbe che avuta da natura una mente elevata, un carattere ardito ed un cuore che non conosceva ostacoli a soddisfare la propria ambizione, tutta la parte che era a lui destinata di bontà e malvagità si concentrarono, per segregarsi l'una dall'altra e svilupparsi coll'impeto che doveva esser proprio d'ogni sua azione. Così dapprima concepì idee civilizzatrici di gran lunga superiori al possibile e volle tentarne l'effettuazione, ma fu subito assalito dallo svilupparsi del secondo elemento, l'istinto perverso, cui non potè esser freno ragione nè educazione, vestì il carattere di pazzia e gli fece commettere quegli eccessi che rovinarono il paese e furono causa della sua miseranda fine.

Verso le tre ci fermiamo ad un piccolo villaggio presso la chiesa Georgis a 2950 metri.

Continuando il venerdì 27 in un vero parco inglese dove la grandiosità è sconfinata e la natura non studiata nè inventata, ma quale solo il tempo ha creata, incrociamo dopo circa quattro ore di cammino la via tenuta nell'andare a Debra-Tabor, e volgendo più ad est attraverso estesi bacini a pascoli e coltivo, saliamo verso le tre un colle che spicca fra gli altri e alla vetta del quale è la residenza di _degiatch_-Semma figlio di _ras_ Garamaden, giovane simpatico che ci usa mille riguardi e mille cortesie, trattandoci come si usa trattare fra amici in Europa, mostrandosi beato di vederci e di poterci ospitare. Tutto il resto della giornata volle che stessimo con lui, ci destinò una capanna vicina alla sua, volle prendessimo parte alla sua refezione. Entusiasta delle nostre armi chiese poter fare qualche tiro, e più di una volta colpì perfettamente a palla uno dei nostri cappelli messo come bersaglio a discreta distanza. La contentezza di questo giovane e l'ammirazione dei suoi non aveva più limiti e ci dichiarò che sarebbe il più felice dei mortali se dall'Italia gli mandassimo un fucile simile. Il buon Ferrari, intenerito dal trovare un'accoglienza veramente schietta e cordiale, prese a due mani il suo cuore sempre grande e sempre aperto, e volle far dono della sua fida arma. Vera eccezione fra gli Abissinesi, si dovette insistere per farla accettare.

Dirò ora che la parola _ras_ tante volte usata significa _capo_, è araba e fu introdotta e si usa sempre oggi in Abissinia. _Degiatch_ corrisponde a governatore con pieni poteri conferiti dal re.

Siamo pregati di restare ospiti per qualche giorno, ma ci è impossibile, quindi il giorno appresso proseguiamo per la nostra via, ritroviamo quella percorsa nell'andata, nelle vicinanze di Ciambilghé, che lasciamo alla sinistra, per raggiungere il villaggio di Dewark, a circa 3000 metri di elevazione. Il villaggio è costituito da due aggruppamenti di capanne poste a qualche distanza, ma distinte collo stesso nome. A poca distanza dalla frazione più a nord, già accampammo nell'andata, ora abbiamo preso stanza all'estremità opposta.

Per essere più lesti viaggiamo senza provvigioni nè tende, e solo abbiamo presa una piccola tenda nera, come si fanno allo Scioa, pei casi estremi. Siamo quindi costretti di ricoverarci tutte le sere ai villaggi, e chiedere una capanna, e farci dare col mezzo della guida del re o più spesso col mezzo dei nostri talleri, quel che si può trovare non per mangiare, ma per vivere. Come si stia la notte in questi tuguri con ogni sorta di compagnia, e cosa si debba ingojare, risparmio descrivere per evitare un disgusto. La stanchezza e l'appetito rendono però soffice qualunque giaciglio e gustoso qualunque cosa sia materialmente mangiabile; la necessità fa trovare superflua la maggior parte delle cose che si ritengono necessarie, e si capisce allora quanto di inutile abbiamo nelle nostre abitudini, e quante pene e quante noje ci procuriamo per soddisfarle.

La domenica 29 siamo svegliati dal grido di _el matera, el matera, cavaga_, la pioggia, signori, che i nostri servi ci fanno intendere, sapendo quanto ci stesse a cuore questa brutta compagna, perchè nojosa nel viaggio e più che per questo, perchè gonfiando il Taccazè potrebbe tagliarci la via al ritorno. Una fitta pioggia aveva infatti durato tutta la notte e ancora continuava, ma bisogna prendersela con disinvoltura, sellare le mule e come splendesse il più limpido sole, mettersi in cammino. Ci avviciniamo alla gran catena del Semien, e diamo scalata ad un'altura ertissima dove il terreno bagnato rende il salirvi doppiamente faticoso e per noi e per le mule. Il cammino continua poi molto accidentato in continue discese e salite; per lungo tratto corre anzi su di una via dove la mano dell'uomo rese possibile il percorrere il versante di un enorme vallone, da dove durante qualche lucido intervallo in cui il vento ci libera per pochi istanti dalle moleste compagne, la pioggia e le nebbie, si intravedono valli scoscese e pareti rocciose di monti a profili orizzontali, interrotti da guglie. Siamo in una regione veramente alpestre, dove un vero sistema costituito, per così dire, di catene montuose surroga quel caos di natura sconvolta che percorremmo nell'andata, più al basso parallelamente a questa altezza. Frequenti corsi d'acqua gonfi in questa stagione abbiamo a guadare, e dopo una giornata veramente campale ci fermiamo verso il tramonto chiedendo ospitalità a poche misere capanne a 3450 metri d'elevazione.

_Lunedì 30._ Saliamo sempre attraverso terreni coltivati e pascoli, fino a raggiungere lo spigolo di una catena che davanti a noi, dal versante nord, si presenta scendere a picco, determinata da una di quelle pareti verticali basaltiche, tanto caratteristiche di queste formazioni e di questo paese. Per un sentiero da camosci discendiamo o meglio precipitiamo fino a raggiungere un terreno meno ingrato; costretti di marciare a piedi, anzi di ajutare qualche volta le mule che affievolite dagli stenti e intimidite dal pericolo si rifiutano di continuare, nell'acqua fin quasi alle ginocchia, chè il poco sentiero raccoglie lo scolo del versante, e sotto una continua pioggia dirotta, avanziamo taciti e pensierosi, preoccupati dal caso di non poter passare il Taccazè e di dover quindi forse rifare questa strada fra pochi giorni, e in condizioni ancora peggiori, ma animati dalle speranze del caso contrario, e di poter quindi essere fra qualche giorno rassicurati che ci sarà libera la via del ritorno. La fitta nebbia continua ci toglie oggi quasi ogni vista sulle regioni più elevate, e solo di quando in quando si scorge al basso il passo di Wogara e parte della via che percorremmo per arrivarvi. Verso le quattro ci fermiamo ad un piccolo villaggio a 3350 metri. Gli abitanti sono tutti pastori che coltivano quel poco di grano che basta pel loro pane, ma il benessere, se benessere conoscono in questo paese, lo ricavano dal bestiame. Sono piuttosto poveri, ma cordiali ed abbiamo certo a lodarci di loro meglio che di tutti gli altri abitanti d'Abissinia. L'elevazione non permette vegetazione alcuna e solo vi allignano pascoli, per cui nemmeno pel fuoco si può aver legna, e per l'uso degli abitanti essicano nell'estate lo sterco vaccino, e lo conservano come combustibile. Questo non dà fiamma, poca bragia e lascio pensare quale fumo puzzolente, e per noi che si arriva la sera inzuppati d'acqua fino alle ossa, non è certo di gran risorsa. Pure, così come siamo ci si sdraja per terra, e con una pelle da bue per tutto letto, e poco meno che nel fango, si aspetta la mattina: si riposa benissimo e la nostra stella ci preserva da qualunque male.

_1.º Luglio._ Si sale sempre percorrendo i pascoli stesi su una striscia di piano inclinato che forma quasi gradino fra due pareti verticali di roccia. Sono sparse masse di piante simili ad _yuka_, dalla foglia più larga e grigiastra. Il tempo è un po' migliore, chè il vento ritiene di quando in quando la pioggia e siamo invece accompagnati da un freddo intenso. Giunti a 3950 metri ci si presenta una precipitosa discesa che è forza percorrere a piedi: bisogna alle volte lasciarsi sdrucciolare su nuda roccia bagnata, dove è miracolo che le mule possano reggersi. Raggiunto il fondo della valle seguiamo il torrente impetuoso che replicatamente attraversiamo. La vegetazione è foltissima e rivediamo, man mano si va scendendo, tutte le varietà di piante che allignano alle diverse altezze e che già ci furono compagne; fra queste abbondano gli esemplari del cusso e stupendi lauri. È tale l'intreccio dei rami, che si cammina in una vera galleria di verde ed è impossibile stare a cavallo, che anzi spesso siamo obbligati di sollevare tronchi che sporgono orizzontalmente per lasciarvi passare i nostri quadrupedi. Questi sono sfiniti dalla fatica e dal digiuno; non hanno tempo a pascolare il giorno e non lo possono la notte, chè piove e l'erba è troppo inzuppata d'acqua, per cui appena possono reggere con biade e orzo che cerchiamo procurar loro quando se ne trova. Due già li lasciammo sfiniti per la strada ed un terzo comincia ora a mostrarsi impotente a proseguire; ad ogni passo cade. La notte arriva, un acquazzone indiavolato ci sorprende; siamo in un fitto bosco e senza sapere a quale distanza sia il primo villaggio. Nessun mezzo serve più a ravvivare almeno momentaneamente ed apparentemente le forze della mula, quindi la lasciamo a farsi finire dalle jene nella notte, diamo a portare ai servi parte del carico e parte lo lasciamo pel primo che avrà la fortuna di trovarselo, e a notte fatta raggiungiamo alcune capanne a 2600 metri. Di mangiare già non se ne parla, e basta qualche po' di farina, del pane acido del paese e del berberia per far tacere le esigenze dello stomaco. È fortuna rara quando si arriva a trovare una capra, e si ha il tempo di ammazzarla ed abbruciarne un po' le carni per divorarle, come fossimo diventati anche noi abissinesi.

Il due luglio continuiamo a discendere la lunghissima vallata; grandiosissimo il panorama che si svolge alle nostre spalle, delle montagne che veniamo d'attraversare e che hanno tutta l'apparenza d'inacessibili. Al tramonto arriviamo laddove la gran catena che fiancheggiamo muore, per dar luogo ad un vastissimo orizzonte. I profili dei monti sono belli ed originali avendo sempre l'apparenza d'essere coronati da torri e da castelli in rovina; la vegetazione scarsa, tranne in qualche punto, e credo a causa delle sostanze minerali, specialmente rame, che si vedono sparse nelle rocce. Il tempo ci favorisce, chè per quanto circondati da continui temporali, pochi arrivano a regalarci le ultime loro grazie.