Abissinia: Giornale di un viaggio

Chapter 16

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Cominciarono i dignitari di Corte a venir a visitare Naretti, congratulandosi pel suo ritorno, e dragomanno, e tesoriere, e cerimoniere stavano con noi quando udimmo cinque colpi da cannone. Sarebbe ridicolo l'appropriarcene l'onore, che non avendo noi veste ufficiale, anche il re d'Abissinia non consuma la sua polvere per festeggiare l'arrivo di gente che non sa chi sia; ma amici di Naretti e da lui introdotti alla presenza reale, ci fece gran piacere questo segno di distinzione a suo riguardo e ci confortò dell'impressione fredda del primo ricevimento, che ognuno aveva provata, ma che nessuno osava esser primo a confessare. Abbiamo poi subito saputo che la freddezza è nel carattere di re Giovanni, che d'altronde era preoccupato e per la sorpresa del nostro arrivo inaspettato, e per una sentenza che suo malgrado aveva dovuto dare la mattina, e che si eseguiva appunto quando noi arrivavamo, tagliando mano e piede ad un ladro. Ci aggiunsero anzi che pel nostro arrivo erano già destinati cento soldati ad incontrarci e riceverci con salve di moschetteria.

Il prete di un villaggio ove accampammo uno dei giorni scorsi, viene a domandarci mille scuse, perchè sapeva che i suoi parrocchiani non ci avevano trattati come si conveniva, e in segno di perdono ci offre due vacche; viene l'incaricato dal re pei nostri viveri e ci porta pure tre vacche, trenta coltelli di ferro da restituirsi alla partenza, trenta candele del paese, vasi di tecc, berberia, burro, miele, pani in grandi cesti; e ogni recipiente portato da un servo e coperto da un cencio rosso. La scena, per sè, il saperci ospiti del temuto re dei re, l'originalità dell'ambiente erano tutto quello di più solenne e di più fantastico che si possa immaginare, e certo il momento sarebbe stato anche commovente, se la forza alle lagrime non avesse mancato pel grande appetito che tutti ne abbatteva in mezzo a tanta abbondanza.

[Illustrazione: Il nostro accampamento presso Re Giovanni, a Debra-Tabor]

CAPITOLO X.

Il nostro trattamento offerto dal re.--Gli schiavi.--Presentazione dei doni al re.--Risposta arguta.--Debra-Tabor.--Corsa di cavalli.--Ritratto del re.--Una refezione da Sua Maestà.--Partenza pel lago Tzana.--Corata.--Accoglienza poco cordiale.--Il lago.--Il Nilo Azzurro.--Ponte portoghese.--Ritorno al campo reale.--Un tribunale presieduto dal re.--Decisioni pel ritorno.

_Martedì 21._ Giornata di riposo dalle fatiche e dalle emozioni di ieri. Naretti è ricevuto dal re che si mostra piuttosto ben disposto a nostro riguardo e fissa a domani il nostro ricevimento ufficiale con presentazione dei doni. Nella giornata è un continuo andirivieni di visite, delle quali parecchie sono seguite da doni per Naretti, di vasi di tecc o vacche. Abbiamo già una massa di queste bestie che da noi rappresenterebbero un capitale. La razione fissata per noi dal re, consiste ogni giorno in due o tre vacche, 300 pani, tre vasi di tecc, tre di miele, di burro, di berberia, trenta candeline, pelli piene di farina, di grano, di biade per le mule, fieno, fasci di legna. E tutto questo portato da una sequela di miserabili schiavi maschi e femmine, che lavorano pel servizio del re e del suo seguito e ricevono nutrimento e qualche cencio di quando in quando per coprirsi.

Sono poco meno che nudi e i pochi panni che li coprono sucidi e cenciosi da far ribrezzo, nerissimi, perchè provenienti dai paesi gallas, e forse fatti schiavi da questi all'interno, e generalmente scarni e avviliti. In Abissinia non è permessa la schiavitù, ma sono tollerati gli schiavi; questi, ad esempio, sono regalati dai vassalli dello Scioa e del Goggiam; il re li tiene come servi che attendono ai più bassi mestieri e non sono ammessi in sua presenza. Questa lunga fila di miserabili che con passo grave entrano portando ognuno sulla testa il proprio fardello coperto da panno rosso, lo depongono al suolo, e, mentre il loro capo fa la consegna, stanno avidi aspettando il pane che ad ognuno di loro si regala, formano uno di quei quadri, imponenti quando riprodotti sulle scene di certi teatri, e che qui ha la grandezza e la vita della realtà. Grandi chiacchiere faccio con Maderakal, il dragomano del re, suo segretario e sedicentesi ministro degli affari esteri. Quando Lefèvre viaggiava l'Abissinia, Ubiè che allora era re gli diede questo giovane per guida, e gli permise poi di portarselo in Europa, dove visse parecchi anni in Francia e in Inghilterra. Tornato al suo paese, parlando passabilmente il francese e un pochino l'inglese, fu addetto alla Corte di Teodoro, ed uno dei dodici fatti prigionieri a Magdala a fianco al cadavere del suo Sovrano; poi passò al servizio di re Giovanni.

_Giovedì 22._ Verso le nove siamo chiamati a Corte e ricevuti, dove lo fummo anche l'altra volta; il re stava ancora seduto sul suo divano, e nella capanna erano una diecina dei suoi fidi e dipendenti. Entrati, facciamo un inchino, ci porge ancora la mano, ci fa dare il _buon giorno_, poi cominciamo la presentazione dei doni che il comitato milanese gli invia: un fucile della nostra armata con cartucce, due revolvers, un letto da campo in ferro, cuscino in seta rossa con corona reale ricamata, veluti, damaschi, panno di vario colore, fazzoletti di seta, saponi variati, candele, fiammiferi, diversi oggetti in gomma, briglia con striglia e spazzole pei cavalli, bottiglie di cristallo lavorato, alcune piene di liquori che ci invitò ad assaggiare noi, perchè _fidarsi è bene e non fidarsi è meglio_. Durante tutta la presentazione, con Maderakal che faceva da interprete per le spiegazioni necessarie, il re stette freddo e impassibile, e sempre con mezzo viso coperto dallo scemma; solo mostrò un po' di sorpresa e forse anche di soddisfazione allo spiegare il letto da campo e il cuscino che si gonfiava soffiandovi. Con poche parole ci ringraziò e licenziò per far entrare i due svedesi protestanti, che regalarono una pendola e un ombrello di seta rossa, privilegio del re in questo paese. Maderakal mi tradusse il dialogo che ebbe luogo e che qui riporto, perchè mostra il tatto e la finezza di re Giovanni. «Cosa veniste a fare, o signori, in queste terre?» così fece loro domandare.

«A spiegare il Vangelo,» risposero.

«Il Vangelo è uno, Dio è uno, la fede è una; io ho chiese, io ho vescovi, io ho preti, e questi sanno benissimo insegnare da loro il Vangelo al mio popolo. E a chi dunque vorreste più propriamente insegnare il Vangelo?»

«Agli ebrei, ai musulmani...»

«E non avete ebrei nel vostro paese?... e venendo qui non vi siete accorti di attraversare un paese tutto di mussulmani?... come mai non pensaste di fermarvi fra loro a spiegare il Vangelo? Io accetto volontieri negozianti, viaggiatori, lavoranti in tappeti, in sete, in armi, operai che lavorano il legno, ma non gente che vuole immischiarsi nella religione del mio popolo...»

Non so quale effetto avrà loro fatto questo dialogo, ma credo ne devono esser rimasti poco soddisfatti.

Il villaggio di Debra-Tabor è a poca distanza dal campo reale, che assunse questo nome come quello del più vicino paese, ma il nome propriamente del colle sul quale è piantato il reale accampamento è Gafat, e si eleva 2700 metri sul mare.

Il re Ali fu quegli che scelse questa posizione quasi a capitale del regno, come il punto più centrale delle tre provincie principali, dell'Amara, dello Scioa e del Goggiam.

Non vi fu mai fatto per altro nessun edificio che possa in certo modo materialmente stabilirla come capitale del regno, la quale credo che il giorno che la pace parrà dominare in Abissinia, se pure quel giorno verrà, tornerà a stabilirsi a Gondar.

Vediamo un giorno in un punto della pianura una massa di gente e di cavalli, un insolito movimento; è il re che sta facendo le corse, per cui scendiamo subito. L'ambiente è molto pittoresco; una massa di spettatori delineano come il contorno dell'arena; sulla sinistra, sotto alcune acacie, diversi gruppi di _grandi_ artisticamente avvolti nei loro manti e circondati da servi e seguaci armati; rimpetto a questi il re, all'ombra di un ombrello rosso con frange d'oro sorretto da un servo, e seguito dal numeroso suo stato maggiore; un paesaggio vasto, incantevole, un sole splendido, un cielo del più puro azzurro.

Le corse consistono in sfide parziali di cinque, sei, sette o più cavalieri che galoppano contro una schiera di altrettanti nemici, e giunti all'altezza opportuna, gettano con meravigliosa destrezza un bastone che tien luogo di lancia, e rivoltano precipitosamente il cavallo in ritirata; la parte avversaria cogli scudi si difende dalla grandinata di lance, che vede venire in sua direzione, e quindi insegue il nemico che a sua volta fuggendo è obbligato con destri movimenti del cavallo o collo scudo suo a difendersi dagli attacchi.

È veramente ammirabile la destrezza colla quale girano il cavallo a corsa sfrenata, e intanto si difendono col rivolgersi a vedere da qual parte sopraggiunge il nemico, portando lo scudo da destra a sinistra, dall'avanti all'indietro, dal basso alla testa.

Il re di quando in quando monta a cavallo e fa un giro gettando la sua lancia che molti si fanno premura di raccogliere, cui però nessuno osa rispondere. Belli i cavalli, belli i cavalieri, belle le manovre, pittoreschi quanto mai questi scemma elegantemente gittati sulle spalle e che svolazzano correndo, questi scudi ornati da placche d'argento, queste camicie o manti di distinzione in seta a colori diversi e vivaci, queste bardature ornate con pelli, stoffe o metalli, questi collari a fettucce scendenti in pelle di leone, di leopardo o d'altro, a seconda del grado di distinzione, queste teste brune e ardite, cui aggiunge ancora maggior tipo la pettinatura propria ai guerrieri. Un misto di selvaggio, d'orientale e di medioevale, qualcosa che ricorda la descrizione della sfida di Barletta e il quadro che ad illustrazione ne fece lo stesso d'Azeglio. Scene grandiose che volendole descrivere portano confusione, ma che lasciano un'impressione indelebile.

Alla partenza fu pure fantastico il seguito del re di centinaia di cavalieri e di migliaia di soldati che confusamente lo seguivano galoppando, correndo, gridando. Salutammo S. M. che gentilmente ci rispose portando la mano al fronte.

Le distinzioni concesse dal re ai suoi soldati per fatti militari, consistono in collari con lunghe fettucce scendenti, oppure larghe strisce che si portano unite allo scudo, in pelli d'animali diversi, e dalla qualità di queste dipende il grado di distinzione. Così primo è il leopardo nero, riservato alle teste coronate, poi il leone, il leopardo comune, la capra bianca o nera.

I giorni passano presto e interessanti, chè girando l'accampamento, ad ogni passo si entra a far visita a qualche _grande_ o capo religioso o militare, e sempre vi sono quadri nuovi, sempre nuovi costumi ad osservare. Anche noi riceviamo spesso visite e queste sono piuttosto monotone e noiose, chè tutti vogliono medicine o regali di qualche camicia od oggetto qualunque, e sempre bisogna fare esposizione di tutto quanto abbiamo. Quello che desta maggior interesse e ammirazione sono le armi e fra queste una bella carabina americana, semplice ed elegante, a ripetizione, sistema Winchester, che avevo portato per mio uso. Ne fu parlato al re e fui pregato mostrargliela, anzi, mi si fece capire che avrei dovuto fargliene dono. Mi doleva privarmene, ma bisognava rassegnarsi, d'altronde il dolore del distacco era mitigato dalla compiacenza di presentarla a chi m'aveva ispirato un certo senso di simpatia. Aggiunsi allora al dono un revolver molto bello che tenevo appunto per una simile occasione, e la mattina della domenica 25 fummo invitati a presentarci a Sua Maestà. Ci riceve nella capanna grande; rimpetto all'entrata, a sinistra, sta il re sul suo solito divano posto davanti al trono; a pochi metri su un tripode quadrangolare di ferro ardono legne odorose; a destra, lungo la parete, colle teste rivolte al centro, sono i cavalli e le mule di S. M.; attorno tutti quanti i dignitari di Corte e i grandi ufficiali; il suolo è tutto sparso di erbe fresche.

Si fa la presentazione delle mie armi che parvero molto gradite; presa la carabina fui invitato a mostrarne i movimenti che il re ammirò e subito comprese; la caricò e mi pregò andare sulla porta e sparare il primo colpo; vedendo il revolver disse: questo è lavoro italiano, perchè, come mostrò, ne teneva un altro dello stesso sistema donatogli da re Menelik che lo aveva avuto dal nostro capitano Martini. Dissi una bugia, ma lasciai che ritenesse questa buona opinione delle industrie nostre.

Il re era questa volta più animato del solito e ne potemmo distinguere tutti i lineamenti; la testa pettinata a trecce in cui è conficcato uno spillone d'argento; pochi baffi corti e poca barba sotto il mento, fronte molto fuggente, occhio penetrante, naso leggermente aquilino, sorriso benevolo, ma serio; zigomi assai pronunciati; in complesso i tratti piuttosto caratteristici e fisonomia cordiale, ma severa; ha 44 anni ed apparentemente tanti ne mostra.

Fra i suoi fidi spiccavano la simpatica figura di _ras_ Alula, governatore in capo del Tigré, e quella di Woldi Michael, il famoso rivoltoso che per tre anni tenne la rivoluzione nell'Amassena, ed ora da pochi mesi si è sottomesso al suo sovrano.

È vecchietto, affabile, apparentemente aperto di modi, ma l'occhio tradisce in lui la coscienza di meditare quello che non confessa. Quando re Giovanni se ne impossessò, invece di castigarlo volle essere generoso, gli perdonò il passato per le promesse di un avvenire di fedeltà e di devozione, e lo nominò governatore della provincia che lui stesso tenne sollevata e in armi per tanto tempo, ma lo confidò alla sorveglianza di _ras_ Alula, e come pegno della sua sincerità ne tenne il figlio addetto alla Corte.

Il re ci fece sedere a fianco al suo divano, e sparsi nella capanna si disposero a gruppi tutti gli altri presenti. Entrò una sequela di servi con grandi panieri di pani, vasi di tecc, bottiglie, e ad ogni gruppo fu destinato un paniere e distribuito ad ogni individuo un coltello; col solito sistema servirono poi la pasta di berberia, una prima portata di carne cruda e una seconda di bue abbrustolito, e di abbondanti libazioni di tecc, usandoci il riguardo di servirlo a noi nelle bottiglie che noi stessi avevamo regalate. Ognuno colle proprie mani principiò a staccare i pezzi di carne che meglio gli confacevano, e una massa di servi intanto andava e veniva rinnovando sempre bibite e portate. Il re non mangiò, ma continuò a discorrere coll'uno e coll'altro, esaminando e compiacendosi delle nuove armi.

Era bella la scena e stupendo il contrasto di questo ricevimento in una capanna di paglia, reggia del re dei re che con un cenno tutto può nel suo regno, misti alle sue mule e ai suoi cavalli, seduti a terra su dell'erba o dei tappeti europei, mangiando colle mani della carne cruda, ai piedi di un trono coperto con sete, damaschi, e ricami in argento, in presenza dei più grandi dignitari di Corte e del paese, frammischiati ad una massa di servi tutti quanti scalzi, tutti quanti coperti dal semplice scemma, spesso piuttosto sdruscito, sempre molto sudicio.

Si mangiò, e la conversazione proseguì ancora dopo che i cesti dei pani furono levati, e si continuò a servire tecc, finchè un usciere gridò alcune parole che fecero sortire tutti quanti, e per ultimi noi che con un inchino ci licenziammo da questo interessante e cordiale banchetto.

Le piogge hanno incominciato, e prima che il forte ci sorprenda vorremmo vedere quanto ancora ci interessa, per poi metterci sulla via del ritorno. Si stabilisce quindi che chi deve interessarsi di affari commerciali vi attenda per proprio conto, mentre Ferrari ed io andremo a visitare il lago Tzana, e il Nilo Azzurro; Legnani ci sarà compagno, e tutti ci riuniremo a Debra-Tabor ancora, per tornare dal Galabat visitando sulla strada il Gondar.

La mattina del martedì 27 il re ci manda a chiamare, e tenendosi al fianco uno dei capi della chiesa, ci riceve insieme ai protestanti: vuole la presentazione di quelli fra noi che partono per affari commerciali per la via del Goggiam, e di quelli che se ne vanno alle rive del lago Tzana, ci augura il buon viaggio, aggiungendo che tutto già pensò per le guide che ci devono accompagnare. Fa poi dire ai protestanti che non mutò consiglio dalla prima udienza che loro concesse, ed ingiunge che in giornata partano per raggiungere Massaua al più presto possibile, con una fermata di non più di tre giorni in Adua, assicurandoli che lungo tutta la via godranno della maggiore sicurezza. Saputo da Naretti che gli oggetti che gli avevano regalati potevano valere da cinquanta a sessanta talleri, ne diede loro cento, dicendo non se ne offendessero, che non intendeva con questo pagare i loro doni, ma solo compensarli delle spese di un viaggio fatto inutilmente.

Alle due, il cerimoniere di corte ci presenta la nostra guida assicurandoci che provvederà a tutto quanto ci sarà necessario, e ci raccomanda pazienza colle popolazioni se alle volte vorranno insultarci dandoci del _turco_. Ferrari, Legnani ed io volgiamo a sud-ovest, attraversiamo per lungo tratto l'accampamento, passiamo ai piedi dell'altura sulla quale sta la chiesa del Salvatore con gran sfarzo cominciata da Teodoro, proseguiamo, discendendo entro un vallone, più ad ovest, ed alle cinque la guida ci consiglia fermarci presso alcune capanne, dicendo essere lontani altri villaggi. La sera ci portano pani, burro, uova, birra e una gallina.

_Mercoledì 28._ Discendiamo per vallate assai popolate e coltivate, verdeggianti di pascoli e di folta vegetazione. Predominano acacie, lauri, gelsomini, rose, muse e cento altre varietà che non so qualificare. In molti punti il sentiero è cattivo sia per la ripidità, sia per le pietre e i rami che lo ingombrano e non permettono di passarvi sotto a cavallo. Alle due, in un punto ove la vallata si allarga, vediamo molta gente radunata ad un mercato: ci fermiamo per comperare del caffè, ma la nostra apparizione produce un tal panico che tutti i venditori raccolgono le loro merci e se le portano via lasciandoci pienamente padroni del terreno.

Mezz'ora ancora, e facciamo sosta al villaggio di _Dora_ a circa 2100 metri. Il capo ci si mostra cordialissimo e vuole che accettiamo una capanna per la notte, amabilità troppo spinta, chè preferiamo la tenda, ma il rifiuto sarebbe offesa. Notte infernale: abbiamo a compagni una raccolta di donne, uomini, bambini, cani, gatti, galline, e una miriade di insetti d'ogni specie che non ci lasciano chiudere occhio; io per di più soffro immensamente all'indice della mano destra, che da qualche giorno ha cominciato a tormentarmi.

La mattina seguente il capo del villaggio viene a complimentarci, e dichiara di volerci accompagnare qualche poco: sarà in parte effetto di cortesia, ma si deve un pochino anche attribuirlo al desiderio che ci espresse d'avere della polvere da fucile. Dopo un'ora di discesa vuole ci fermiamo all'ombra di un gruppo di palme per prendere del latte che fa portare da pastori suoi dipendenti. Attraversiamo quindi una vasta pianura, discendiamo per vallate attraversando diversi torrenti che mandano le loro acque al lago; abbiamo buona caccia di oche e gazzelle. Verso le quattro ci fermiamo presso alcune meschine capanne che non ebbero forse mai neppur l'onore del battesimo.

_Venerdì 30._ Larghe vallate con moltissima vegetazione: _ficus_ giganteschi, sempre le eleganti acacie, tornano gli alberi di gardenie. Scorgiamo il lago vastissimo, con qualche isola, attraversiamo fittissime boscaglie, e poco dopo mezzogiorno ci si presenta Corata, la capitale, per così dire, del lago Tzana. Essendo questa una città tenuta in conto di mezza santità, per le etichette usate ci fanno scendere da cavallo, consegnare i fucili ai servi ed aprire i nostri ombrelli, ciò che pare accresca la grandezza e la dignità, e così avanziamo verso il villaggio che si presenta grande, ben disposto fra folta verdura, su una altura che quasi a penisola si protende nel lago e ne delinea un piccolo golfo. Peccato che sia per bassi fondi, sia per le piogge del Goggiam, da dove vi scolano le acque, queste non appaiono troppo limpide. Il lago è assai vasto e sparso di parecchie isole fra cui alcune popolate e tenute in conto di sacre. La sua lunghezza è di quasi cento chilometri, per circa cinquanta di larghezza e quasi trecento di circonferenza. Il villaggio è originalissimo: ogni capanna è rinserrata in un cortile e circondata da folte boscaglie, e le viuzze tutte fiancheggiate da mura o da verdi siepi e ombreggiate da alberi giganteschi: crescono spontanei il caffè, la musa, le palme, il limone, il ricino che raggiunge grandissime proporzioni, parecchie dracene, gli aranci e mille altre varietà di piante rare per noi e che ben coltivate potrebbero esser fonte di grandi ricchezze e benessere. L'elevazione è di 1900 metri sul mare. Andiamo dal capo del villaggio che ci fa aspettare una buona mezz'ora fuori la porta, poi ci riceve nel suo cortile, seduto con grande importanza su una pelle da gazzella.

[Illustrazione: Corata--Lago Tzana]

Accoglienza fredda; non vuol riconoscere l'autorità della nostra guida. Lo riduciamo però a miglior consiglio, e come noi pensavamo stabilire qui il quartier generale per fare delle escursioni sul lago, domandiamo d'avere un _tucul_, disposti a pagarne l'affitto. Pareva le cose si disponessero per bene, quando arrivano un paio di preti a mettere dei bastoni nelle ruote; ci fanno perdere del gran tempo in discussioni, poi ci invitano di seguirli alla chiesa dove si deciderà. Vi suonano le campane e arriva una ventina di sacerdoti che cominciano a questionare fra loro e colla nostra guida. Le cose vanno per le lunghe e la pazienza scappa anche ai santi, per cui in modo risoluto faccio capire che sono disposto a pagare, ma voglio e subito una casa, altrimenti farò le mie lagnanze al re. Per tutta risposta mi dicono d'andarcene al lago a cacciare l'ippopotamo, che nel frattempo loro decideranno. Siamo stanchi, rispondo, e vogliamo riposare e non cacciare per ora, e pretendo mi diate una casa. Ci fanno allora accompagnare ad una capanna che ci dicono destinata, ma alcune donne strillano e non vogliono permetterci d'entrare: c'era un morto. Indispettiti torniamo alla casa del capo, piantiamo la nostra tenda nel suo cortile e dichiariamo che non ci muoveremo se non ci sarà data una buona abitazione.

I preti tornano e gridano; ma noi gridiamo più di loro, e ci mostriamo risoluti, finchè ci destinano un _tucul_, al quale andiamo senza fare alcun saluto a nessuno dei presenti.

Il capo, forse intimorito, viene subito a farci una visita e ci porta del pesce, galline, birra, pane e miele.

_Sabato 31._ Tanto antipatica e scortese è la popolazione, altrettanto simpatico ed originale è il villaggio, nel quale si incontrano frequenti avanzi di muraglie costrutte con grossi blocchi, ciò che mi fa supporre siano resti di una piazza forte dei Portoghesi. Il lago aggiunge maggior vita al paesaggio, e non possiamo abbastanza bearci della sua vista e della sua frescura, dopo tanti mesi che l'occhio nostro non trova più a riposare su una massa di questo simpatico elemento. Sono strane le barche usate, a forma di pantofola ricurva alla punta, e costrutte con grosse canne palustri strettamente legate fra loro con scorze d'alberi. Dalla spiaggia si vedono frequenti ippopotami che sollevano le loro enormi teste fuori dall'acqua per respirare.

Tutti si mostrano così inospitali e nel trattarci e nel provvederci di quanto fu loro ordinato dalla guida nostra, che decidiamo la partenza per domani, risoluti di fare al re un rapporto che guadagni il meritato castigo a questi scortesi sacerdoti.