Abissinia: Giornale di un viaggio
Chapter 15
Ci riposiamo fino alle due, poi proseguiamo e dopo una leggiera salita ridiscendiamo per seguire il corso di un torrente asciutto e tortuoso che attraversiamo almeno una dozzina di volte. Non abbiamo guide, e nessuno cui domandar consiglio quando ci troviamo ad una biforcazione della vallata; seguitiamo quindi dove ci pare più ragionevole dover essere la nostra direzione, ma il dubbio ci accompagna dello sbagliar strada. Passa un'ora, ne passano due e più, il cammino si fa sempre più cattivo e a cento doppii aumenta ad ogni passo il timore d'essere su falsa strada; la vallata ci appare chiusa e davanti ci sta un'ertissima salita che è pur forza superare, e a divagarci abbiamo parecchi incontri di grossissime scimmie. Dal colmo dell'altura si stende dietro noi un estesissimo panorama di tutto il territorio che attraversammo da Adua in qua; un vero ammasso di coni e di avvallamenti, perfettamente l'effetto di una carta geografica in rilievo. A sud la catena imponente del Semien che si protende verso ovest, dove ci sta dinanzi la parete quasi verticale del monte di Wogara che dovremo oltrepassare, e del quale ci fecero pitture così nere, dicendolo tanto erto che le mule cariche non lo possono salire, ed è forza farvi trasportare il bagaglio a dorso d'uomo. Discendiamo di pochi metri in un altipiano in gran parte coltivato, sparso di acacie e di enormi gruppi di gelsomini affratellati alle rose, e in fondo al quale sorge un'altura la cui vetta è coronata da piante e sul cui versante, a diversi gruppi è sparso un villaggio. Lì presso è piantata la nostra tenda che vediamo con somma gioia, perchè il sole volge al tramonto, e sempre abbiamo compagna l'ansia dell'esser fuori strada. Il villaggio è detto Dibbi-bahar, a 2200 metri. La posizione è bella, il pascolo abbondante, e ciò ci rallegra, perchè prevediamo che domani si dovrà fermarsi qui in attesa dell'altra carovana. È stata oggi una vera giornata campale pel cammino e quaresimale pel pasto, chè la via fu lunga e faticosa, la colazione di un po' di _chissera_ o pane del paese e il pranzo la stessa cosa con un po' di miele. Non si ha pericolo, almeno, di soffrire imbarazzi allo stomaco. La sera però possiamo comperare un bue che domani ci rifocillerà del digiuno d'oggi. Oltre al resto, dalle due alle tre, abbiamo avuto, come da parecchi giorni, l'accompagnamento di forti acquazzoni.
_Domenica 11._ Appena fatto giorno ci mettiamo in moto ed oltrepassata un'altura che ci stava alle spalle, ci troviamo sul ciglio d'una costa che per originalissima natura si innalza a fare quasi diga, che taglia un profondo vallone che sotto ci si distende.
Oltre questa la salita comincia e si va facendo sempre più dura, finchè raggiunto il pendìo del monte che ci stava di contro, si sale per tali gradinate di roccia che meglio che camminarvi bisogna arrampicarvi, e in molti punti è forza scaricare le mule e far portare il bagaglio a dorso d'uomo. Quanto faticassero uomini e mule non è a credere, e fortunatamente tutto passò senza tristi incidenti, chè un passo fallito poteva avere ben serie conseguenze. Verso le undici arriviamo al termine della salita più terribile, e ci troviamo in un piccolo altipiano, in bellissima posizione, con verdi pascoli sparsi di gruppi d'alberi, un vero parco inglese a 2750 metri. Proseguiamo poi per un sentiero che sale fra boschi in cui predominano mirti, tuie, piante dalle foglie della magnolia, ma più scura e meno lucida, rose, gelsomini e molti arrampicanti. Il sentiero è molto erto ancora, e ci porta alla vetta a 2950 metri, da dove si stende dietro noi l'esteso ed originale, ma monotono panorama delle montagne che veniamo d'attraversare dal Taccazè in poi; alla nostra sinistra sempre l'irta catena del Semien di cui calpestiamo uno sprone, e rimpetto a questo, l'infinito orizzonte che va a confondersi con una miriade di alture che si succedono decrescendo verso le pianure del Sudan; avanti a noi una distesa di colli verdeggianti, gruppi d'alberi e tratti completamente bianchi per le masse di fiori simili a gigli che vi stanno sparsi. Siamo in provincia di Wogara e alle due piantiamo le tende rimpetto al villaggio di Dewark. Il capo ci fa sapere che, ammalato, non può visitarci, ma spera vederci; andiamo a trovarlo nel suo affumicato tucul dove sta accovacciato accanto al fuoco con un braccio fasciato perchè fracassato da una palla ricevuta or fa un anno nello Scioa; e così se ne sta inerte e soffrente da tanto tempo.
Fu cordialissimo, ci trattò di tecc, volle regalarci un montone e del miele e chiese qualche medicamento.
Stanche le mule di questa giornata campale, siamo consigliati di fare il giorno appresso una tappa piuttosto corta. L'aspetto della campagna è molto cambiato dai giorni scorsi, e qui abbiamo lunga distesa di terreni ondulati, solcati di quando in quando da fenditure in cui scorre un po' d'acqua; verdeggiante il suolo, e sparso di grosse macchie di acacie dal fiore bianco; aspetto bello, grandioso, vero parco popolato da piccoli villaggi sulle creste delle alture e da molto bestiame pascolante. Dopo circa quattro ore di marcia, mettiamo il campo presso il villaggio di Doquà a 2750 metri. Questi villaggi sono tutti costrutti su di uno stampo, e tolta la prima impressione d'originalità, hanno per vero dire poco di artistico; i più grandi hanno la chiesa al centro, nel punto più elevato e spesso circondata da tuie pendule. La sera, dal villaggio ci portano una vacca, quattrocento pani e sessanta uova; si capisce che ci avviciniamo al campo del re, e la paura frutta generosità.
Grande è l'importanza della catena che abbiamo passata ieri per l'orografia d'Abissinia. Presa infatti a considerare questa in blocco, vi troviamo il gruppo del Semien e la catena del Lasta che formano da spartiacque, dando origine verso sud ai torrenti che vanno ad unirsi all'Havasch che va a scendere nelle provincie dello Scioa, e verso nord ai torrenti che vanno ad ingrossare il Nilo; questi poi possiamo dividere in due categorie, la cui distinzione è appunto dovuta alla cresta di Wogara che ieri attraversammo, e questa cioè dà luogo al versante che scende a nord-est, le cui acque vanno a raggiungere il Taccazè, che nato nelle più alte regioni del Semien, ne gira verso nord e nord-ovest il gruppo principale, riceve nel suo corso tutti gli affluenti del versante occidentale, si unisce all'Atbara che scende dal Galabat, si fonde col Mareb, e col nome di Atbara si versa nel Nilo poco superiormente a Berber. L'altro versante che è delineato dalla costa di Wogara volge invece a sud-ovest, e le sue acque vanno a versarsi nel lago Tzana, da dove sortendo per il Nilo Azzurro, dopo non breve corso si uniscono a Cartum a quelle del Nilo Bianco, e presso Berber ritrovano le compagne che cadute forse a pochi metri di distanza sulle vette dei monti Etiopici, percorse vie quasi opposte, vengono a ritrovarsi nel più storico dei fiumi, dopo centinaia di chilometri di percorso.
[Illustrazione: Chiesa di Doquá costrutta entro mura portoghesi]
_Martedì 13_ ci rechiamo a visitare la chiesa, interessante perchè sorge entro una costruzione antica portoghese, rettangolare, merlata, con torri agli angoli, aperture ad arco ed internamente divisa in specie di corridoi a volta. Il tutto però in rovina e credo che fra non molto si ridurrà ad un mucchio di avanzi e nulla più.
Alla partenza siamo circondati da tutte le vecchie megere del villaggio che piangono e strillano, pregandoci lasciare la vacca che ieri sera ci hanno offerto e che per loro è preziosa; ma Naretti impassibile non cede, malgrado i nostri suggerimenti, e il magro animale segue la carovana bastonato ad ogni passo da un servo. Proseguiamo verso ovest, poi giriamo a sud-ovest; ritorna il carattere delle alture abissinesi a profilo orizzontale e scendenti a scaglioni simili a fortificazioni; poca vegetazione, pascoli meno verdeggianti e poche acacie. In un immenso bacino, sui pendii delle alture che lo determinano sono sparsi parecchi villaggi, e al centro sorge un'altura isolata, quasi un cono tronco. Al vertice scorgiamo un insolito movimento, molte persone incontriamo per via, molti gruppi troviamo fermi sotto le acacie ombrellifere, artisticamente disposti con donne accovacciate, buricchi carichi coi soliti involti di pelle, cavalli originalmente bardati, servi con fucili e lance e scudi.
È il mercato settimanale che si tiene qui sopra, come punto centrale ai villaggi del bacino nel quale ci troviamo. Attraversiamo il mercato che non ha che sale, pelli, bestiame, qualche tessuto del paese, e ai piedi del versante opposto dell'altura troviamo fatto il nostro accampamento. Il posto è detto Ciambilghé, a 2700 metri. Vengono parecchi capi e grandi dei villaggi circostanti a fare discussioni e offerte che poi all'atto pratico si riducono, come di solito, a ben poca cosa o a nulla affatto.
Richiedono gli Abissinesi che i talleri abbiano le perle del diadema e del fermaglio alla spalla nell'effige di Maria Teresa, molto visibili, più pretendevano nel Tigrè che fossero nuovi, lucenti. Qui mandiamo i servi al mercato per fare qualche acquisto, ma se ne tornano a mani vuote, dicendo che si credono i talleri falsi e fabbricati da noi perchè troppo puliti.
Non ebbimo che accendervi vicino un po' di polvere per renderli forse non apprezzabili da un nostro antiquario, ma accettabili da questa brava gente che si trovò pienamente soddisfatta degli stessi talleri che rimandammo dopo due minuti.
_Mercoledì 14._ Il capo del villaggio non volle ubbidire alla guida del re che ci accompagna, per cui questi lo lega con una corda e lo trascina minacciandolo di condurlo così fino in presenza di S. M. Proseguiamo verso sud e sud-ovest, a seconda delle divergenze che ci obbligano di fare le alture.
Il terreno è in generale ondulato, e passiamo come una sequela di bacini circolari rinserrati da lievi alture, ma aperti verso sud-est, dal qual lato hanno i loro scoli nelle lontane vallate del Semien. Molti pascoli, ma poco bestiame, paese ricco per natura, ma spopolato e povero per mancanza di braccia e per ignoranza. Verso le due ci fermiamo al villaggio di Coraggit, a 2950 metri. Abbiamo compagni dei venti di nord-est che ci risparmiano le piogge che da lontano si vede tentano di avanzare. La notte e la mattina molto freddo e molta umidità. Proseguiamo il giorno appresso volgendo a sud, su di un lungo altipiano fatto a lingua, dalle posizioni più alte del quale si scorgono ad est le profonde vallate che vanno al gruppo del Semien, e ad ovest le posizioni del Gondar e delle vaste pianure che dietro questo si distendono, e dopo cinque ore di tappa ci fermiamo a Mariamoaha (acqua di Maria) a 2720 metri, in posizione assai romantica e isolata. Una massa di aquile e di avoltoi piombano attorno al campo e fendono l'atmosfera colle loro lunghe e ardite spire sopra le nostre teste; un'enorme aquila dal becco arcuato e dalle gigantesche zanne, uccisa con un colpo di fucile, misura da un estremo all'altro delle ali, poco meno di tre metri.
Il venerdì si continua sullo stesso altipiano che va restringendosi fino a diventare un vero dorso di mulo, finchè ci si presenta, quasi a tagliarci la via, un'altura dal ciglio orizzontale, sulla quale ci troviamo a 2900 metri, e ci si presenta ad ovest il Gondar steso su un colle, alla vetta del quale si distinguono degli edificii rettangolari, le rovine dei palazzi portoghesi; e a sud-ovest una striscia biancastra, luccicante pel sole che vi riflette i suoi raggi, ci indica il lago Tzana. Ecco due punti che formavano buona parte delle mie aspirazioni, e che già posso distinguere coll'occhio mio. A rivederci fra poco più davvicino, e intanto proseguiamo per assistere all'altro spettacolo, il ricevimento e l'accampamento del re dei re, l'imperatore d'Etiopia.
A volte attraversiamo ridenti pascoli, a volte folta vegetazione con acacie, ulivi, euforbie, gelsomini, grossi cespugli di rose dal fiore semplice e bianco. Più avanziamo, meglio si distende sotto noi il lago che appare assai vasto e sparso di isole. Ci fermiamo per la notte a Ambaciarà, meschino villaggio di poche capanne, e continuiamo il sabato, presso a poco collo stesso paesaggio che va però assumendo carattere più alpestre, per circa quattro ore, per fermarci ad Amba-Mariam, a 2920 metri, nel centro di un vasto altipiano tutto coltivato ed assai fertile, e sparso di molte abitazioni che sono tutte capanne come quelle del Tigré, ma forse più meschine, chè difettano maggiormente quelle col muro circolare, e quasi tutte hanno per parete una semplice siepe di rami secchi, tutt'al più impastati con fango. Nei cortili si vede qualche _musa ensete_; e sparso nei campi un grosso albero dal portamento elegante e dal legno purissimo, detto _querc_, il _cusso_ che nelle masse ricorda il nostro castano, ma ha un verde più chiaro, il tronco rossastro, e porta grossi grappoli dai quali si fa il decotto usato contro il tenia.
La _domenica 18_ attraversiamo in direzione sud-est il vasto bacino che ci sta davanti, poi principiamo una discesa entro un vallone orrido e pittoresco; è profondo, massi conici di nuda roccia sporgono qua e là, le pareti dei monti sono alternate da strati a lieve pendìo su cui alligna vegetazione, e strati verticali di prismi basaltici. Noi corriamo sul pendìo di uno di questi monti, la vegetazione è abbastanza fitta senza essere grandiosa; frequenti piccole sorgenti di acqua, sempre circondate da belle palme e muse. Cominciamo nuovamente a salire, giriamo più a sud, ed oltrepassato un enorme masso dalle pareti basaltiche, scorgiamo alla nostra destra, in fondo ad un vallone, il lago Tzana che lambe la catena sulla quale camminiamo. A 2900 metri troviamo ancora un altipiano che attraversiamo per trovarci poi dinanzi una forte e tortuosa discesa, percorsa la quale raggiungiamo le nostre tende piantate vicino al villaggio mussulmano di Derita a 2250 metri, entro un bacino assai vasto, circondato specialmente ad est da monti piuttosto alti.
Come prima influenza del cambiamento di religione, i capi vengono subito ad offrirci del caffè, cose non mai usata dai cofti.
Un povero pazzo, completamente nudo, gridando a squarciagola corse attorno al nostro campo mettendo lo scompiglio nelle mule, poi, vedendo che di un montone ammazzato si erano gettate le interiora, si slanciò come jena su queste e si mise a rosicchiarle.
Mentre contempliamo questo compassionevole spettacolo, un altro se ne aggiunge; un grosso falco, che forse vecchio abitatore di queste vallate, sapeva con chi aveva a fare, per ben due volte ebbe tanto ardire da lanciarsi a prender la preda fra mano e bocca del disgraziato.
Lungo la via da Adua in qua, incontrammo spesso piccole compagnie di povera gente che la miseria consigliò di traslocare da un villaggio all'altro, e che torna nel Tigré da dove sfuggì la carestia. Sono tutti miserabili, macilenti, coperti da pochi cenci, coll'impronta della fame e delle sofferenze scolpite nelle carni. Le donne sono cariche dei loro bambini che portano sospesi sul dorso con pelli ricamate con conchiglie, e di panieri e zucche; nei primi portano gli avanzi del pane fatto la mattina o il giorno innanzi, nelle seconde, burro, berberia, acqua ed ogni altra cosa. Le lavorano bene, adattandovi un coperchio e maniglie di liste di pelle; sostituiscono insomma quello che da noi si fa con vetro, terra cotta, metallo o porcellana. Le piccole, tagliate a metà servono inoltre da bicchiere. Credo che proprio da questo frutto si sono sperimentati tutti gli usi possibili e immaginabili.
Oggi incontrammo pure una carovana che veniva dal Goggiam con caffè. I carichi erano portati in parte da boricchi e in parte da giovani alte, nere, seminude, dal tipo schiacciato. Sono schiave sciangalla, per modo che arrivati in Adua si fanno le due vendite, del caffè e di chi lo ha portato...
_Lunedì 19_: in direzione sud-ovest andiamo discendendo per una bella vallata, larga, verde, in alcuni punti fitta di ricca vegetazione, e raggiunto il vasto piano in cui va a spegnersi, giriamo dolcemente a sud, per proseguire su d'un piano inclinato sparso di acacie, fra cui alcune gommifere, e grossi ficus.
Passiamo un torrente che ai tempi dell'Abissinia fiorente, pare scorresse impetuoso, perchè i Portoghesi vi costrussero un ponte di cinque arcate, e alle tre circa ci fermiamo ad Amoraghedé, a poche ore dal campo reale. Dove raggiungemmo la pianura, avevamo 1950 metri di elevazione, e dove abbiamo stabilito l'accampamento, siamo risaliti a 2120 circa.
_Martedì 20._ Abbiamo avuto nella notte uno di quegli acquazzoni equatoriali, che pareva volesse sprofondarci colla tenda. La mattina tutti i servi sono messi a nuovo colle loro camice pulite e con quel po' di roba che si ebbero da noi in regalo; chi un paio di pantaloni, chi una camicia di flanella, chi un fazzoletto in testa, chi un paio di scarpe rotte, chi un gilet; in complesso una scena variata, originale e ridicola, e il ridicolo maggiore lo dava Francisco, un servo del Sudan, colla sua faccia mista da buffone e da idiota, nera come ebano, con scarpe, pantaloni, giacchetta e cappello all'europea, la cintura da revolver e una lunga lancia in mano; un vero tipo da buttafuori da compagnia di saltimbanchi. Tutto è pronto, ma dobbiamo ancora aspettare, che nella lunga tappa di ieri alcune bestie rimasero in strida, e fra queste quella che porta la cassa colla croce da cavaliere di Salomone del nostro Naretti, e senza il distintivo non vuol presentarsi a sua Maestà.
Alle nove finalmente lasciamo il bagaglio, come di prammatica nelle circostanze solenni, e noi partiamo soli. Francisco inforca un magro cavallo bianco, e questo completa la macchietta. Si finisce di salire il piano inclinato, poi si comincia un'erta salita entro una valle per raggiungere un vasto altipiano nel quale continuiamo la nostra via. Sono vaste distese di pascoli, di terreni coltivati, di alture che si innalzano coperte da folta vegetazione, e noi andiamo continuamente attraversando or degli uni or delle altre. Il grande movimento che incontriamo lungo la via ci mostra sempre più che andiamo avvicinandoci alla meta. Sono truppe di buoi, che pagati quale tributo, si spediscono ai mercati o alle province per ricompensa, vendita, dono od altro; sono soldati licenziati che se ne vanno ai villaggi loro assegnati per farvisi mantenere, o che fanno ritorno alle case loro; sono contribuenti che tornano coi somari, muli o cavalli vuoti dopo aver pagato le imposte, sono capi di villaggi che furono dal re per presentare omaggi o reclami, sono gente fortunata che torna libera da un giudizio reale. Sulle vette di un'altura scorgiamo una gran chiesa; è la grandiosa chiesa del Salvatore che aveva cominciato a costrurre re Teodoro; non siamo dunque tanto lontani dalla meta, e facciamo una fermata sotto un'acacia, dove il buon Naretti indossa la sua camicia rossa a fiori gialli, vi appende la croce del prezioso cavalierato e si avvolge nello scemma ricamato dell'ordine; la sua signora mette pure il suo manto e l'elegante bornus da gran dama. La carovana acquista importanza e ci avviciniamo al supremo momento.
Molti villaggi sparsi, molto terreno coltivato, in complesso bel paesaggio; in un punto vediamo contemporaneamente seminare e raccogliere frumento in due campi attigui. Giriamo un'altura, coronata da folta verdura, e sui pendii della quale siede un grosso aggruppamento di capanne, e ci si presenta uno spettacolo senza confini, di moto, di originalità, di estensione.
Avanti a noi, sparso in ogni direzione, il campo dell'esercito reale. Sono ammassi di capanne grandi e piccole, vecchie e nuove, di tende bianche e nere; un formicolìo di gente, un avvicendarsi di gruppi a piedi, a mulo, a cavallo, di piccoli accampamenti separati che pare vivano di vita propria, un luccicare di armi e uno sventolare di toghe bianche e rosse, un susurro e un gridìo, un vero vortice sfrenato di moto e d'animo che si spande a perdita di vista sulle lievi alture e nei larghi avvallamenti che da ogni lato si distendono e circondano un'altura elittica, pure tutta sparsa di attendamenti, e la cui vetta è cinta da una muraglia sulla quale si innalzano alcune acacie e qualche tetto conico. È questa la reggia; è là che fra pochi minuti ci troveremo al cospetto del re dei re. Attraversiamo il forte dell'accampamento; tende e capanne meschine, ma a migliaia; soldati che se ne stanno rannicchiati a crocchi, altri che ci vengono incontro per curiosità, donne che lavorano alla farina, al pane, al tecc, altri che stanno costruendo il loro tugurio. Il movimento e l'originalità non sono certo gli elementi che fanno difetto; peccato che gli occhi nostri non bastino ad abbracciare tanta immensità di cose belle, nuove, grandiose, e tanto meno la penna possa ritrarle in modo da rendere solo una lontana idea di quanto ci si parava dinanzi. A pochi passi dalla vetta ci fermiamo e scendiamo da cavallo; una folla immensa ne circonda e mille commenti si fanno su noi; siamo invitati a proseguire. Un imberbe, dall'occhio vivace e dal naso arcuato ne viene incontro, saluta con enfasi Naretti e ci annuncia che eravamo aspettati solo domani; è il _primo cerimoniere_ di Sua Maestà. Per una piccola porta custodita da soldati entriamo nella cinta; attraversiamo un gran tucul in cui stanno molti soldati seduti a discutere e giuocare e custodire le artiglierie che scorgiamo in un angolo; passiamo in altro vasto tucul in cui stanno cavalli e mule del re e il trono delle udienze coperto con tela, ma del quale mi è dato scorgere qualche lembo di stoffa di seta e ricami in argento. Il momento sublime è imminente e l'emozione prende una gran parte alla freddezza che sarebbe necessaria, quando per osservare si vorrebbe essere tutt'occhi e tutt'orecchi. Usciti da questo secondo tucul, a pochi passi se ne presenta un terzo in cui siamo immediatamente ammessi; piccolino, ma di una eleganza originale; il suolo coperto da tappeti d'Europa: sopra un divano fra cuscini di seta, accovacciato all'abissinese, avvolto nel suo scemma, che con una mano rialza fino a coprirsi metà del viso, il capo scoperto e divisi i capelli in cinque larghe trecce, sta il grande re dei re. Su un cuscino il revolver, appeso alla parete, dietro lui, il suo fucile e il suo scudo di guerra ornato di placche d'argento. Entriamo, facciamo un inchino, ci stende la mano che ognuno stringe, poi ci disponiamo in semi-circolo avanti al reale angareb.
Per mezzo di _ras_ Alula, suo grande amico, domandò della nostra salute, del nostro viaggio, e dopo poche parole ci licenziò invitando Naretti ad un'udienza per l'indomani, offrendoci ancora la mano. Mi parve avesse l'aria preoccupata, fisonomia sofferente, parlava a bassa voce, una freddezza glaciale; la mano, solo offerse, ma non strinse la nostra, ed era scarna e gelida.
Usciti da qui ci fecero girare la cinta, finchè confinante con questa, dal lato di levante, trovammo uno steccato nel quale entrammo; era il recinto a noi destinato; grande onore e prova di fiducia, perchè proprio confinante coi _reali palagi_. Vi troviamo un gran tucul ed uno in costruzione, che gli ordini non erano stati ancora completamente eseguiti, per cui riservando la capanna ai Naretti, vennero subito a piantare una gran tenda che ci venne destinata; nientemeno che la tenda particolare del re quando sta in campagna; è assai vasta, ma semplice, di stoffa di cotone bianco del paese, fatta a fettucce e sostenuta da un palo al centro e molte corde alla periferia.
I due protestanti s'erano accollati a noi e ci seguirono dal re e nel nostro campo, con una impudenza eccezionale, mi è forza dirlo, dacchè seppi che volevano abusare di noi e non avevano nessun permesso del re per presentarglisi. Come colla religione si fa presto a compromettersi in questo paese, Naretti ne parlò subito a qualcuno della Corte, dichiarando che non avevano nulla a fare nè con lui nè con noi, e fu quindi subito fatta piantare un'altra tenda per loro.