Abissinia: Giornale di un viaggio

Chapter 14

Chapter 143,644 wordsPublic domain

I pretesi _grandi signori_ in Abissinia sono generalmente possidenti di vaste estensioni di terreni e di bestiame, che non essendovi in paese industria, nè gran commercio, non v'ha capitale circolante ed è ignoto l'interesse che da questo si può cavare, per cui quando realizzando i prodotti insaccano dei talleri, li impiegano aumentando le loro proprietà, oppure li sotterrano. Vengono generalmente nominati capi, non governatori però, della provincia in cui vivono, e dal re sono autorizzati alla riscossione delle imposte dei minori tenenti nella provincia stessa. Le imposte sono poca cosa, ma non mi riuscì sapere a quanto ammontino: riscosse, le depongono nelle mani del re e ne percepiscono un tanto che parmi circa il dieci per cento: se qualcuno ricusa di fare la dovuta consegna, gli si mandano dei soldati che pensano a farsi mantenere, finchè il danno arrecato sia pari alla somma dovuta, più la multa inflitta. Dai proprii coloni si usa ritirare tutti quanti i prodotti e distribuire poi il necessario al sostentamento di ogni famiglia, restando quanto avanza totalmente al proprietario. Le abitazioni di questi signori sono un po' meglio costrutte delle comuni, e nel recinto in cui stanno ne sorgono altre minori per ricoverare i servi, macinarvi il grano, prepararvi il pane, tenervi le provviste. Del resto ben poco più distinto dalla massa in fatto di comodità: il loro gran lusso è di avere molti servi armati, delle mule, qualche cavallo, degli _angareb_, tappeti, bottiglie in cristallo per bevervi il tecc, del quale tengono in pronto grandi vasi. La cucina non annovera molta varietà di intingoli, neppure per le tavole principesche. Ai figli nessuna educazione, e tutt'al più imparano a leggere e raramente a scrivere da un prete. Morendo non si usa di far testamento, ma solo agli ultimi istanti il padre dice: lascio i miei poderi a dividersi fra miei figli; e questi in seguito si dividono l'eredità in parti uguali, maschi e femmine.

Un uso strano hanno nel mangiare la carne cruda. Staccano solo a metà il pezzo che vogliono mettere in bocca, poi preso questo fra denti e tenendo il grosso pezzo in mano, finiscono di staccarlo con un taglio dal basso all'alto rasente le labbra. Se si pensa che spesso il coltello è la sciabola, si potrà immaginare quanto sia poco rassicurante trovarsi fra due che mangiano con questo sistema.

L'Abissinese mangia la vera carne muscolosa del bue e ne getta quasi con ribrezzo il cuore e il fegato, mentre, per esempio, il Patagone e il gaucho della pampa preferiscono queste parti a tutto il resto, e spesso ammazzano un bue semplicemente per soddisfare questa ghiottoneria.

Passiamo la Pasqua in Adua, e quattro cose sono a rimarcarsi a quest'epoca: il baccano infernale che si fa la notte in tutte le chiese: l'uso che i preti vanno a deporre in tutte le case dei mazzetti di fusti di un'erba palustre, che poi ognuno si mette attorno al fronte come lo spago di un ciabattino: gli anelli molto ingegnosamente fatti con foglie di palma intrecciate, e tutti ne vanno fabbricando, tutti ne regalano reciprocamente e tutti ne hanno coperte le dita: la fine del digiuno quaresimale, fa che ogni casa quasi diventa macelleria, e per la sera tutti _indistintamente_ sono pieni di brondò e di tecc, e se ne vedono e sentono dovunque le conseguenze.

Per carattere l'Abissinese querela facilmente, ma, quantunque sempre armato, difficilmente viene al punto di far uso serio delle sue armi. Quando uno s'intesta a sostenere un argomento, o lancia un'offesa ad un compagno, la parte avversaria non ricorre a mezzi troppo energici in sua difesa, ma fa un nodo sullo _scemma_ e battendovi un pugno esclama: scommetto tanto che non puoi provarmi la verità di quanto sostieni, _Yohannes imut_: per la morte di Giovanni. Se l'altro disfa il nodo, è segno di ritrattazione, se lo lascia è accettata la scommessa, e il patto è sacro.

Sempre perseguitati dal governatore che un giorno esprime stupore, vedendo delle forchette e dei cucchiai coi quali noi stiamo facendo colazione: le sue domande, le sue osservazioni sono fatte con tale insistenza e con tanta fanciullaggine che davvero mette pietà, pensare che un individuo simile possa avere un'autorità in paese. Sempre già finisce col domandare qualche cosa, finchè un bel giorno manda un suo servo a farci la confessione che dopo i lunghi digiuni quaresimali s'era permesso un po' troppo di baldoria e le sue funzioni naturali s'erano un po' alterate nel loro regolare corso. Gli mandammo buona dose di pillole rinomate pei pronti effetti, ma dopo solo mezz'ora mandò ancora un servo a dire che stava in aspettativa, ma non si era ancora dichiarata nessuna azione.

Il Nebrid di Axum è venuto in Adua per le feste di Pasqua e gli andiamo a fare una visita. Ci accoglie colla sua solita cordialità e lo facciamo felice, regalandogli qualche oleografia di soggetti sacri, che colle lagrime agli occhi dalla consolazione, baciò e ribaciò, mentre ripetutamente andava ringraziandoci. Voi siete buoni cristiani, ci disse, e il vostro popolo è grande e potente, ma la via di Gerusalemme a noi è chiusa dai Turchi. Anche noi siamo cristiani, e perchè dunque non pensate a difenderci e aprirci quella via sacra? Ci fece servire il _tecc_, poi volle assolutamente che accettassimo un piccolo banchetto e un bue fu sgozzato in nostro onore fuori dalla capanna. Ci risparmiò la carne cruda, sapendo che non è la cosa più gradita da noi, ma ci fece servire grossi pezzi di bue, nei quali si fanno delle incisioni trasversali piuttosto profonde, poi si abbrustoliscono sulle bragie. Il sapore è molto gustoso e il solo inconveniente è la cenere e qualche pezzetto di carbone che di quando in quando capitano come intingolo.

Noi stavamo seduti in circolo attorno un paniere con pane e berberia, e i servi allungando le braccia sopra le nostre teste tenevano sospesi al centro questi _roast-beef_ di nuovo genere, dai quali ognuno andava staccando le proprie porzioni con un coltello. Altri servi intanto preparavano dei piccoli pezzi che ci venivano ad offrire con delle mani che Dio sa da quando non videro acqua e cosa toccarono nel frattempo, e Naretti ci assicura che il rifiutare è una vera offesa.

La sera intanto s'era avvicinata e il _tucul_ non brillava per troppa luce, che chi ne spandeva di molto fioca era uno stoppino infitto in una pallottola di grasso conservata in un avanzo di vaso. In complesso la scena era alquanto originale; e più che un banchetto da sacerdote lo avrei detto un festino da falsi monetarii.

Abbiamo frequenti emozioni di notizie, che fu visto a poca distanza il nostro corriere, che gente venuta dal campo reale ve lo vide e le disse sarebbe partito qualche giorno dopo, che il re venga a svernare in Adua e che pensi di riceverci qui; tutta una massa di fiabe che al momento ci danno qualche speranza, ma poi ci lasciano subito ricadere nell'avvilimento.

L'Abissinia poi è il paese delle fiabe, e dove non si può mai sapere nulla di vero. Credo assolutamente che la verità vi sia ignota o proibita. Qualunque cosa domandate al primo che vi capita fra piedi, mai questi vi risponderà: non so o dubito, ma sempre con tutta fermezza, e quello che non sa, inventa.

La mancanza di interesse a quanto si passa nella vita e l'ignoranza di qualunque strumento od osservazione che possa dar idea di misura e di tempo, fanno poi che i giudizii sono differentissimi e impossibile vi riesce avere informazioni, non precise, ma tali almeno da raccapezzarne qualche cosa. Domandate, per esempio, la distanza di un villaggio dove volete andare; chi ve la dirà di poche ore, chi di parecchie giornate, e tutta gente che ha percorso quel cammino o che abita quei dintorni. Ne abbiamo fatta esperienza nel nostro viaggio, che non una sola volta ci è riuscito di farci un giusto criterio di quello che si doveva fare l'indomani, o della durata di un dato tragitto.

CAPITOLO IX.

Nuovamente in carovana.--Passaggio del Taccazé.--Folta vegetazione.--L'ipopotamo.--L'Amara.--Incontro del Cighiè.--Strana struttura del terreno.--La salita di Wogara.--I principali corsi d'acqua d'Abissinia.--I talleri.--Gondar e lago Tzana visti da lontano.--Arrivo al campo reale.--Primo ricevimento del re.

Quando le prime gocce di pazienza cominciavano a traboccare dal calice, il giorno di rimetterci in carovana venne finalmente e fu deciso per lunedì 28 aprile. Il nostro Tagliabue è un po' meglio, ma non potrebbe affrontare gli strapazzi di un lungo viaggio, per cui lo affidiamo ad un negoziante amico di Naretti che fra qualche giorno parte per Massaua.

Fin dal mattino facciamo trasportare il nostro bagaglio sulla piazza del mercato, e caricate le mule, le mandiamo ad aspettarci la sera ad Axum.

Fu un momento ben triste quello di salutare il povero Tagliabue che lasciavamo solo e in malferma salute, e ben triste dev'essere stato quel momento anche per lui. Speriamo che Dio lo assista nel viaggio, e possiamo al ritorno ritrovarlo completamente rifatto.

Al tramonto arriviamo noi pure in Axum, dove troviamo le tende piantate e il resto della carovana. Due giovani svedesi, della missione protestante, che da più di un anno stanno attendendo in Adua il permesso del re di presentarglisi, approfittano della nostra occasione e seguono le nostre orme, mantenendosi però completamente indipendenti.

Ghedano Mariam ci fece sapere che diede ordini perchè nei villaggi ci diano pane, _tecc_, carne e tutto quanto l'occorrente, ma cominciando da qui ci dicono che Axum è territorio sacro e riservato al potere ecclesiastico, non al civile, che quindi non hanno nessun obbligo verso di noi, e ci rifiutano persino un po' di legna per cuocere il pane dei servi che dovettero così rinunciare al loro pasto.

_Martedì 29._ Grandi noie colle mule che si rifiutano al carico e cogli abitanti che ci seccano e ci soffocano di domande e di consigli. Finalmente verso le nove si parte. Proseguiamo verso ovest e sud-ovest sempre fra alture e altipiani, dove le prime piogge hanno per lo meno tolto l'impronta di assoluta aridità. Dapprincipio euforbie e acacie, parecchi arbusti, qualche _ficus_ e in alcuni punti dei peschi selvatici, il cui frutto è verde, piccolo, lanoso, quasi immangiabile. A sud vediamo nelle nebbie la catena del Semien che si eleva a guglie acuminate: le alture che ne circondano sono generalmente arrotondate ed alcune volte hanno l'originale profilo orizzontale interrotto da coni e pareti verticali delle formazioni basaltiche. Alle due circa troviamo il nostro accampamento formato a _Maiscium_, a 2250 metri di elevazione, in un piccolo altipiano e poco lontano dal villaggio dello stesso nome. Il giorno appresso ci incamminiamo alle sette in coda al bagaglio. Aumenta la vegetazione, qualche grosso _ficus_ e folti gruppi di palmizii dove v'è dell'acqua. La natura sempre la stessa, la direzione sud-ovest. Mentre pensiamo fare una breve sosta per rifocillarci, scorgiamo le nostre tende piantate. Siamo vittime di un intrigo dei nostri servi che hanno già tutto scaricato per non continuare più oltre, e sì che quando le mule sono cariche, il proseguire per loro non è poi gran fatica: ma l'indolenza è molta e il bene dell'intelletto è poco. Siamo a 2100 metri, in un ampio vallone circondato da monti abbastanza verdeggianti ma poco popolati da villaggi; la posizione è detta _Selahlaha_.

Abbiamo grandi divarii di temperatura: di giorno sole cocente e di notte assolutamente freddo.

_Giovedì 1.º maggio._ Prima di giorno si suona la sveglia e così per le sei il bagaglio è partito e noi ci incamminiamo in coda a lui. Ci eleviamo passando di altura in altura dove la vegetazione non è gigantesca ma abbondante. Ulivi, euforbie, _ficus_ predominano, poi molti cespugli ed arbusti fra cui eleganti gelsomini che coi loro fiori profumano l'atmosfera. In alcuni punti la via è molto erta e ingombra da pietre e rami che la attraversano. È un continuo muover di gambe e inchinarsi per non rompersi le ginocchia o lasciare un occhio infilato a qualche spino. Giunti all'estremo di un breve altipiano ci si presenta sotto una vastissima pianura che raggiungiamo, costeggiando le alture che da est ad ovest la circondano, e vi facciamo l'incontro di una grossa carovana che dalla provincia di Wolkait porta in Adua seme di _cusso_, cotone e scemma fatti, avvolti in stuoie o in pelli da bue. Alle otto passiamo il piccolo villaggio di _Bellés_ che prende o dà il nome alla pianura nella quale sorge. Proseguiamo in direzione sud-ovest, scendiamo e risaliamo una fenditura ad uso crepaccio da ghiacciaio, nel fondo della quale scorre un torrente, e verso mezzogiorno troviamo ferma la carovana all'estremità opposta della pianura, rimpetto al villaggio di _Addo-Anfito_, a 2000 metri di elevazione. A sud la pianura si protende fino all'orizzonte frastagliato delle acuminate vette del Semien.

Il capo del villaggio dove accampammo ieri venne a farci mille scuse per non averci dato il pane e una vacca, e ci offre in compenso sei talleri. Ci pare poco dignitoso l'accettarli, ma Naretti lo vuole, dicendo che in caso diverso la voce corre subito di villaggio in villaggio, e per tutto il viaggio non otterremo più niente. È uso che quando si viaggia sotto la protezione del re e scortati da un soldato, i villaggi devono dare tutto quanto è necessario alla sussistenza dell'intiera carovana. Si hanno però sempre mille noie e litigi ad ottenerlo, quantunque dicano che i contadini non ci perdono nulla venendo questo dedotto sul pagamento delle imposte; d'altronde non regge la coscienza di portar via il pane a questi miserabili che si vede ne hanno realmente poco. Consiglio dunque a chiunque voglia intraprendere un viaggio simile di non assogettarsi a questa generosità imposta, di portarsi delle provvigioni, comperare quanto necessita e accampare anzi possibilmente a qualche distanza dai villaggi.

Viene un individuo ferito al dorso, dove dice di aver ricevuta una fucilata e ci promette, se sappiamo estrargli la palla, una meschina gallina che merita piuttosto il titolo di pulcino. L'arte medica non farebbe certo fortuna in questo paese.

Verso sera, con un baccano infernale, arriva una carovana di forse 150 individui che cantano, gridano, suonano ghitarre e flauti di canna, per festeggiare il matrimonio del fratello del governatore che mette il suo campo a pochi metri dal nostro. Vanno così girando e gozzovigliando per parecchi giorni, e sono un vero flagello pei poveri paesi dai quali passano.

Il giorno seguente facciamo sette buone ore di marcia attraverso pianure comode per le cavalcature, ma monotone per noi, e ci fermiamo al villaggio di _Zembellà_ a 1800 metri.

Sabato 3 ci incamminiamo alle sei e si continua per due ore nell'altipiano stesso, poi si comincia una ripida discesa fra vallate coperte da vegetazione fra cui primeggiano grossi alberi di gardenia dai fiori grandissimi, che quasi rendono l'atmosfera troppo carica del loro delicato profumo. Più ci abbassiamo, il caldo aumenta, fino a diventare soffocante. A mezzogiorno, sortendo da un folto bosco ci troviamo dinanzi il Taccazè che colle sue acque fangose scorre tranquillo e quasi imponente; lo passiamo a guado essendo meno di un metro di profondità al centro, e una sessantina di larghezza. Eccoci entrati nella provincia dell'Amara, ed eccoci forse chiusa la sortita per parecchi mesi, se il forte delle piogge ci sorprende prima che possiamo incamminarci pel ritorno. Scorre piuttosto incassato fra un vero ammasso di alture, ed ai lati è fiancheggiato da vegetazione folta, rigogliosa, gigantea; gli alberi secolari sono legati fra loro da una vera rete di liane, e centinaia di scimmie li popolano e ci divertono coi loro gridi, salti e modacci. Mettiamo il campo sotto colossali acacie e adansonie, poco sopra il livello dell'acqua che scorre a 950 metri di elevazione. L'incanto della posizione avrebbe bastato a farci passare intere giornate, ma per le poche ore che vi restiamo troviamo invece ad aggiungervi caccia di antilopi nelle colline, di anatre e oche nel fiume e dell'ipopotamo, che sollevando la testa fuori l'acqua e sbuffando, ci fece consumare buon numero di cartucce.

In questa stagione l'aria è buona presso i fiumi, ma dopo le piogge è altrettanto pestilenziale, e ciò deriva dalla grande vegetazione che impedisce la corrente d'aria, e dalla piccola vegetazione annuale e dalle masse di foglie che cadono e che vanno in putrefazione, dando così origine ai miasmi che sono un vero veleno.

La domenica mattina per tempo ci avviamo per una salita ertissima, dove in alcuni punti si arrampica materialmente di roccia in roccia, accompagnati da un'afa soffocante e da un sole infuocato. Dopo un paio d'ore siamo al ciglio dell'altipiano, voglio dire siamo usciti dalla grande infossatura in cui scorre il Taccazè, e siamo tornati alle aure più pure di 1500 metri d'elevazione.

Proseguiamo verso sud, in direzione della catena del Semien che ha l'aspetto di un vero caos di dirupi, castelli diroccati, aguglie, torri monche e simili. Le mule sono alquanto affaticate e quasi digiune da ieri l'altro, chè presso il fiume v'erano delle piante, ma non dell'erba, per cui, appena scorgiamo un pascolo nel quale, fra un gruppo di grandi alberi, sta una sorgente d'acqua, ci fermiamo, quantunque siano di poco passate le dieci. La località è detta _Salamatu_. E dietro consiglio dei servi, certo per capriccio loro più che per necessità, sostiamo qui tutto il giorno dopo, sempre a preteso beneficio delle mule. Ce la passiamo cacciando nei dintorni, dove sono gazzelle, pernici e faraone. Ci raggiunge un soldato del re che fu guida al nostro corriere, il quale, ci si dice, è per altra via andato a cercarci in Adua con _un grande_ che S. M. mandava ad incontrarci e accompagnarci. Certo non vogliamo perdere delle giornate per aspettarlo, molto più nel dubbio che ci possa raggiungere, e quindi la mattina di _martedì 6_ per tempo ci rimettiamo in strada verso sud e sud-ovest, girando valli e passando alture; in generale tendiamo a scendere e ci fermiamo infatti alla una in località detta Angrè, a 1300 metri, presso il torrente Buja. In generale la vegetazione è piuttosto abbondante, foltissima poi presso i torrenti, dove sono affratellate palme, acacie, lauri, gelsomini e cento altre varietà di piante, di arrampicanti, e di parassiti. Due volte ebbimo oggi incontri di scimmie, ed una volta grossissime e si allontanarono di poco al nostro sopraggiungere, per disporsi sulle rocce del ciglio di un burrone a mirare il nostro passaggio.

Verso mezzogiorno incontriamo gente e mule portanti carichi con tappeti e spade dalle impugnature d'argento, ciò che ci fa supporre che qualche _grande_ sia poco lontano da noi. Domandiamo, ed è infatti il Cighiè, capo civile ed ecclesiastico di Axum, che viene dal campo del re. Dopo poco lo incontriamo, seguito da moltissima geme in parte armata, in parte portante i suoi effetti, tende, cuscini, croci, vasi pel tecc, ecc. È un bel vecchio dalla barba bianca e dal tratto simpatico; cavalca una mula con bardatura a ricami in pelle a diversi colori e gualdrappa ricamata con filo e lavori in argento. Amico di Naretti, ci fece a tutti quanti festosa accoglienza, volle scendessimo tutti dalle mule, ci sedemmo in circolo, alcuni servi stesero uno _scemma_ sulle teste per difenderci dal sole e ci fu servito dell'eccellente tecc. Si improvvisò così un accampamento molto originale e fantastico, circondati come eravamo da tanti servi, soldati, muli e cavalli.

_Mercoledì 7._ È un continuo succedersi di alture che rendono faticosissimo il cammino non essendovi strade tracciate e dovendo sempre salire la vetta di una per ridiscendere e risalire sull'altra. Si direbbe uno sconvolgimento di materia liquida che d'un tratto si solidificò, un vero mare in burrasca, e non si può raccapezzarvi un seguito di valli nè di monti, se non la catena del Semien, parallelamente alla quale camminiamo, attraversando di quando in quando qualche torrente che da esso scende. Dopo cinque ore di faticosa marcia ci fermiamo a _Adercai_, presso il torrente _Mailaliet_, a 1600 metri. Lungo la via il suolo è spesso nero, di aspetto desolante, che per disporlo alla coltivazione fu incendiato tutto quanto di flora lo copriva, e solo sporgono dallo strato di ceneri i mozziconi carbonizzati delle piante che vi vivevano. Dove ancora si conserva, l'erba secca è alta e forte da sembrare canneto; frequenti grossi mucchi di terra, nidi e abitazioni di formiche.

Per noi Italiani non si potrebbe trovare parola che meglio di Abissinia qualifichi il paese che rappresenta, il vero paese degli abissi. Non parliamo delle alte catene che sono di costituzione spaventosa e frequentissimi nascondono i punti inaccessibili, ma prescindendo da questo, l'Abissinia va considerata da un punto di vista tutt'affatto opposto agli altri paesi; cioè, mentre in qualunque altra regione, dal livello medio su cui si cammina, la natura offre alla nostra ammirazione delle catene di montagne, qui bisogna considerare come piano elevato l'altipiano stesso che costituisce il suolo del paese, ed ammirare i burroni e le vallate che si sprofondano sotto questo livello. Così abbiamo viaggiato per intere giornate nella media di 1500 metri di elevazione, siamo discesi a 950 per passare un fiume e risalimmo subito ancora a 1500, e lo stesso si ripete per tutti i torrenti. E persino nei piccoli altipiani secondarii, spesso si incontrano larghe e profonde fenditure dalle pareti di nuda roccia e dal fondo coperto da vegetazione, che è forza girare all'origine o passare scendendo al fondo, se possibile, perfettamente come si opera all'incontro di un crepaccio in un ghiacciaio.

Abbiamo nella notte l'incomoda visita di una dirottissima pioggia. Ripartiti la mattina seguente incontriamo dopo due ore il torrente Ansia e dopo quattro ore l'altro torrente Enzo, che scendono piuttosto impetuosi e che è forza passare a guado. Sulla via incontriamo la carovana di Degiatch Area, governatore di questa provincia, che ci presenta dei vasi di tecc e di miele. Sempre il noioso e faticoso saliscendi di una sequela di alture, e dopo il passaggio dell'ultimo torrente una ertissima salita ci porta in posizione detta Golima, dove ai piedi di una parete di rocce basaltiche verticali, troviamo la carovana ferma verso le quattro. La direzione sempre sud-ovest, l'elevazione 1750 metri.

_Venerdì 9._ Costeggiamo il monte fino ad incontrare sulla destra un avvallamento che ci permette di passare sull'altro versante per scendere nel fondo della valle e guadare il torrente Zerima che ha un letto larghissimo, ma ora vi scorre poca acqua. Verso mezzogiorno raggiungiamo l'accampamento di Naretti, ma i nostri servi per un puntiglio nato fra loro, hanno voluto proseguire.