Abissinia: Giornale di un viaggio
Chapter 13
Noi avevamo moltissime medicine che furono distribuite a chi ne mostrava necessità o desiderio, ma la maggior parte, invece di malati, erano gente che voleva piuttosto la boccetta o la scatolina che non il farmaco, e i più trovavano che sì piccola dose di questo era impossibile potesse guarire uomini e mali così grandi.
Le prigioni furono edificate da madre natura in questo paese: i prigionieri si mandano a vivere su un altipiano tutto circondato da pareti verticali basaltiche e dove l'unico accesso possibile si fa guardare da pochi soldati: i condannati devono fabbricarvi la propria capanna e coltivarvi il grano necessario alla loro sussistenza.
[Illustrazione: Palazzo reale presso Adua]
A nord-ovest di Adua, a circa un chilometro dalla città, è una palazzina reale, l'unica in Abissinia che abbia l'aspetto un po' diverso delle solite abitazioni e ornata da griglie che fece Naretti. All'interno tutt'affatto rozzo.
Invece di perdermi in descrizioni, che ormai sarebbero ripetizioni, credo meglio darne un disegnino fatto sul vero.
Il clima in Abissinia è eccellente e solo dopo le piogge si sviluppano alle volte alcune febbri nelle vallate più basse e lungo i corsi del Mareb e del Taccazè. La temperatura varia nell'anno dai 18° ai 25°, nelle altitudini medie: certo che nelle alte montagne il termometro scende ben più basso. Il sole è cocente, chè per quanto elevati non dimentica d'esser sole tropicale e piomba i suoi raggi verticali, ma l'aria rarefatta e spesso mossa dovuta all'altitudine e alla natura montagnosa, fa che raramente s'abbia a soffrire del più terribile tormento dei climi caldi, l'afa. È però facile pigliarsi un colpo di sole.
In aprile cominciano i primi annunci dell'avvicinarsi dell'autunno, o epoca delle piogge, che gli Arabi chiamano _karif_. La notte e la mattina il cielo è serenissimo, ma verso le due o le tre i venti di nord-ovest lo coprono di nubi spintevi dalla costa: qualche volta fanno una semplice visita poi scompaiono, spesso invece danno origine a lampi e tuoni, poi ad acquazzoni torrenziali, dopo i quali torna il più splendido sole. Dura così una quindicina di giorni, per poi rimettersi al bello fino alla metà di giugno, ed a quest'epoca comincia la vera stagione delle piogge che si protrae per quattro mesi, piovendo dapprincipio due o tre volte per settimana, durante qualche ora, poi aumentando fino a continuare giorno e notte nel mese centrale, poi decrescendo nella stessa ragione. È allora che tutto il suolo si copre di uno smalto verde intarsiato da splendidi fiori, che le foreste riprendono nuova vita per rafforzarsi ad affrontare gli altri mesi di siccità, che le campagne diventano produttive e si ripopolano d'ogni genere di selvaggina stanata dalle oasi che vivono dell'umidità dei terreni bassi, dei depositi d'acqua o delle piccole sorgenti od infiltrazioni.
A nuovo direttore delle dogane in Adua fu nominato un giovane dall'aspetto simpatico che viene un giorno a trovarci accompagnato dai suoi fedeli e seguito da una massa di soldati con lance, fucili, sciabole, scudi e una folla di seguaci inermi e curiosi. È questa ancora una prova della vanità di questa gente che non cerca istruzione nè educazione, nè soddisfazioni di amor proprio, ma si crede e forse si sente ingigantita dall'aver sempre uomini e armi dietro di sè. L'annuncio della visita era a titolo d'amicizia, ma lo scopo era di annoiarci, sperando cavarci qualche cosa pei pretesi suoi diritti. «Noi non siamo commercianti e andiamo al re, quindi siamo esenti da tali imposte» e con della fermezza e minacce di protestare presso S. M., lo mandammo in santa pace. Guai a chi si mostrasse debole con questi importuni, che non sarebbero mai sazii di carpire balzelli. Bisogna esser risoluti e non dimenticare che chi la dura la vince.
Siamo al sabato 29 e il piazzale è animato dal solito mercato: sentiamo un grande strepito, grida di gioia, e vediamo spuntare una grossa comitiva entro una nube di polvere. Alcuni cavalieri avanzano alla carriera, facendo fantasia, donne e ragazzi gridano a squarciagola, una grossa carovana fra cui spiccano il rosso, il luccicare di fucili e lance e qualche ombrellino, li segue. Chi dice essere Ghedano Mariam, chi il figlio del re che vive a _Macalé_ a tre giorni da qui. È infatti il primo che torna da una visita al secondo, e appena giunto all'altezza del mercato scende dalla mula, e attorniato dal seguito dichiara aperto il tribunale. Finita la seduta i tamburi chiamano il pubblico a raccolta e si proclama la nomina del figlio del re a governatore generale del Tigré, e di Ghedano Mariam a suo _wachil_ o rappresentante.
Abbiamo poi l'alto onore di ricevere una sua visita e di dover dare da bere ad una massa di seguaci che non sono mai sazii, e con una ingordigia schifosa continuano a far capire che la parola _ancora_ e il loro _ventricolo_ sono sempre all'ordine del giorno. Quando è servito il liquido ad un personaggio importante, questi ne versa qualche goccia nel palmo della mano di chi lo offre, il quale lo beve, come a prova che non c'è pericolo di veleno. Il più fedel servo, fatto sgabello delle proprie ginocchia a Sua Eccellenza, durante tutto il tempo della visita gli andò grattando e strofinando piedi e gambe, ciò che prova la grandezza dell'individuo e forse anche che non sono del tutto deserte quelle ascose parti degli alti dignitarii dello Stato.
Metà della popolazione venne da noi; la nostra unica camera fu letteralmente invasa e con tutta calma il governatore cominciò a trattare affari particolari coll'uno e coll'altro, come fosse a casa sua. Sarà uso del paese, ma per noi che intanto eravamo schiacciati come sardine fra tutta questa gente che non pecca certo per troppa pulizia, non era un gran divertimento. E la seduta si prolungava sempre, e l'ora del pranzo era passata, il sole volgeva al tramonto e mia era in quel giorno la responsabilità della cucina e temevo che quella brava gente di soldati che stavano nella corte, colla nota loro discrezione mi facessero pulita la pignatta. Finalmente potemmo liberarcene e il frutto della mia arte culinaria servì a chi era destinato.
Il giorno 30 arriva una carovana dallo Scioa, con incarico di fare acquisti di oggetti a Massaua; da questa possiamo avere buone nuove dei nostri amici della spedizione geografica, che in parte sono in Ankober, in parte proseguono per Kaffa, ma di tutti le notizie sono eccellenti.
Siamo sempre perseguitati dall'alto onore di visite del governatore che si direbbe preso da speciale simpatia per noi, ma alla fin dei conti scoppia la bomba e finisce per farci domandare una cassa con chiave, un orologio, un fanale, delle candele, una camicia e non ricordo cosa altro.
Malgrado questo, quando si acconsente a qualche loro richiesta o si fanno dei regali, non fanno mai atti di stupore per la novità dell'oggetto, nè segni molto evidenti di riconoscenza. Un paio di inchini, portando la destra da terra al fronte, ma con tutta freddezza, quasi mostrando che la cosa è meno di quanto si aspettavano e che era dover vostro il privarvene per loro.
Un intercalare, se così si può dire, di tutti gli Abissinesi, è la parola _Isci_ che pronunciano in segno di adesione, di aggradimento e quasi di approvazione a quanto dice un altro. È tanto comune e ripetuta questa parola, che subito l'osserva chi si trova in paese, e per questo mi piace ora ricordarla.
Uno degli inconvenienti delle frequenti visite che si hanno a subire, oltre certi piccoli ma molesti compagni che lasciano in abbondanza, è quello che nell'adempiere una semplicissima funzione, per la quale noi adoperiamo un fazzoletto, loro si servono delle dita che poi puliscono nel primo coso che capita sotto mano. Il re volle una notte andarsene incognito in una chiesa per spiare se si compivano con tutta formalità i sacrificii, ed ebbe ad osservare che i fedeli che entravano, facilmente insudiciavano le sacre pareti, senza riguardo alcuno alle pitture che spesso le ornano. Indispettito, fece subito pubblicare la proibizione del tabacco sotto pena del taglio del naso. Vuolsi per altro sia stata questa una finezza, tanto d'avere un pretesto di togliere l'utile all'Egitto, da dove per la maggior parte si importava il tabacco stesso.
In Abissinia esiste un sistema di spionaggio veramente modello. Qualunque cosa si dica od avvenga, subito ne corre la voce ed il re ne è immediatamente avvertito. Invece del telegrafo, accendono fuochi alle vette dove sono villaggi, e con voci acutissime si trasmettono le notizie da un punto all'altro. Ci dicevano i missionarii di Keren che seppero della battaglia di Gura molto più presto di quello che avrebbe potuto impiegare qualunque corriere a percorrere la strada.
In qualche capanna d'ogni villaggio si conserva sempre del fuoco durante la notte, e la mattina da questo hanno vita tutti i focolari del villaggio stesso. In caso di estinzione completa, si ottiene fuoco colla forte confricazione di due legni, uno assai secco, l'altro altrettanto duro.
Abbiamo ancora il governatore per prendere una lezione sul modo di caricare l'orologio e di distinguerne le ore. Ci volle del buon tempo e della buona pazienza a fargliela entrare, poi scommetto che il giorno dopo la molla sarà rotta. Alla catena pendeva un fischietto ed era proprio miserabile, più che ridicolo l'effetto di un alto funzionario, governatore di una provincia, rappresentante di un re dei re, _alter ego_ di un principe ereditario, che con riso ed espressioni di contento infantile si trovava soddisfatto di sè e in pari tempo sorpreso per aver soffiato in questo strumentino e averne ottenuto l'acuto suono.
Tutti questi capi, governatori e simili dignitari e funzionari non hanno paghe fisse, ma a loro si destina una provincia e da questa devono riscuotere i tributi, tenerne i loro appuntamenti, mantenere la loro casa e la loro truppa, e dare un tanto al re che se ne serve pel mantenimento del suo seguito, della sua armata, per fare qualche dono a delle chiese, ecc. Ogni governatore è capo civile e militare, tiene tribunali e può sentenziare fino a pene di sangue o di morte, per le quali si deve ricorrere al supremo tribunale del re. In caso di guerra seguono colle loro truppe quelle del sovrano.
La conseguenza di questo sistema di amministrazione, dove non ci sono tasse fisse, è che ognuno cerca di cavare da ogni villaggio il più che può, così che i pochi uomini abili alle armi preferiscono fare il soldato, ed all'agricoltura restano donne, bambini e vecchi nella più squallida miseria, soffrono persino di fame e qualche volta anche ne muoiono.
L'assassinio è punito colla morte, che hanno diritto d'infliggere i parenti dell'assassinato, ai quali è pure riservato l'altro diritto di mercanteggiare il delitto commesso e il sangue di chi dovrebbe subire il castigo.
Io ritengo il carattere abissinese incapace di adattarsi a qualsiasi civiltà, e lo vedemmo infatti dimenticare tutta l'antica, e restare completamente indifferente alle invasioni portoghesi e al contatto dei tanti viaggiatori europei. È come una pietra che anche lasciata dei secoli in fondo a un lago, non ne assorbirà mai goccia d'acqua. E a conferma di questa mia supposizione ho il fatto che tre Abissinesi che ho conosciuti, che vissero per degli anni in Europa o in India, ritornarono in Abissinia per diventarvi più Abissinesi di prima. Niente ispirò loro la civiltà, neppure un poco di attività e di amore alla pulizia, e quasi indifferenti restarono a tutto quello che hanno visto. Strano poi come della civiltà che ebbero, conservarono qualcosa per tradizione nel modo di reggersi, nei sentimenti e in qualche arredo sacro e d'ornamento, nulla affatto di quello che serve alla vita giornaliera. E sia che non ne sentano il bisogno, sia che si credano superiori a noi, non cercano per nulla di imparare qualcosa da chi, come devono pur vedere, sa rendersi l'esistenza un po' più piacevole. Essi vivono allo stato poco meno che selvaggio, non hanno assolutamente alcun utensile casalingo, all'infuori di alcuni vasi grossolanamente fatti in terra, nessun mobile, nessuna industria, ma conservano e fabbricano i monili d'argento dei quali il tipo è venuto dall'Arabia, alcuni utensili e ornamenti per chiesa, e fra questi i turiboli assolutamente belli e di stile bizantino. Hanno alcuni ponti lasciati dai portoghesi, ma li lasciano cadere in rovina, non pensano farne altri ad imitazione e bisogna passare i loro fiumi a guado od a nuoto, col pericolo della corrente che vi trascini o dei coccodrilli che vi piglino alle gambe. Hanno l'esempio di alcune chiese, come quella d'Axum, piantate entro costruzioni portoghesi, e i stupendi palazzi di Gondar, ma nessuno pensa a prenderli a modello e migliorare la propria abitazione.
In quello che può soddisfare la loro vanità, invece, hanno conservata buonissima memoria, e il sentimento dell'aristocrazia è inveterato quanto ridicolo in loro. Basti venire sul discorso e tutti vi diranno di discendere da stirpe reale o principesca, d'aver dominato in famiglia intere provincie per dei secoli, d'aver posseduto centinaia di villaggi, di avere i loro avi guidati, sempre alla vittoria, potenti eserciti, d'aver portati i primi titoli di nobiltà abissinese. Una stilla del sangue di Salomone dovrebbe essersi sparsa nella linfa d'ogni albero genealogico di questa buona gente, felice forse più di noi e forse troppo ragionevole di volersene star lontana dalla civilizzazione.
Abbiamo oggi, è vero, l'esempio di un popolo che in pochi anni abbracciò tutto quanto trovò di bene nella civiltà europea, svestendosi, con raro esempio di abnegazione, da tutti i pregiudizii inveterati dalle antiche usanze del sistema feudale che da secoli lo reggeva. Ma l'Abissinese non farà certo quanto fece il Giapponese, per quanto la tradizione dell'antica civiltà non gli dovrebbe essere che stimolo, mentre nel Giapponese la sostituzione di un'altra alla civiltà propria dovette forse essere se non un inciampo, certo un ritardo al suo progredire.
La razza abissinese è bella, il tipo lanciato, snello, elegante. La tinta varia dall'olivastro al marrone, più chiara verso la costa e sempre più cupa nelle province dell'interno. L'uomo è piuttosto alto, non secco nè pingue, ma muscoloso, raramente ha barba, l'occhio vivo, i denti bellissimi, il naso spesso leggermente aquilino, sempre, come le labbra, regolare. Le donne hanno tutte le belle qualità dell'uomo, aggiungendovi che la bellezza delle forme e la semplicità del costume le rende assai provocanti: mani e piedi piccolissimi e bellissime attaccature. Anche nel maschio è spesso ammirabile la piccolezza della mano e del piede e la finezza delle dita e dei tratti in generale. La moralità è molto al basso, chè la ragazza gode di piena libertà, e chi vuol prender moglie la sceglie generalmente fra quelle che hanno consumati i primi anni della loro bellezza, facendone mercato nelle città della costa, dove le belle etiopi sono molto cercate e rinomate, e hanno raggranellato così un piccolo gruzzolo di talleri. È poi costume nel paese, che il padre prima di sposare la figlia, se bella, ne vende al maggior offerente il primo fiore.
In fatto d'agricoltura credo che il suolo abissinese sarebbe capace di qualunque produzione, se il popolo non fosse indifferente a tutto quello che è non strettamente necessario per vivere, il grano, e non stimasse un avvilimento il coltivare la terra. La temperatura quasi costante, il suolo fertile e poco meno che vergine, i diversi gradi di elevazione, non chiederebbero che pochissimo lavoro per ridurre tutto quanto il paese un vero giardino: non trovate invece assolutamente mai un frutto nè un legume, tranne i pochi che crescono allo stato selvaggio. Nei _collas_ la temperatura non permette la coltivazione del frumento, ma vi si trova il cotone, l'indigo, tamarindi, ricini, zafferano, canna a zucchero, palme, banani, gommieri, baobab, piante medicinali molte, mimose, la dura e il dagussa. Nei _woina-deuga_ la temperatura vi è sempre primaverile e quindi costituiscono la zona la più ricca; vi si trova orzo, avena, fave, lenti, teff, il kolqual o euforbia, l'ulivo, il _cusso_, la vigna, l'arancio, il limone, il pesco. Tutti questi alberi vi potrebbero essere coltivati e produrrebbero stupendi frutti, ma vi si trovano invece solo allo stato selvaggio, e i frutti che producono non sono mangiabili.
I deuga sono i terreni più alti, quindi la vegetazione vi è meno ricca: l'orzo e l'avena sono i soli che vi attecchiscano, e come alberi il cusso è quello che sfida le più alte regioni: dopo un certo punto però, voglio dire oltre circa 3500 metri, non si trovano più alberi, e lo spazio è occupato solo da praterie naturali che forniscono il pascolo a truppe di buoi, capre e montoni. In queste regioni, durante il _karif_, si ha spesso neve e ghiaccio, e mentre questi, nella stagione secca si limitano a circa 4400 metri, nell'inverno discendono fino a 3500 metri sul mare.
Nell'opera di Ferret e Gallinier trovo la spiegazione allo strano fenomeno che da giugno a settembre, epoca del freddo nelle montagne e delle pioggie nell'altipiano, non una goccia d'acqua cade verso la costa, ed il motivo si è che essendo allora quest'ultima regione enormemente riscaldata dal sole, la colonna d'aria che si eleva dal suolo impedisce alle nubi di condensarsi e di precipitarsi in pioggia. Da ottobre a marzo, invece, che la temperatura alla costa è molto meno elevata, le nubi trovano libera la loro via nell'atmosfera e portano il loro contingente a quelle desolate contrade.
L'attuale re è severo assai col suo popolo, e non transige sulle pene che devono infliggersi ai colpevoli, ma alieno dal trascendere ad atti brutali come la tradizione, o meglio l'uso impone, è sempre proclive a mitigare le condanne. Come esempio al popolo, i pretesi avvocati lo consigliano però spesso ad atti veramente barbari, pretendendo che l'Abissinese è tanto indifferente alla morte, e la affronta con tale coraggio e freddezza, che il condannarvelo non basta a trattenerlo dal commettere delle nefandità, e quindi per prevenirle è indispensabile commetterne altre che infiorino la condanna a morte dei più terribili tormenti.
Citerò, ad esempio, un fatto occorso or fa qualche anno: una banda di insorti che univa le due qualità di rivolta al Governo e di brigantaggio, fu sconfitta in un incontro e fatta prigioniera: per evitare un massacro e accappararsi l'affezione con un tratto di generosità, il re perdonò e diede piena libertà al grosso della comitiva, ma ai quattro capi si tagliarono i polpacci a sottili fette, come si trattasse di giambone, finchè si arrivò all'osso, poi si lasciarono a disanguare.
Così mi raccontava Naretti d'esser stato testimonio del seguente fatto avvenuto sulla piazza del mercato di Adua. Una donna aveva commessi delitti senza esempio e che sarebbe troppo lungo ripetere: si scavò una fossa, vi si seppellì la condannata, in posizione verticale, fino al petto, e i dettagli della freddezza con cui sopportò l'operazione, preparandosi alla tragica fine, sono cose da far rabbrividire, poi _coram populo_, con un grosso fucile le si diede l'ultimo colpo alla testa. Tutto il giorno stette così esposta, e la mattina dopo era ancora triste spettacolo, e per di più aveva una guancia rosa dalle jene nella notte.
E il pubblico assiste, si diverte, applaudisce a questi delitti ufficiali, e intanto pretende a dirsi cristiano.
Così le _esecuzioni semplici_ del taglio della testa si fanno in luogo pubblico, come un duello fra un armato e un inerme, e spesso accade che fallendo almeno in parte il primo colpo, che le lame non sono delle più fine, nè delle più taglienti, si ha una vera lotta fra il carnefice e l'altro mezzo tagliuzzato, fra un circolo di curiosi.
Il venerdì 4 aprile corre la festa del Salvatore, per cui andiamo ad assistere alle grandi funzioni che si celebrano nella chiesa di questo nome.
Per vero dire il tintinnio dei turiboli e dei campanelli, il canto di una infinità di preti e inservienti, e il loro andirivieni continuo entro e fuori i diversi cerchi del santuario, mi hanno tanto sbalordito, che ben poco potei raccapezzare sull'ordine delle funzioni. Ho visto che si presentavano dei gran messali, in lingua del paese, ai preti che ne leggevano delle preghiere, rivolgendosi di quando in quando al pubblico in atto di benedire, ed ho ammirato alcune stupende e grandi croci in argento, dei _bornus_ in seta azzurra ricamati a colori e adorni di originalissimi ornamenti d'argento, portati dai sacerdoti: dei baldacchini in forma d'ombrello in stoffe damascate pure con ornati in argento, e un originale berretto portato dai chierici, costituito da un cerchio d'argento che abbraccia la testa, finito a visiera, portante alcune fettucce d'argento che si raccolgono al vertice, sormontato da una palla adorna di piccoli campanelli e di una croce pure in argento.
[Illustrazione: Antica chiesa del Salvatore in Adua]
Abbiamo frequenti visite dei delegati dello Scioa che sono gente per bene, molto affabile e cortese, e hanno un principio di educazione e di sentimenti di delicatezza, come, mi è forza dirlo, non abbiamo ancora incontrato in questo paese. Tengono nota di tutto quanto vedono e di ogni particolare delle strade e del paese, ciò che unito a quanto alle volte trapela dai loro discorsi, mi fa supporre che meglio che gli acquisti, lo scopo del loro viaggio è di impratichirsi di queste regioni che in un giorno forse non lontano, il loro sovrano pensa di occupare. Sono fini e intelligenti e fanno le cose per bene, ma non hanno ancora imparato che per esser diplomatici bisogna saper fingere di non esserlo, parlar poco e spesso mentire.
Noi siamo sempre in attesa del ritorno del corriere spedito al re, ed oltre alla noia di questo soggiorno si aggiunge ora l'inquietudine, perchè l'epoca delle piogge si avvicina, e se questa ci sorprende all'interno resta chiusa la via al ritorno, e non deve esser certo divertente passar qualche mese in una capanna senza occupazioni e senza potersi divagare con escursioni e caccie. Il piccolo _cherif_ è già cominciato e spesso verso sera ci troviamo chiusi fra tuoni, lampi e dense nubi che si risolvono in acquazzoni torrenziali, passando da un sole cocente e piccante ad un vento freddo più che fresco. Finestre, porta e tetto della nostra abitazione non sono certo tali da difenderci dalle furie degli elementi, e spesso abbiamo l'incomoda visita della pioggia che ci viene a trovare nei _nostri appartamenti_.