Abissinia: Giornale di un viaggio

Chapter 12

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Rimpetto a tutto questo è un'altura che finisce con roccia nuda, e la cui base forma parete ad una vasca semicircolare lunga una trentina di metri, larga la metà e profonda forse sei, in cui all'epoca delle piogge si raccoglie l'acqua. È detta _maiscium_ o acqua dei principi. Dal lato dell'altura sono due vie scavate nella roccia che dagli estremi della vasca vanno elevandosi sopra il centro, dove trovansi quattro o cinque gradini disposti ad anfiteatro. Avanzi di antiche gradinate scendono pure fin sul fondo della vasca. In un avvallamento di fianco a questa altura sta un grosso sicomoro, dove per antica tradizione, il giorno dell'Epifania, si piantano due tende, di cui una è regalo del re, vi si celebrano solenni messe, vi si fanno grandi feste e si benedice l'acqua.

Da qui verso sud continua la catena di alture che stanno rimpetto alla città da cui sono divise per pochi metri dall'incassatura di un piccolo torrente in cui scorre acqua solo al tempo del _carif_. Alla vetta di una di queste, ove salimmo, Zaccaria ci mostrò alcune tracce di un antico edificio in pietra da taglio, distrutto dal tempo ed ultimamente dall'avidità del materiale. In diversi punti avanzi di antiche opere, per lo più finte porte scolpite nella roccia.

[Illustrazione: Chiesa d'Axum nel castello portoghese]

Passiamo, invitati, a visitare il Nebrid, l'autorità ecclesiastica che viene subito dopo il Cighiè in via gerarchica. Abbiamo uno dei soliti ricevimenti con trattamenti, e vi troviamo una cordialità senza pari e una persona franca, intelligente, simpatica quanto mai.

Da qui alla chiesa, che è entro un curioso edificio merlato, rettangolare, che ha tutto l'aspetto di un castello medioevale, ciò che mi fa ritenere per certo essere un avanzo di fortificazione della dominazione portoghese. Sul davanti è un rozzo porticato con pilastri. L'interno è diviso in tre navate, ed a circa metà della sua lunghezza diviso da un muro che rinserra così la parte riservata ai preti. Qui dentro si conserva il trono di gala che il re fece fare a Naretti e che modestamente si intitola trono di Salomone. Dieci gradini in legno, fiancheggiati da una balaustrata, portano ad una piattaforma, sulla quale, dietro la sedia reale si innalza un assito sormontato da una gran corona, intagliato a disegni fra cui al centro i leoni d'Etiopia ed una iscrizione che porta il nome del re, la data dell'incoronazione e il nome dell'artefice.

In uno speciale cortiletto, a fianco alla chiesa, sorge un piccolo edificio nel quale si pretende siano state deposte e conservate le tavole della legge: ora vi stanno positivamente due cannoni di bronzo presi agli Egiziani a Gura, e che il re in atto di devozione offrì alla chiesa quale ringraziamento della vittoria. Attorno alla chiesa è un gran recinto sacro, popolato da molte piante, nel quale non possono entrare donne; sparse vi sono parecchie capanne che per tradizione si ritengono inviolabili, e quindi vi tengono deposti i loro tesori i grandi personaggi. Avanti la chiesa è una lunga gradinata, larga sessanta metri, che aggiunge imponenza a questo edificio che in mezzo a tante abitazioni e templi in paglia figura già come gigante. Sortendo dal primo recinto in direzione ovest si trova una massa di rovine, e fra queste ancora perfettamente riconoscibili le sedie dei giudici che la tradizione vuole sedessero a pubblico tribunale rappresentando le dieci tribù d'Israele. Sono basamenti in pietra che sopportano massicci sedili pure in granito, nei quali restano le tracce delle incisioni dove si assicuravano il dorsale e i bracciali che dovevano forse essere in metallo o ricoperti da ricche stoffe.

Altri avanzi si trovano in diversi altri punti della città: resti di grosse muraglie: grossi dadi in pietra, disposti in linea retta, che mostrano l'esistenza di un edificio di qualche importanza, e perfettamente all'estremo sud una gradinata di sei gradini, lunga una quindicina di metri. Resti parlanti della antica civiltà sono due lapidi, o meglio frammenti di lapidi, delle quali una in caratteri greci rimonta al 330 della nostra era e narra i fasti di un imperatore _Aizana_.

L'elevazione di Axum mi risulta di 2170 metri circa.

Un altro obelisco caduto e spezzato ci fu mostrato presso alcune abitazioni: è il più grande, parmi, e misurato a metà dell'altezza circa, mi diede metri 3.50 x 2.05: la lastra che doveva fargli piattaforma sul davanti è metri 6 x 17.20.

Passati un paio di giorni a visitare questi interessanti avanzi ed a cavarne qualche schizzo che ce ne possa ricordare le linee principali, riprendiamo la via del ritorno per Adua.

[Illustrazione: Abitazione reale in Axum]

Proseguiamo per poco verso nord ove anche dopo le ultime capanne si continuano ad incontrare avanzi di obelischi più o meno rozzamente lavorati. Questo mi conferma nella mia opinione che trattasi di una necropoli o di un santuario, essendo gli obelischi maggiori, che tutti portano presso a poco le stesse incisioni, dedicati ai singoli membri della dinastia regnante, od innalzati come fari del culto e della fede. Non potrebbe quella porta che sta scolpita ai piedi di molti degli obelischi, avere allusione all'ingresso nella nuova e forse miglior vita? Vediamo tanti monumenti moderni che vorrebbero esprimere lo stesso concetto! E quelle forature nella piattaforma, non potevano servire ad accendere fuochi per tener viva la memoria del trapassato, o a ricevere offerte che gli amici e i parenti deponevano in omaggio al defunto, e che i poveri raccoglievano? Sono usi che vediamo ancora oggi praticati in alcuni paesi. E non c'è a stupire se di una città, anzi di una civiltà, non restano che poche tracce di lavori dedicati alla fede e ai morti. La stessa cosa vediamo negli avanzi di quasi tutte le città romane, nei giganti dell'antico Egitto, nei colossali templi dell'India, dove quasi nessuna traccia ne resta che ci dia idea della vita privata di quelle popolazioni che vivevano forse sotto meschine capanne o entro grotte, ma lasciarono quei ricordi davanti ai quali noi ci sentiamo pigmei, quegli edificii che per culto alla fede o per rispetto ai trapassati furono arditamente innalzati colla vita di migliaia di schiavi e colle ricchezze di intiere provincie.

Noi abbiamo raggiunto, almeno a quanto pare, un grado molto superiore di civiltà, e per ottenere questo intento abbiamo trascurate le tradizioni per far trionfare l'egoismo, ma credo che molti plaudirebbero al giorno in cui il faro che ci guida nella vita fosse meno l'interesse, ma meglio le affezioni.

Volgiamo ad est, saliamo un'altura dalla quale diamo l'ultimo addio ad Axum e dopo mezz'ora ci fermiamo per visitare alcune grotte. Un'apertura di poco più di un metro di larghezza per due di altezza dà accesso ad un corridoio le cui pareti sono in blocchi di granito squadrati: l'entrata è in discesa e la soffitta pure in blocchi di granito sovrapposti come gradini di scala rovescia.

Dopo sette o otto metri s'incontra un corridoio trasversale: rimpetto all'entrata una specie di camera di quattro metri circa di profondità, e ai lati di questa due corridoi dall'apparenza paralleli continuano in direzione dell'entrata. Mi inoltro per qualche metro, ma sgraziatamente la mancanza di luce naturale ed artificiale non mi permette di verificarne nè la direzione nè la profondità.

Nelle vicinanze se ne vedono altre simili, ma l'accesso ne è quasi completamente proibito da pietre che lo ingombrano, e solo vi hanno rifugio jene e sciacalli.

Per una via molto più variata e simpatica di quella percorsa venendo, ce ne torniamo alla nostra dimora di Adua, dove gli amici rimasti ci avevano preparato di che rifocillarci; ma mentre tutti quanti stiamo col piatto sulle ginocchia, entra un corriere speditoci da Massaua.

Tacque la fame, ognuno dimenticò quanto aveva sul piatto e alle nostre narrazioni, al tintinnio delle posate subentrò un silenzio sepolcrale interrotto solo dal fruscio di qualche pagina che dava posto ad un'altra.

Bisogna averlo provato, per poterlo immaginare, cosa sia di consolazione ricevere nuove della propria famiglia, e inaspettatamente, in simili circostanze.

[Illustrazione: Costume da donna abissinese]

[Illustrazione: Soldato abissinese]

Il costume generale dell'Abissinese è lo _scemma_, specie di lenzuolo bianco attraversato da una striscia scarlatta di cinquanta centimetri di larghezza: il bianco si ottiene da cotone coltivato in alcune provincie, filato e tessuto in paese, il rosso è filo importato d'Europa, e come per questo motivo è la parte più costosa, i poveri lo sopprimono e più si avanza nell'interno, più si restringe, diventando maggiormente caro pel trasporto. Il genere dell'abbigliamento e l'eleganza del modo di indossarlo portata dall'abitudine, lo rendono quanto mai pittoresco: le persone più agiate o che occupano alte cariche vi aggiungono una semplice camicia od un paio di calzoncini in tela bianca: il povero è meschinamente coperto da un cencio qualunque o qualche volta da una semplice pelle alla cintura: i bambini spesso come natura li fece. Le donne si fanno una piccolissima treccia che gira sul fronte e scende dietro le orecchie, e pettinano il resto della testa con una massa di treccine che partendo dal fronte, nel senso longitudinale del capo, scendono a radunarsi alla nuca. Gli uomini portano capelli corti, o in segno di distinzione cinque grosse trecce che pure scendono dal fronte alla nuca, e questo serve a dar loro aspetto assai marziale. Le prime spesso, i secondi qualche volta, uno spillone d'argento conficcato nei capelli. Le ragazze, in segno della loro verginità, portano una larga tonsura che tutta occupa la nuca e lascia solo un anello di capelli all'ingiro. Il costume comune alle donne è una camicia di tela ricamata a strani disegni con fili colorati, sul davanti, attorno al collo e alle maniche. Spesso hanno braccialetti anche ai piedi, piccoli orecchini e originalissime collane in argento. Alle dita molti anelli grossi ma lisci. L'uomo porta raramente monili: alle volte qualche anello d'argento alle dita: spesso però gli pende dal cordone azzurro, che in segno di cristianesimo porta al collo, un grosso anello in bronzo od argento, e, cosa curiosissima, uno spazza-orecchie alle volte abbastanza elegante, ma del quale credo che l'uso sia poco meno che ignoto. Comunque sia è strana la presenza di questo unico strumento da toeletta che sia conosciuto in paese.

Il D'Abbadie appoggia molto sul modo di vestirsi e sulle conseguenze almeno apparenti che ne derivano nei costumi per trovare un certo nesso fra gli Abissinesi e gli Etruschi, i Romani e i Greci, e come i Romani distinguevano la Gallia togata, la Gallia bracata e la Gallia comata, vorrebbe che l'Etiopia fosse quella che dal costume potrebbe dirsi Africa togata. Finamente poi osserva come anticamente i soldati acquistavano diritto a farsi una treccia per ogni nemico ucciso o fatto prigione, e dieci fatti simili permettevano di fare a trecce tutta la testa e vede nell'attuale uso abissinese una tradizione di questo costume.

Non si coprono mai il capo e marciano sempre scalzi, solo usando dei sandali quando hanno i piedi piagati. Vivono molto parcamente, chè il loro nutrimento abituale è pane con berberi, pastina ottenuta da peperoni rossi essicati e cipolle pestati insieme, che qualche volta riscaldano con farina di ceci e ne fanno così una pietanza assai forte nella quale intingono il pane. Solo in circostanze particolari mangiano carne, quasi sempre da bue, e la preferiscono cruda, di animale appena ucciso. Sono ghiottissimi di questo pasto selvaggio che chiamano _brundò_: qualche volta abbrustoliscono le carni sulla bragia. Indolenti per carattere, il loro primo scopo è il dolce far niente, ma l'attività non manca loro e in caso di necessità sono capaci di fatiche e di privazioni straordinarie. Con pochi pugni di farina vivono e camminano intiere giornate, e il giorno che possono sgozzare un bue lo divorano materialmente, empiendosi fino al punto di non potersi quasi più muovere.

Come bibite hanno la birra, liquido torbido ed acidulo che si ottiene dal fermento di acqua con pane o grano abbrustoliti. Più usato è il _tecc_ ottenuto dal fermento di acqua, miele e foglie di _ghessò_ o radici di _teddò_, arbusti che crescono allo stato selvaggio e che qualche volta si coltivano all'uopo. Il più delicato è quello che si ha dalle foglie di _ghessò_: come usano questa bevanda nel momento della sua maggiore fermentazione, assai facilmente se ne ubbriacano.

Qualche arabo ha introdotto in paese l'uso di distillare il grano di _dagussà_, dal quale ricavano una specie di acquavite, di che sono assai ghiotti, e che chiamano _arachi_.

[Illustrazione: La nostra abitazione in Axum]

La _dura_ è il grano più usato dalla popolazione: i benestanti usano molto il _teff_, che somiglia al nostro miglio, e col quale fanno dei pani simili a grandi ostie tutte a piccoli fori come un merletto, sempre molle come pasta cruda, anche se stracotto. Hanno buon frumento, ma raramente lo usano. Le capanne loro sono meschinissime e tutto quello di più sudicio che si può immaginare: è un lusso concesso a pochi l'avere un _angareb_, chè la maggior parte dorme per terra rannicchiata su una pelle da bue che difende dall'umido e dagli insetti. È gente del resto contenta del suo stato, che con poco potrebbe procurarsi qualche miglioramento nelle abitudini e nel vivere, ma che non ne sente il bisogno e non se ne cura.

Il sapone vegetale è un arbusto curioso che prende volentieri forma d'arrampicante nelle siepi: produce dei fiocchi di fiori biancastri, dei quali i semi si usano come sapone e ottengono benissimo l'intento producendo molta schiuma.

L'abissinese non si lascia mai vedere quando mangia, e facendo questa indispensabile operazione, si raccolgono a piccoli crocchi e si coprono stendendo uno scemma sulle teste. Così pure quando parlano, lo fanno spesso sotto voce e alzando il manto a coprire la bocca. È gran lusso l'avere delle bottiglie europee in cristallo a forma di cipolla, e di queste si servono come da bicchiere. Hanno poi bicchieri e bottiglie di _fabbrica nazionale_, che consistono in grosse corna da bue ridotte all'uopo.

Si pretende sia conseguenza dell'uso delle carni crude la frequenza del tenia, che curano con una decozione di _cussó_, albero che vegeta splendidamente in molte località. Del resto la loro farmacia si riduce a qualche rimedio empirico, sempre vegetale, e nel confidare nel tempo e nel lavoro di natura. Per le ferite e le piaghe applicano assai facilmente il fuoco con un ferro rovente; e frequentissimi sono gli individui che al petto, al dorso o alle braccia ne portano le tracce.

Secondo il rito abissinese v'ha un battesimo pei neonati e un matrimonio per chi vuole regolarmente crearne. Battezzando, il prete passa al collo del bambino un cordone tricolore in segno della Trinità: questo si riduce in seguito ad un cordone azzurro, che si usa portare come distintivo, dai cristiani. Pochi adempiono alla formalità del secondo sacramento: la separazione è frequente e il divorzio ammesso anche religiosamente qualora si provi che la donna ha bastanti mezzi per la sua sussistenza, o che il marito può fornirglieli. I maschi restano al marito, le femmine alla moglie. Sono cristiani, ma separati dalla chiesa cattolica e dipendenti direttamente dal loro patriarca che siede in Alessandria d'Egitto. Il loro rito è il cofto, che ebbe vita verso la metà del quinto secolo da Eutichio, monaco di un monastero in vicinanza di Costantinopoli, il quale si dichiarò oppositore alle vigenti credenze sulla doppia natura di Gesù Cristo. Il nuovo dogma non piacque al cattolicismo, e radunato un primo Concilio per ordine di papa Leone Magno, Eutichio fu dichiarato eretico, ma riammesso a far parte della chiesa cattolica dai voti di un secondo Concilio convocato per ordine dell'imperatore Teodosio II. I proseliti si divisero per altro in due fazioni favorevoli alle contrarie decisioni dei due Concilii, per cui per por fine ai dissidii ne fu convocato un terzo in cui gli Eutichiani furono irrevocabilmente dichiarati eretici, e per questo si separarono completamente dalla chiesa di Roma, e propagarono le loro credenze in Oriente. Credono alla Trinità riconoscendo in Cristo una sola natura, perchè pretendono che la divina ha assorbito l'umana. Il loro culto d'adozione è quello della Vergine che come madre di Cristo ha, secondo loro, maggiori titoli alla venerazione dei fedeli. Osservano il culto delle immagini. Hanno due quaresime, una di quaranta giorni che precede la Pasqua, e una di dieciotto durante l'Advento: entrambe si osservano scrupolosamente, facendo un solo pasto ogni ventiquattro ore e dopo il tramonto: la carne, il latte, le uova sono proibiti in questo epoche, e si tollerano solo i legumi. Nessuna concessione è fatta, neppure, per malati e moribondi.

[Illustrazione: Prete cofto d'Abissinia]

Per speciali divozioni, il re può far proclamare altri digiuni. Le funzioni religiose hanno luogo generalmente la notte, e nelle feste speciali con gran pompa. La popolazione è molto religiosa in apparenza, ma mi pare assai poco nella sostanza, come pure sono fieri d'esser cristiani, ma in realtà lo sono di nome più che di fatto. I preti devono saper leggere, è un lusso se sanno scrivere, e dando un piccolo esame davanti al vescovo od a chi ne fa le veci, vengono investiti del sacro ordine: nelle chiese insegnano poi a leggere e commentare le sacre scritture a dei ragazzi che a loro volta diventano i successori. È loro concesso di ammogliarsi, ma in caso di vedovanza non possono passare a seconde nozze.

Per vivere è loro destinato un tributo sui terreni appartenenti al villaggio cui sono addetti, e ricevono offerte private. Vestono uno scemma tutto bianco e un turbante pure bianco, rare volte giallo. Portano sempre una croce in ferro colla quale si fanno il segno della croce. Conoscono la propria ignoranza e temono il confronto di qualunque altro sacerdote, per cui sono i più terribili nemici di qualunque influenza europea, immaginando che dietro l'ambasciatore o il commerciante, venga subito il ministro della fede. Nella celebrazione della messa stanno racchiusi nel camerino interno della chiesa, talchè non sono visibili agli occhi del pubblico: all'esterno però vi sono sempre altri preti e chierici che coll'originale turibolo tutto a campanelli, col loro speciale campanello, con canti e gridi fanno un baccano che somiglia più ad una ridda infernale che ad un sagrificio religioso.

Nella società non vi sono grandi distinzioni di classi. Solo ai tempi di D'Abbadie e di Rüppel esisteva ancora una certa organizzazione, si usavano certe etichette nei ricevimenti, nei costumi trasparivano principii di eleganza, di effeminatezza: si parlava allora di tinture agli occhi, di profumi sulla testa, si adoperava un elegante ed originale _bornus_ da signora in seta azzurra e gialla con ricami caratteristici a colori. Cose tutte che oggi sono quasi scomparse perchè le continue guerre hanno devastato il paese, e la miseria generale ha portato la trascuratezza del superfluo e la svogliatezza dell'attendervi.

Oggi mi pare che l'abissinese può dividersi in tre categorie: quelle dei così detti _grandi_ che hanno cariche civili, militari o religiose: quella dei _benestanti_, se così si possono dire, che corrispondono al nostro medio ceto, e che per eredità di famiglia, per speciali favori o per ricompensa ebbero dal re il dono di terre, e dal ricavo di queste vivono: l'ultima classe è la povera, anzi poverissima, quella degli agricoltori, se così si possono chiamare quelli che grattano un po' di terreno per spandervi del grano e senz'altro raccoglierne i frutti qualche mese dopo. Questa classe, che infine è quella che pensa alla sussistenza di tutti quanti gli Abissinesi, è ritenuta l'infima e quasi tenuta in conto di spregio, chè in paese considerano il coltivare la terra come il più basso grado di avvilimento per un uomo. E pensare che sono i soli individui, si può dire, che in Abissinia lavorano. Chi vi si adatta sono i pochi che annidano sentimenti umani nel cuore e preferiscono le affezioni della famiglia alle emozioni delle armi, e della vita errante, oppure quei disgraziati seminudi e semi-schiavi che non poterono mai giungere a procurarsi un cencio ed un'arma tanto da rendersi capaci di seguire un corpo qualunque d'esercito. Questo è la vera piaga del paese, che essendo il soldato mantenuto e godendo del beato far niente tutta la giornata, il sogno d'ogni abissinese è di diventarlo, e tutte le braccia robuste sono così tolte all'agricoltura.

Il carattere dell'abissinese varia molto a seconda delle province e delle classi sociali. Così nel Tigré è più fiero e ardito, nell'Amara calmo e serio, nello Scioa cortese ed elevato, almeno a quanto potei giudicare da parecchi scioani venuti in Adua.

La più alta classe sociale, sia per natura, sia per ambizione, sia perchè lo ritiene un dovere, volendo farsi credere educata con degli Europei, è generalmente affabile, ospitaliera. Il ceto medio vorrebbe esserlo, ma non può o non sa esserlo, e tutte le gentilezze, i tratti di generosità che per lo più vi usa, cerca di averli materialmente compensati ad usura. La classe povera è piuttosto buona e sarebbe ospitaliera se non la trattenesse dall'esserlo la gran miseria e la paura costante d'esser vittima degli abusi del paese. Quando viaggiano carovane per ordine o servizio del Governo o del re, che è poi la stessa cosa, oppure compagnie di soldati, hanno diritto d'essere mantenuti in ogni villaggio che si trova sulla loro via, e come hanno una certa impunità e nessuna riservatezza, non si accontentano di vivere, ma dove toccano portano la devastazione.

Entrano nelle case, fanno sgombrare gli uomini, obbligano le donne a far pani, tecc, a dar loro miele, latte e tutto quel poco che si può avere, poi spesso abusano di questa ospitalità forzata e non rare volte si divertono ad insaccare o buttar via per malvagità o dispetto le provviste che a questi miserabili dovevano servire fino alla fin d'anno. Da questo deriva che la povera popolazione è diffidente, quando vede arrivare una carovana scappa, nasconde le provvigioni, rifiuta ogni cosa, e spesso dovemmo durar fatica a persuaderli che eravamo galantuomini e che volevamo pagare quanto cercavamo.

In complesso non vedono di buon occhio l'Europeo, perchè non sanno concepire per qual ragione viaggi nei loro paesi e subito sospettano in lui mire religiose: ne sono poi diffidenti vedendo in ogni bianco un turco, e _turco_ ci chiamano per sprezzo: non hanno per altro coraggio di farci del male, temendo il castigo del re, e ci rispettano quando ci sanno protetti dal loro sovrano. Sono generalmente onesti, e questo credo in parte si deve anche alla mancanza di tante formalità e quindi all'abitudine di tener sacra una parola data o giurata su una vaga formola qualunque. La gravità delle pene fa sì che sono galantuomini, e raramente commettono rubalizi: ha portato invece l'altro inconveniente, che non osando appropriarsi, cercano, e sono di tale insistenza da mancare alla propria dignità e da far perdere la pazienza a qualunque santo. Tranne il re e uno o due dei principali capi, del resto tutti quanti gli Abissinesi peccano di questo grave difetto, vengono a farti visita con mille protestazioni d'amicizia, poi cominciano a domandarti tutto quello che vedono dattorno, poi quello che desiderano nella loro fantasia, e invece di avvilirsi alle continue negative, pare prendano maggior lena a cercare di colpire nell'oggetto del quale per indifferenza o per levarti la noia sei disposto a privarti. I più educati, se così si possono dire, sono quelli che invece di chiedere assolutamente ti propongono una vendita, ma si può ben star certi che il corrispettivo non arriverà mai più.