Abissinia: Giornale di un viaggio

Chapter 11

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In queste guerre fratricide si perde dunque la storia, finchè verso il 1840 si trova _ras_ Aly nell'Amara e _ras_ Ubiè nel Tigré che sono fra loro in guerra. Il primo vince il secondo, ma lo vuol trattare con troppa generosità, e Ubiè si rivolta nuovamente e riesce a riafferrare il suo trono. Lo Scioa da lungo tempo si era dichiarato indipendente e vi regnava Sahala Selasé, che mostrò di essere proclive alla civiltà e di possedere modi cortesi e cuore aperto, quando si presentò alla sua Corte D'Abbadie. Nelle montagne del Lasta sorge un avventuriero, certo Kassa, che con molto ardire e il favore delle armi batte _ras_ Aly, ne imprigiona la madre, ne sposa la sorella, si impadronisce dell'Amara e si fa proclamare re d'Etiopia, dopo aver fatto assassinare _ras_ Aly; era questi re Teodoro del quale tutti conoscono le gesta. Morì il re dello Scioa e lui colse l'occasione per usurparne il trono, e colla forza dei due regni uniti non trovò grave difficoltà a conquistare anche il Tigré.

Teodoro, il vero tipo dell'avventuriero, pieno di ardire, di energia e dotato anche di un certo grado di intelligenza, entrò presto nelle simpatie di un popolo, che facilmente si esalta per chi mantiene la guerra e sa condurlo vittorioso alla pugna. Unite le diverse provincie del suo regno e ottenuta la pace, pensò allo sviluppo materiale e morale dei sudditi ed invitò a stabilirsi presso di lui alcuni Europei che conoscessero diverse arti e specialmente quella del fabbricar cannoni e polvere.

Le idee erano buone ed apprezzabili in un individuo che non era mai uscito dai confini di un paese poco meno che selvaggio, ma la gloria e l'avidità della supremazia gli scaldarono presto il cervello, la sua natura rozza e l'indole in fondo forse cattiva, trovando nella sua posizione mezzo a sfogarsi, non conobbero più freno. Si diede all'ubriachezza, commise nefandità che destano ribrezzo al rammentarle. L'uccidere il prossimo era per lui la cosa più semplice, e credeva quasi averne il diritto e farsene merito. Per punire piccole mancanze od anche solo per il capriccio di un momento faceva metter fuoco ad un intiero villaggio obbligando gli abitanti a starsene chiusi nelle rispettive capanne.

Ordinò una volta che si radunassero in una pianura per una data epoca 30,000 buoi e volle in un solo giorno vederli tutti decapitati. Si portò poi come già tutti sanno, cogli artefici europei da lui chiamati, e cogli ambasciatori inglesi inviati dal loro Governo, talchè ne nacque la guerra che gli fu fatale. Fino all'ultimo istante però diede prova del suo carattere fermo e pieno d'amor proprio, col darsi un colpo di pistola alla testa, piuttosto che cader prigioniero dell'esercito nemico. Sono tante e tali le nefandità da lui commesse, che per concepirle in un essere umano e per scusare lui, non si può pensare altro che alla pazzia che lo avesse colpito. Per tal modo la maggior parte dei suoi sudditi lo avevano completamente abbandonato, e come già dissi, all'epoca della guerra inglese il regno da lui riunito era già sfasciato.

Morto Teodoro, l'Abissinia restava così divisa e dominata: il Tigré, di cui era principe Giovanni Kassa, che strinse amicizia cogli Inglesi, lasciando loro libero passaggio sui suoi dominii, e fornendo guide, interpreti, vettovaglie, quanto infine poteva necessitare, dietro promesse di regali e protezione per l'avvenire; l'Amara di cui era principe Gobusié: il Goggiam con a capo _ras_ Desta: lo Scioa capitanato dal padre dell'attuale Menelik, era stato non soggiogato, ma domato fino a pagare un tributo a Teodoro, e, morto questo, lo pagava al re del Goggiam.

Come è naturale, nessuno di questi regnanti era contento di quel che possedeva e mirava ad invadere i territori del vicino. La guerra non tardò infatti a dichiararsi fra Gobusié e _ras_ Desta, e in due battaglie fu decisa la sorte delle armi in favore di Gobusié che distrusse e scompigliò le file del nemico in modo che questi, fuggiasco, si diede alla montagna per continuarvi una guerriglia. Gobusié diede allora la sovranità, od almeno il governo del Goggiam a suo cugino _ras_ Adal. Questi continua le ostilità, sorprende il nemico in una gola di montagne, gli piomba addosso, lo fa prigioniero e incatenato lo porta a Gobusié.

In questo frattempo un'altra guerra era scoppiata in Abissinia. Devo premettere, che per tradizione è privilegio del principe del Tigré di domandare al patriarca d'Alessandria l'_Abuna_, o vescovo cofto che deve risiedere in Abissinia e che solo ha il diritto di incoronare i sovrani. È uso fare la domanda mediante un'apposita commissione che si reca in Egitto e riporta con gran sfarzo la sacra persona domandata, che deve essere un nero. La tassa e le spese per questa funzione sommano a 25,000 talleri.

Giunto in Abissinia, l'Abuna vi resta come capo supremo della chiesa, durante tutta la sua vita, dimora presso il re od in Axum, e per appannaggio gli è destinata una delle più ricche province, più un tanto da ogni chiesa che sta sotto la sua giurisdizione. All'epoca di cui narriamo le vicende, mancava in paese questa autorità, e Giovanni Kassa, usando del suo privilegio quale principe del Tigré, e di una avvedutezza non comune, pensò procurarselo dicendolo necessario per la sua incoronazione a re d'Etiopia. Gobusié allora, ingelositosi, mostrò le sue lagnanze adducendo che lui pure poteva vantare altrettante pretese al trono d'Abissinia. Ebbene, rispose Kassa, per farti incoronare ti è necessario l'Abuna che tengo presso di me, vieni a prendermelo se puoi. Così fu dichiarata la guerra, e il vincitore fra i due pretendenti doveva cingere l'ambita corona. In questo spazio di tempo appunto _ras_ Adal aveva consegnato, incatenato, _ras_ Desta a Gobusié. La guerra, che in questi paesi si riduce ad una o due battaglie laddove le due armate marciando una contro l'altra si incontrano, si portò nelle alture fra Adua e Axum e la vittoria fu a re Giovanni, quantunque questi si dice non avesse che 12,000 uomini e l'altro fosse forte di un'armata di circa 60,000. Gobusié e _ras_ Desta caddero prigionieri e il primo fu pure ferito. Torna qui a proposito ripetere un episodio che qualifica il carattere fiero di questo popolo; re Giovanni, che era cognato a Gobusié, avendo riguardo anche alle sue ferite, volle trattarlo generosamente, lo fece raccogliere sul campo di battaglia e ricoverare con ogni cura in un tenda vicina alla sua, dove spesso andava a trovarlo. In una di queste visite, Gobusié gli disse: tu pretendi essere re d'Abissinia, ma dovresti prima di vantare tanto, studiare la storia dei tuoi avi ed arricchirti tanto da poter fare quello che hanno sempre fatto i veri sovrani del nostro paese. Re Giovanni non sapeva comprendere la stranezza di questo linguaggio, e Gobusié soggiunse; sappi che in Etiopia si usò sempre incatenare i re prigionieri con catene d'oro; ma tu l'ignori o non sei abbastanza ricco per farlo.

Kassa si trovò punto da questa osservazione, mandò subito una grossa catena di ferro da Naretti, che allora era da poco arrivato in paese e vi si trovava ancora coi compagni artefici, pregandolo trovar modo di renderla come fosse argento. Fortunatamente, negli arnesi portati v'era il necessario, e l'operazione fu subito eseguita. Kassa si presentò allora al cognato e disse: se i re d'Etiopia si legavano con catene d'oro, credo già far molto mettendo in catene d'argento chi voleva esser re, ma non riuscì a diventarlo. E con questo, appena fu ristabilito dalle ferite, lo mandò _alla montagna_ dove morì or fanno quattro anni.

Re Giovanni poi trovando più giusto di favorire _ras_ Desta che non _ras_ Adal, forse perchè il primo aveva maggiori diritti al principato, mentre il secondo aveva il demerito d'essere cugino di Gobusié, levò le catene a _ras_ Desta e lo nominò _ras_ del Goggiam. A _ras_ Adal non restò altro che ritirarsi, ma non per starsene tranquillo; con quelli che gli rimasero fedeli mosse guerriglia a _ras_ Desta, lo sconfisse e uccise, poi si presentò a re Giovanni professandoglisi amico, dichiarandogli non aver mai avuto astio contro di lui, ed aver solo agito in tal modo perchè riteneva sacre le sue pretese al principato del Goggiam, e ora che l'intento suo era raggiunto, gli si sottometteva giurandogli fedeltà ed ubbedienza. Re Giovanni accettò queste dichiarazioni, lo confermò re del Goggiam e lo annovera ora fra i suoi più devoti amici e vassalli.

Giovanni Kassa intanto, con gran pompa, nel dicembre del 1871 si faceva coronare re d'Abissinia in Axum. Il Naretti fu incaricato della costruzione del trono e della direzione dei preparativi per le feste che ci disse furono splendide, come lo possono essere in tal paese. Le due cose che certo meritano maggiormente d'essere ricordate, sono l'accorrere di un numero favoloso di sudditi e la presentazione, il sagrificio e la consumazione di un numero stragrande di buoi, con una gazzarra infernale.

Veniamo ora al secondo periodo delle guerre del regno di re Giovanni. La questione si fa molto delicata per un intervento e per certe intelligenze segrete fra la Corte dello Scioa e quella del Cairo, che gli Abissinesi vogliono ammettere, ma gli Egiziani decisamente negano.

Io sono ben lungi dal volermi fare lo storico di questo paese, che ben poco merito ne avrei d'altronde per me e nessun vantaggio per gli altri, solo mi faccio narratore delle opinioni che sono in paese. I fatti nessuno li cambia, le apprezzazioni saranno vere o ispirate da spirito di parte o da soverchia animosità, io non intendo farmene giudice nè garante. Nega l'Egitto le sue intelligenze segrete con Menelik? Spogliate il mio racconto della parte che riguarda questo soggetto e vi resterà la pura verità storica dei fatti.

[Illustrazione: 1. Bottiglia e bicchiere di corno. 2. Paniere-Tavola. 3. Scarpa da donna in gran costume. 4. Cetra. 5. Lance.]

Causa delle guerre che ora vado a narrare, è la pretesa del re dello Scioa di essere lui il solo discendente del ramo diretto da Salomone, e quindi le sue pretese al trono di Etiopia.

Quando, or fanno quattro anni, avvenne la guerra cogli Egiziani, che fu finita collo sterminio del Mareb e di Guda Guddi, si pretende vi fosse una intelligenza fra lo Scioa e l'Egitto per attaccare i primi a sud e i secondi a nord, ma gli Scioani non arrivarono in tempo, chè come vedemmo la guerra non si protrasse e in pochi giorni fu troncata col massacro completo degli Egiziani. Tre mesi dopo il Governo del Kedive organizzò la seconda e più forte spedizione, che invece d'ottenere rivincita ebbe pure sì triste sorte nelle giornate di Gura, e pretendono gli Abissinesi che allora fosse delegato Munzinger pacha a portarne la notizia a Menelik, perchè dal canto suo egli pure avanzasse. Avvenne che questo messo, come sappiamo, fu massacrato per via dai Somali, quindi allo Scioa non giunse la sua ambasciata, ma la notizia invece della prima vittoria riportata da re Giovanni a Gundet. Menelik allora, invece d'avanzare da nemico, fingendo rallegrarsi per l'importante trionfo, mandò 500 cavalieri e dei doni a re Giovanni. Questi arrivarono appunto quando il paese veniva invaso dalla seconda spedizione egiziana, ed ecco come alla battaglia di Gura erano presenti questi pochi alleati, che senza tanti contrattempi sarebbero invece stati piccola parte di un esercito nemico che doveva attaccare alle spalle, mentre l'azione di fronte era già impegnata coll'egiziano.

Assopiti per un momento tutti i rancori, pareva che la pace fosse assicurata, quando or fanno circa tre anni un'altra alleanza è stretta fra Menelik e l'Egitto. Quest'ultimo lo incoraggia a spingersi su Gondar, dove se le sue truppe sono vincitrici, sarà coronato re d'Abissinia, e se le sorti sono avverse si verrà in suo aiuto invadendo dal Galabat.

Menelik col suo esercito si avanza infatti, raggiunge Debra-Tabor e si accinge a procedere nel Goggiam e su Gondar. Come le cose erano combinate, se pur lo erano, poteva certo esser questo un cattivo quarto d'ora per re Giovanni, ma la sua stella si mostrò questa volta più lucente che mai; raccoglie il suo esercito e passando pel Semien marcia verso il Gondar per sorprendervi l'invasore, quand'ecco che la guerra fra Russi e Turchi prende proporzioni gigantesche e volge sfavorevole pei secondi. Questo avvenimento ebbe grandissima importanza sulle sorti di Abissinia, chè, dovendo il Kedive mandare le sue migliori truppe al Sultano, non potè tenere un corpo d'esercito impegnato nelle pianure di Metemma, e Menelik vedendosi così abbandonato, non ebbe più confidenza nelle sue forze e battè in ritirata passando al Goggiam, dove portò lo sterminio, saccheggiando, massacrando e _amputando_ quanti poteva, e fra l'altre volle far sua la donna di _ras_ Adal che pare fosse di rinomata bellezza e d'altrettanto buon cuore. La moglie, che lo seguiva, ingelositasi, non fece rimostranze apparenti al marito, ma dicendosi poco sicura in questo paese nemico, dichiarò di voler rientrare in patria facendosi per maggior garanzia scortare da buon numero di truppe. Tutto questo però non era che una finta, e giunta ai confini cominciò a svolgere il suo piano di vendetta.

Proseguì verso la capitale, annunciò che Menelik era stato sconfitto e ucciso, si proclamò regina dello Scioa, mise in libertà molti di sua famiglia che il marito per tema o per gelosia teneva incatenati alla montagna, e mandò persino ambasciatori a re Giovanni per trattare la pace in nome suo, ma questi rispose che non era uso trattare con donne e voleva direttamente il re.

Il governatore lasciato da Menelik durante la sua assenza, prestò per altro poca fede alle notizie portate dalla pseudo-regina e invece di sottometterlesi, avuta notizia che il suo re viveva e si avvicinava, radunò quante truppe potè, le mosse battaglia, la vinse, incatenò e consegnò al Sovrano che sopraggiunse poco dopo. Mentre allo Scioa si svolgeva questa pagina di storia che merita solo titolo di aneddoto, Menelik andava continuamente ritirandosi, e re Giovanni lo inseguiva, finchè ebbe percorso quasi tutto il paese e andò ad abitare il palazzo del re nemico alla sua capitale. Qui si finì per conchiudere la pace che diede tutta l'Abissinia sotto lo scettro di re Giovanni, e pacificata, tranne qualche _rivoltato_ che continuò ancora per qualche tempo le sue guerriglie, considerate però come attacchi da briganti più che campagne da nemici. Fra questi, il più importante fu certamente Woldi Michael, che per tre anni tenne in rivoluzione tutta la provincia dell'Amassena, ed anche questo si pretende dagli Abissinesi che fosse istigato, anzi espressamente stipendiato dagli Egiziani.

Colla pace conchiusa, Menelik conservò il suo titolo di re dello Scioa, anzi re Giovanni gli fece dono di una splendida corona, ma si dichiarò tributario del re dei re, obbligandosi a pagargli un annuo tributo ed a fornirgli buon contingente di truppe in caso di guerra. Re Giovanni poi, quasi per mostrargli come non lo temesse, invece di disarmarlo, come forse avrebbe fatto un sovrano in Europa, gli fece dono di 200 fucili per le truppe e di qualche cannone.

Nelle trattative pel tributo, fu una gara di cortesia e di generosità finissime, che nel fondo corrispondevano ad altrettante punture che si davano l'un l'altro questi due che nel cuore nutrivano odio reciproco, ma apparentemente dovevano mostrarsi fratelli, dei quali uno era vincitore e superbo, l'altro vinto e avvilito, ma per cavalleria volevano nascondere questi sentimenti e fingere la più schietta amicizia e indifferenza. Così Menelik fu il primo a fare la proposta, ed enumerò tale quantità di cose che avrebbe voluto annualmente mettere ai piedi del suo nuovo sovrano, che questi insospettitosi forse della finezza che vi si nascondeva ed impuntigliatosi ad essere ancora più grande, dichiarò essere pienamente soddisfatto di un tributo di gran lunga inferiore, e così si conchiuse.

Venuto però il giorno del pagamento, re Menelik presentò appuntino il convenuto, poi a titolo di regalo per simpatia e ammirazione, fece sfilare avanti a re Giovanni molto più ancora di quanto pel primo gli aveva proposto. Alcuni del seguito mi raccontavano favolosa la massa di roba presentata, e pretendono impiegasse tre giorni a sfilare davanti a re Giovanni.

Tutto consisteva in buoi, vacche, capre, mule, cavalli, talleri, avorio, biade e grani, tende nere tessute in paese, miele, burro.

L'atto di sottomissione si dovette compiere con tutte le formalità d'uso, e cioè radunata la Corte, il vinto si deve presentare chinato dal peso di una pietra che porta sulle spalle.

Il vincitore leva, od ordina che si levi quella pietra, e Menelik potè allora alzar la fronte davanti a re Giovanni e al suo seguito, chè in quel momento devono tutti alzarsi in segno di saluto e d'amicizia al nuovo confratello. _Ras_ Adal, che nella ritirata di Menelik attraverso al suo stato aveva avuti tanti maltrattamenti, dichiarò che mai non si sarebbe alzato davanti a costui che per lui era nemico giurato per tutta la vita. Per quanto le etichette di Corte lo richiedessero, assolutamente si dichiarò pronto a perdere posizione e vita piuttosto che umiliarsi a tanto, e come re Giovanni teneva a che figurasse nel momento del ricevimento solenne, si conchiuse che _ras_ Adal starebbe ai piedi del suo re, facendogli delle proprie gambe sgabello, come si usa in paese. Con questo potè figurare fra i fidi di re Giovanni ed evitare di alzarsi davanti al suo più gran nemico.

[Illustrazione: AXUM]

CAPITOLO VIII.

Da Adua a Axum.--Panorama della città.--L'obelisco.--Avanzi antichi.--La chiesa.--Ritorno in Adua.--Costumi degli Abissinesi.--Rito religioso.--Caste sociali.--Carattere della popolazione.--Clima.--Visite noiose.--Un ordine reale.--Amministrazione.--Tradizioni.--Agricultura.--Carovana dello Scioa.--Una refezione all'abissinese.

Per riprendere il filo del nostro itinerario montiamo a cavallo la mattina di mercoledì 19, e seguiti da poche provvigioni ci interniamo in direzione ovest in un labirinto di alture aride e quasi spopolate, delle quali alla vetta delle più alte sorge quasi sempre una chiesa. Avanti a noi, un po' a sud, nella poco limpida atmosfera si distingue a quando a quando il profilo dell'imponente gruppo del Semien. Facciamo breve sosta presso un pozzo naturale, scendiamo in un vasto piano che alcuni miserabili stanno preparando alla coltivazione, lo attraversiamo, e una colonna rettangolare che scorgiamo ai piedi delle estreme falde di una altura che fronteggiamo, ci indica vicina la meta. Girando infatti sulla destra e oltrepassando un'incassatura fra rocce, ci si presenta distesa ai piedi di un catena di alture, Axum, le cui capanne riposano all'ombra di gruppi di tamarindi e tuje pendule.

Nel mezzo, nascosto dalle fronde, appare come l'avanzo di un castello merlato, a nord-ovest l'obelisco fiancheggiato da un enorme sicomoro.

A mezzogiorno mettiamo piede a terra in un ricinto in cui è una capanna che ci è destinata, desiderosi di rassicurarci della impressione simpatica che abbiamo dell'insieme di questa città, e ravvivati dal desiderio di rivedere che cosa l'arte e la civiltà hanno potuto in altri tempi.

Siamo subito pregati di una visita, e percorsa poca strada entriamo nel recinto sacro del tempio e per una viuzza giungiamo ad una capanna che dalle altre si distingue per capacità e proprietà. È l'abitazione del _Cighié_, titolo che si conviene al capo religioso e civile di questa provincia, e che fa le parti dell'_Abuna_, quando, come ora, questi manca in Abissinia. Il personaggio è assente, trovandosi al campo del re, ma i suoi figli, nipoti e servi ne fanno gli onori. Tutti sono accovacciati al suolo e ci accolgono cortesemente; noi pure sediamo come loro su tappeti e stuoie. Poco dopo recano un gran vaso di tecc coperto da stoffa rossa, come usano i grandi, lo posano su uno sgabello e ne versano il liquido in grandi bicchieri di corno, per poi riversarlo nelle solite bottiglie a cipolla col primitivo imbuto di due dita, e offrircelo. Recano poi un paniere con pane di teff e un vaso di _berberi_ o peperoni rossi essicati poi impastati con cipolle, e adottando gli usi e le posate del paese dovemmo ingoiarne e assaporarne. Consumato questo sacrificio e risposto ad una vera tempesta di domande, si accommiatammo.

[Illustrazione: Obelisco d'Axum

Vertice posteriore. Dettaglio delle sculture.]

Accompagnati da Zaccaria che ci fa da interprete e da cicerone passiamo a visitare l'obelisco che rettangolare e leggermente rastremato al vertice si eleva di circa 25 metri: alla facciata è tutto scolpito e diviso con linee orizzontali e disegni strani e ripetuti. Alla base ha scolpito una finta porta cui non mancano i particolari delle serrature: misura metri 1.50 di larghezza e 1.15 di spessore, e sorge fra due grosse lastre ora sconnesse, ma che si vede dovevano perfettamente abbracciarlo e formargli come un pianerottolo all'ingiro: il tutto di granito grigio scuro. La pietra che sta sul davanti porta tre forature, come mortai, parallele all'obelisco stesso, ed una quarta al centro avanti alle altre. Rende poetica ed artistica la posizione un secolare sicomoro, di cui il tronco è quindici metri in circonferenza, e che fra le sue sporgenti radici tiene abbracciato un altro obelisco minore. Nei dintorni molti altri ne stanno di colossali e lavorati, ma caduti e fatti a pezzi: molti riposano presso le stesse pietre che li circondavano, e che portano le stesse forature. Parecchi ne stanno ancora nella loro posizione verticale, ma di minore importanza; alcuni appena regolarmente tagliati o levigati, altri rozzi pezzi di granito a forma di lingua, qualche volta con rigature orizzontali o calotte sferiche in leggero rilievo. Lascio allo studioso il decifrare questi muti testimoni della civiltà d'altri secoli, e mi permetto solo di aggiungere che dalla poca esperienza fatta visitando altre reliquie sorelle, mi pare questo abbia tutta l'apparenza di una necropoli o di una località consacrata al culto. Gli Abissinesi, non potendosi spiegare con quali mezzi siansi potuti innalzare pezzi così grandi e pesanti, ne attribuiscono il merito al diavolo che voleva costruire una gran torre per dare la scalata al cielo. Il nostro bravo Zaccaria, che fra i suoi è certo il più istrutto, non può credere a questo lavoro diabolico, ma non sa neppur immaginare che vi abbiano riuscito uomini come lui, e pretende che a quei tempi si sapesse sciogliere poi rimpastare il granito, e con questo sistema si costruissero gli obelischi a pezzo a pezzo. L'ingenuità è per lo meno ingegnosa. Proseguendo a nord è un recinto circolare destinato ad erigervi una chiesa, poi quasi a terminare la città da questo lato, un altro spazio circolare racchiuso da una cinta, sede reale. Si accede per un'apertura coperta da una tettoia di paglia a metà rovinata. L'interno è diviso in due parti da un piccolo muro. Al centro sorge un edificio circolare di una dozzina di metri di diametro, sormontato da un tetto conico in paglia; è la sala del trono e delle udienze. Un giro di rozzi tronchi che fanno ufficio di colonne aiutano a sopportare il tetto ben fatto con canne e corde intrecciate, e talora avvolte con stoffe a colori. Come mobilia, nulla, tranne il trono che servì all'incoronazione, semplice sedia sormontata da un baldacchino con corona e qualche ornato, poggiando su una piattaforma alla quale si accede per cinque o sei gradini. Nelle pareti alcuni semplici fori per dar luce, da un lato la porta d'ingresso, e opposta a questa l'altra da cui esce S. M. quando vuole andarsi a riposare nel _vicino palazzo_. Sorge questo a pochi metri nello stesso recinto, in forma rettangolare con un piano superiore che tutto è costituito da una rozza camera. Nel locale inferiore abita il custode, e la scala che accede agli appartamenti superiori è esterna e mostra per la sua costruzione che i giorni del re non si reputano troppo preziosi pel suo popolo. Quando il re vi abita, ci si disse che vi si portano degli _angareb_, e le pareti si coprono con stoffe.