Abissinia: Giornale di un viaggio
Chapter 10
Dove gli Abissinesi mostrarono realmente molto valore fu alla seconda battaglia contro gli Egiziani, a Gura. Dopo la sconfitta di Guda-Guddi, il Governo del Cairo voleva una rivincita, e mandò una seconda spedizione di circa 16,000 uomini, capitanata dal principe reale Hassan pacha. Da Massaua salirono per le vallate che più direttamente portano alla capitale del Tigré, e giunti al principio dell'altipiano etiopico, presso il villaggio di Gura, scelsero a loro campo un'altura isolata, che sorge quasi a delineare il limite fra l'altipiano e il principio della discesa. Costrussero strade per portarvi i cannoni, coronarono l'altura con un magnifico forte e con casematte, e fortificarono il versante verso l'Abissinia con trincee che nascondevano famosi pezzi d'artiglieria. Gli Abissinesi, forti di più che centomila uomini, a quanto si pretende, s'avviarono incontro al nemico e stabilirono il loro campo sulle alture circostanti l'altipiano, e rimpetto a quella occupata dagli altri.
Gli Egiziani scesero in campo aperto in atto di sfida: Re Giovanni allora, tagliando colla sua spada le pelli che tenevano le provviste d'acqua, gridò: figliuoli, se non volete morir di sete andatevi a cercar l'acqua oltre la linea nemica. Fu come fosse aperto un alveare, chè da ogni lato irruppero squadre di Abissinesi che in breve tempo invasero tutta la pianura. La lotta fu accanita, il numero e il valore la vinsero, e dopo sforzi incredibili, gli Egiziani dovettero ritirarsi nei loro forti lasciando sul campo una buona metà dei loro. Dopo tre giorni gli Abissinesi ebbero l'ardire, oso dire la temerità, di dar l'assalto alla collina fortificata, ma questa volta, i cannoni ebbero ragione, e dovettero ritirarsi. Stettero tre mesi le due armate spiandosi l'una coll'altra, ed alla fine avendo re Giovanni promesso che se il nemico usciva per ritirarsi non avrebbe avuto nulla a temere dal suo esercito, gli Egiziani se ne ritornarono a Massaua, certo poco soddisfatti di questa seconda prova.
Dopo queste due battaglie, re Giovanni, quantunque vittorioso e forte non volle inseguire il nemico, nè estendere di un palmo i suoi territorii. Gli Egiziani, egli disse, hanno invaso il mio Stato senza mandarmi una intimazione di guerra, io quindi ho il diritto di trattarli non come un esercito nemico che mi muove incontro, ma come una banda di briganti che venne ad assalirmi a tradimento: li respingo dunque, ma non degno continuare la lotta con loro; solo, ora che le ostilità sono aperte, mi riservo di attaccarli quando a me piacerà, senza necessità di mandare intimazioni e senza tema di mancare per questo alle regole della cavalleria e della guerra fra gente civile.
Il raziocinio, se si vuole, è giusto ed assai fino, e re Giovanni lo mantenne rifiutando ogni trattativa di pace.
Frutto principale di questa guerra, per gli Abissinesi, fu la presa di alcuni cannoni e di circa 15,000 fucili _remington_ presi al nemico con buona provvista di munizioni. Queste però si tengono ben custodite, chè il giorno che fossero finite non v'ha modo di rinnovarle. Alcune volte si fabbricano da loro la polvere, ma cattiva e in poca quantità, e in mancanza di piombo usano delle palle che si fanno con pietre, munizioni che possono servire per i pochi fucili da museo che hanno, e coi quali non mi fiderei di sparare un colpo, ma cartucce non possono assolutamente procurarsene. Strano che questa gente, pazza per avere un'arma da fuoco, non ha confidenza a sparare i cannoni, e si risparmiò la vita ad una dozzina di prigionieri egiziani, per tenerli al servizio dell'artiglieria, frutto della vittoria.
[Illustrazione: Aratro abissinese]
L'acquisto dei quadrupedi per la continuazione del nostro viaggio è cominciato, e la mattina si vanno facendo delle cavalcate nei dintorni, che sono sempre aridi: nelle vicinanze il terreno è rozzamente coltivato ed ora preparato per la seminagione.
L'aratro è una semplice punta di ferro legata a due aste che son tenute dal lavoratore per la direzione, e dal punto di legatura si parte un'altra asta che va ad essere attaccata al primitivo finimento di due buoi: non si fanno che dei solchi superficiali e non si cura nemmeno di levare le pietre che natura ha sparse al suolo. Qualche piccolo cespuglio, specie di oleandri dal fiore piccolo bianco, alcuni palmizzi, dei fichi selvatici, qualche ulivo. In un solo cortile di Adua vidi una musa ensete, alcune mele granate e una vite. A nord e a sud-est della città due grosse masse di ulivi selvatici coprono delle loro ombre due piccoli villaggi, avanti al primo dei quali sta un grosso sicomoro ai rami del quale si usa appendere i disgraziati che vi sono condannati, supplizio però che ora è quasi fuori d'uso, servendosi invece della fucilazione.
La fauna non è ricca e poco c'è a divertirsi colla caccia: solo abbondano le jene che tutte le notti danno veri concerti coi loro urli attorno alle abitazioni. Falchi e avoltoi si aggirano spesso nello spazio, e di tale ardire che scendono alle volte fino a rubare la carne che si sta preparando per noi. Dei merli dalle penne metalliche a riflessi stupendi, specie di passeri della testa nera, piccoli uccelletti dal becco rosso, alcune lepri, lungo il fiume il grosso martino pescatore bianco e nero e il piccolo dai cento colori, qualche anitra e oca. Tutto però piuttosto raro; si direbbe che l'epidemia si è estesa anche a questi, od almeno ha consigliato loro aure più pure.
Fra gli oggetti che ci vanno portando per vendere, è curioso un bracciale d'argento dorato lavorato a filograna, alto circa quindici centimetri, e due scarpe dalla punta acuta e curva, pure in argento e dello stesso lavoro. Il primo è un distintivo che il re in benemerenza dona ai suoi generali, e se ne servono nei giorni di gran battaglia; le seconde sono usate dalle donne nei grandi ricevimenti, ma invece di calzarle, che sarebbe troppo incomodo, si fanno tenere sulle mani tese di un servo che segue sempre la sua signora.
Uno dei nostri servi accusa un giorno forte mal di capo, e il vecchio Desta ci dà una prova della scienza chirurgica del paese. Seduto il paziente coi gomiti appoggiati alle ginocchia e le mani tese sulle orecchie, lo strinsero al collo con un panno arrotolato: il Dulcamara, appoggiato un rasoio al fronte vi diede un colpo con un bastone, ed aperse così una ferita dalla quale sgorgò copioso il sangue: due altri intanto appoggiando le rispettive ginocchia al dorso dell'operato lo stringevano al collo quasi volessero strozzarlo. Defluita una certa dose di sangue si chiuse il taglio con cenere. Ripetuta, se necessario, l'operazione il giorno dopo, pretendono basti a salvare dall'incomodo male.
CAPITOLO VII.
Posizione geografica dell'Abissinia.--Sua divisione in provincie.--Distinzione dei diversi terreni.--Storia del paese e degli abitanti.
A poca distanza da Adua sta Axum, l'antica città santa dell'Abissinia, che naturalmente molto ci premeva di visitare, per cui combinammo l'escursione pel mercoledì 19.
Prima di incamminarci a vedere le rovine dell'antica civiltà, mi pare però giunto il momento opportuno di dire due parole sul paese nel quale stiamo viaggiando.
È cosa assai difficile delineare con una certa precisione i confini geografici dell'Abissinia, ma si può ritenere sotto questo nome la zona che si estende dal 9º al 16º di latitudine nord e dal 36º al 40º longitudine orientale. Confina a nord coi territorii dei pastori Bigias, all'est coi Danakil, a sud coi Gallas e ad ovest col Sennar, ed entro questi limiti la sua superficie può calcolarsi di circa 240,000 chilometri quadrati. Le provincie in cui è diviso questo grande stato sono: il Tigré, che dai confini dell'altipiano etiope, si stende fino al Taccazé: l'Amara, che costituisce un altipiano, che da quest'ultimo fiume declina ad ovest fino al lago Tzana e verso il Sennar: Lasta, che è la parte sud-ovest e la più montuosa: il Goggiam racchiuso dalla curva, vero ferro da cavallo, che fa il Nilo Azzurro, sortendo dal lago Tzana, dirigendosi a sud per piegare ad ovest e terminare il suo corso quasi a nord verso Sennar: lo Scioa, vasto e ricco paese che confina colle tribù Gallas che occupano territorii estesissimi ed in parte inesplorati. La tradizione vuole che i Gallas provengano dal di là del mare, com'essi ancora raccontano, mare che però si ridurrebbe ad uno dei grandi laghi interni, da dove nella loro peregrinazione avrebbero proseguito a nord, allettati dalla fertilità del suolo.
Quasi ognuna di queste provincie usa una lingua speciale, e cioè: il Tigré, il tigrigna, l'Amara l'amarico od amarigna, e le altre il galligna o lingua dei Gallas: lingue tutte che credo però si possano considerare come altrettanti dialetti, ritenuta lingua madre il gheez, od antico idioma del paese, che ora resta solo scritto nei libri sacri e raramente usato nelle divine funzioni.
L'Abissinia è un immenso altipiano che declina a nord-ovest, sostenuto verso il mar Rosso dalla catena detta Taranta. La sua elevazione sul mare è nella media di circa 2000 metri: vi sono poi catene di montagne speciali elevantisi su questo livello, e tali sono quelle del Goggiam dove a 3000 metri d'elevazione ha origine il fiume Abai, che immischiate le sue acque a quelle del lago Tzana, ne esce poi col nome di Nilo Azzurro: quelle del Lasta dove scaturisce il Taccazé, e il gruppo del Semien. Fra questi vi sono monti degni dell'attenzione di qualsiasi alpinista, e Salt narra di aver visto in aprile della neve su due delle vette del Semien: Pearce in ottobre vi fu sorpreso da una nevicata, e Rüppel osservò delle nevi sul Buahat che stima essere 4,800 metri d'altezza.
In paese si danno poi nomi distinti ai terreni, a seconda della loro elevazione, e questo appoggiandosi al genere di produzione di cui sono suscettibili. Così sono detti _colla_ i terreni al disotto dei 2000 metri e _deuga_ quelli al disopra dei 2400: quelli compresi fra queste due altitudini _woina-deuga_ o terreni deuga capaci della coltivazione della vite. Come queste distinzioni sono proprie del paese e ricordate per tradizione, se ne può dedurre come altre volte vi prosperasse la vite, che fu distrutta ovunque per ordine di re Teodoro.
Secondo autori che non hanno solo visitato, ma anche studiato il paese, l'etimologia della parola Etiopia starebbe nelle due greche _aito_-bruciare e _ops_-occhio o viso; ed infatti anche oggidì vi è conservato l'uso di abbruciare gli occhi per certe pene. Abissinia, deriverebbe invece da _Habesc_, che così infatti si pronuncia in paese, e il passo dall'una all'altra non è lungo, ed è vocabolo arabo che significa riunione di diverse famiglie, e sarebbe stato usato in origine dai Mussulmani in segno di sprezzo verso gli abitatori di questa regione, che come credesi vi sono accorsi da diverse parti.
Quanto alla storia del paese, come non si può inventarla nè immaginarla, dirò qualcosa che raggranellai nelle interessanti opere di Bruce, Salt, Rochet d'Héricourt, Ferret et Gallinier, Raffray, per la parte antica, e per la moderna ripetendo alla meglio quanto mi feci raccontare dai pochi che in paese me ne potevano parlare.
Come benissimo osserva Bruce nella descrizione del suo viaggio nell'Africa orientale intrapreso nel 1768, gli storici parlano sempre delle grandi ricchezze dei popoli, raramente curandosi di cercare la fonte di queste ricchezze, ed i viaggiatori trovano negli avanzi delle antiche civiltà a studiare templi e monumenti, ma non trovano mai traccia delle abitazioni e mancano quindi completamente i particolari sugli usi domestici. Questo mette una grande difficoltà allo studioso che vorrebbe, dai confronti fra le civiltà e dalle vie commerciali usate per gli scambii, dedurre la storia delle immigrazioni. Così, ad esempio troviamo, egli aggiunge, nella sacra scrittura, delle descrizioni favolose sull'oro e l'argento che si trovava in Palestina, mentre questo suolo non ne produce, e non si fa menzione alcuna da dove questi preziosi metalli provenissero.
Montesquieu parlando dei tesori di Semiramide immagina le ricchezze dell'Impero Assiro, frutto del saccheggio di altre nazioni vinte, e che gli Assiri a loro volta distrussero e saccheggiarono, e così via, senza però venire a concludere sul paese o sul popolo che primo produceva queste fenomenali ricchezze. Quello che manca nella storia e nelle iscrizioni bisogna dunque trarlo dalla tradizione, ed è per ciò che a questa molto ci affideremo nel nostro proposito.
Vuole una tradizione abissinese che uno dei figli di Noè, spaventato dal diluvio, attraversando l'Egitto, si sia rifugiato sul primo luogo montagnoso incontrato nella sua fuga, e vi si sia stabilito abitando co' suoi seguaci le caverne, ed i suoi pronipoti avrebbero costrutta la città di Axum poco prima della nascita di Abramo. Estendendo le loro colonie da questo centro, si spinsero poi fino ad Atbara ove si sa da Erodoto che coltivarono assai profondamente le scienze, e furono quindi detti Meroiti o abitanti di Meroe. Fu poi loro guida il Nilo per scendere a fondare Tebe, e si vorrebbe vedere la traccia del loro itinerario nelle grandi grotte abitate che si trovano lungo questo fiume sotto Meroe e sopra Tebe.
Mentre questi avanzavano così verso nord, i loro fratelli progredivano dal sud nelle montagne che si protendono parallelamente al golfo arabico: così divenivano proprietarii degli aromi che producevano quelle ricche terre e vi scoprivano miniere d'oro. In India, non si sa per qual motivo, oro e argento divennero i più cercati oggetti, e presero quindi grande sviluppo le comunicazioni fra questi due popoli avidi dello scambiarsi i proprii prodotti. Trascinato da questa corrente, Sesostri passa con una gran flotta dal golfo arabico all'oceano indiano e apre all'Egitto il commercio dell'India per mare: prima di Sesostri gli Egiziani costruivano le loro imbarcazioni con papiri rivestiti di pelle, ma in onore di questa gran conquista, Sesostri fece costruire un gran naviglio in legno di cedro rivestito in lamina d'oro all'esterno e d'argento all'interno e lo consacrò a memoria del grande avvenimento nel tempio d'Iside.
Le ricchezze ammassate dagli abitanti del sud e il lusso sviluppatosi fra quelli del Nord, che coi loro studii di architettura, astronomia, matematiche, ecc., avevano originata una civiltà, fecero trovar necessario lo scambio, e per questo fare si usarono i pastori, che non avendo dimora stabile non trovarono difficoltà a menare la vita ramminga del commerciante. Con questo mezzo questi accrebbero le loro ricchezze, aumentarono i loro bestiami e i loro territori e si fecero potenti. Loro attributo era di prendere alle coste del Mar Rosso le mercanzie che venivano dalle Indie, e portarle a Tebe e fra i negri del sud-ovest d'Africa, dai quali ricevevano in cambio dell'oro. Tebe divenne assai florida e ricca. I pastori, per questioni religiose e commerciali furono a volte anche nemici dei Tebani, e diventati forti e potenti poterono vantar pretese contro questi, conquistarli, occuparne i troni ed istituire così la serie dei re pastori.
Secondo la cronaca d'Axum fra la creazione del mondo e Gesù Cristo passarono 5500 anni: l'Abissinia non fu popolata che 1808 anni prima di Cristo, e dopo 200 anni, cioè nel 1608 prima della nascita del Salvatore fu sommersa da un gran diluvio. Circa 1400 anni av. G. C. fu invasa da un gran numero di emigranti che provenivano dalla Palestina, parlavano lingue diverse, presero possesso delle terre e vi si stabilirono.
Di questo fatto Bruce darebbe la spiegazione seguente: quando Giosuè passò il Giordano e fece cadere le mura di Gerico, un gran panico dovette naturalmente prendere le popolazioni terrorizzate da questa armata invadente che tutto metteva a ferro e fuoco. Cercarono allora di salvarsi colla fuga, e trova naturale che si rifugiassero presso i pastori etiopi che già conoscevano pei commerci esistenti fra loro.
La regina di Saba, sovrana di quelle contrade, che per legge pare fossero sempre governate da donne, spinta dal desiderio di vedere l'impiego che si faceva dei tesori e delle ricchezze che si esportavano dal suo regno, volle visitare il Principe che le impiegava. Questa regina, secondo gli arabi si chiamava Belkis, secondo gli Abissinesi Maqueda: non si sa bene qual religione avesse, ma la cronaca abissinese la farebbe pagana prima del viaggio, e le fa abbracciare il giudaismo in ammirazione delle massime di Salomone. Lo sfarzo della Corte e la profondità del sapere di questo Sovrano pare abbiano esercitato un certo fascino sulla regina, che ebbe forse un momento d'oblìo, come dicono i poeti, e frutto della sua visita fu un figlio cui fu posto il nome di _Menilek_. Al suo ritorno in patria lo tenne qualche anno con sè, poi lo mandò al padre perchè lo istruisse. Fu unto e coronato re d'Etiopia nel tempio di Gerusalemme, poi tornò a Saba con molti dottori della legge che convertirono gran parte d'Abissinia al giudaismo. Ultimo atto della regina fu il decreto che stabiliva la successione maschile della sua dinastia, con obbligo di relegare su alta montagna tutti quelli della famiglia che avrebbero potuto vantare pretese al trono. Uso questo che ancora oggi è in vigore in Abissinia. La regina dopo 40 anni di regno morì, nel 986 av. G. C., e pretendono gli Abissinesi che la sua stirpe tenga ancora lo scettro.
Il suggello reale abissinese porta infatti un leone al centro, e l'iscrizione _mo ansaba am nizilet Salomon am negardé Judé_--che dice--il leone della razza di Salomone e della tribù di Giuda ha trionfato.
Da queste note certo assai sconnesse, ma che possono costituire un mosaico di storie e tradizioni sul paese e sugli abitanti, risulta come nella razza abissinese si possa trovar fuso diverso sangue, e cioè quello dei popoli immigrati per commercio dall'estremo oriente, passando per lo stretto di Bab-el-mandeb, dei coloni rimontati dal basso Egitto, dei fuggiaschi dall'Asia Minore, e delle famiglie mandate da Salomone ad accompagnare Menilek. Il fatto è che anche oggidì traspare che appartengono a razza distinta, formano un tipo speciale che per colorito e per lineamenti si stacca da qualunque altro delle tante famiglie che popolano l'Africa, e certo ricordano nei tratti, e qualche volta nel costumi, alcuni dei profili che si vedono incisi nei monumenti dell'antico Egitto.
Aggiunge poi ancora la tradizione, che Menilek, desiderando portare in patria un importante ricordo del paese di suo padre, pensò appropriarsi dal Tabernacolo le tavole della legge. Favorito dai compagni e da circostanze speciali, il piano suo riuscì e fece ritorno in Etiopia con questo prezioso ricordo che seguì sempre la Corte laddove si accampava, finchè ad un'epoca di data incerta, ad esempio di Salomone, si convenne di costruire un tempio in Axum dove conservare il sacro deposito.
Da quest'epoca i sovrani d'Etiopia avrebbero avuto a loro dimora diversi punti, a seconda che le circostanze lo richiedevano, e qualche volta la Capitale sarebbe stata anche Axum, che si trovava sul passaggio delle grandi carovane che dalle coste del Mar Rosso portavano a Meroe le mercanzie provenienti dall'estremo Oriente.
Secondo i loro annali, colla conferma però anche della tradizione, fin da tempo immemorabile gli Abissinesi sarebbero stati retti a sistema feudale con un _Atsé_ o imperatore per sovrano supremo, che doveva essere dei discendenti di Menilek, e il diritto di successione spettava, come vedemmo, al primogenito: pare però che si potesse transigere su questo, qualora o dall'imperatore regnante, sia lui vivente, sia per testamento, o per voto della nazione, era designato altro successore al trono. Al loro avvenimento al trono gli Atsé facevano giuramento di rispettare la libertà del popolo e di uniformarsi agli usi del predecessore.
Il fascino del potere, l'ambizione, lo spirito di dominare, portarono pertanto parecchi di loro ad intraprese che tendevano a limitare i diritti dei sudditi, e questo diede luogo a delle continue lotte, delle quali sgraziatamente si è perduta la storia, e la sola memoria che ne resta è la pretesa che fra un tale caos di guerre intestine, la stirpe di Salomone si sia sempre conservata al potere.
L'imperatore era investito del potere militare, amministrativo, giudiziario e per forma più che altro, anche del religioso.
Come custode della Giustizia era assistito da un consiglio supremo composto di otto giudici, dei quali quattro, la cui nobiltà risaliva agli Ebrei, erano detti Licaonti, e quattro d'origine etiope, eran detti Azzagi. Il loro potere era ereditario, ma legato alla conferma del Re, come pure i loro decreti dovevano essere sanzionati dalla firma sovrana.
Portavano il costume sacerdotale, non avevano armi, dovevano seguir sempre l'imperatore, anche alla guerra.
Nel quarto secolo dell'êra nostra, l'imperatore regnante, unitamente a parte della sua famiglia, abbracciano il cristianesimo importatovi da Frumenzio, e questo fatto dà luogo a nuove guerre e rivolte, dividendo il popolo in due partiti accaniti l'uno contro l'altro, per fanatismo religioso. La nuova fede però si fa presto strada, e i rivoltosi sono costretti di rifugiarsi nelle montagne del Semien, dove continuano a professare il giudaismo e vengono distinti col nome di Felasian o esiliati, che si corruppe poi in quello di Felachas.
Verso il 530, come risulta da una iscrizione in marmo trovata in Axum, il re Caleb o Elesbaan, alleato all'imperatore Giustiniano, fece varie campagne in Arabia contro i Coreisciti e conquistò parte dell'Yemen, da dove dopo sessant'anni gli Abissinesi furono espulsi dai Persiani che li spinsero oltre il Mar Rosso e occuparono un tratto della costa Africana; ma la struttura fisica del suolo, rese atti gli Abissinesi a respingere il nemico che tentava inoltrarsi nell'altipiano etiope.
Al decimo secolo una delle ebree Felachas rifugiate nel Semien, sorge a rivolta e riesce ad impossessarsi del potere che tiene colla sua discendenza per circa 3 secoli; ed a questa epoca la dinastia di Solomone si rifugia allo Scioa.
Usavano i principi Abissinesi fare dei pellegrinaggi in Palestina, ma all'epoca delle crociate se ne astennero, e per compiere un atto di devozione mandarono un loro vescovo a visitare il santo sepolcro. Costui cadde nelle mani dei musulmani che lo forzarono ad abbracciare la loro credenza, e da quest'insulto nacque naturalmente un'accanita guerra fra Abissinesi e Maomettani.
Invogliati i portoghesi di entrare in relazioni con questo paese strano e potente, inviarono Pedro Covilham che nel 1499 si presentò alla Corte del Negus, residente allora allo Scioa, ed ottenne che il sovrano mandasse un ambasciatore in Portogallo. Strette queste amichevoli relazioni, pochi anni dopo si vedono 400 portoghesi alleati agli Abissinesi nel respingere gli attacchi dei musulmani. Erano questi guidati da un semplice cavaliero detto Ahmed, che per ironia fu dai cristiani soprannominato _gragne_ (il mancino), che, fortunato nelle armi e dandosi a rubare e saccheggiare, aveva trovato buon numero di seguaci. I portoghesi erano invece condotti da Cristoforo de Gama, fratello a Vasco, che con molti dei suoi morì prigioniero di Gragne, restando però la vittoria della lotta ai cristiani.
Alcuni missionari cattolici venuti coi portoghesi, cercarono scacciare i cofti, e vedendo fallire questo tentativo li conciliarono invece per poco colla chiesa di Roma, ma la religione primitiva tornò presto a prevalere.
In un paese come questo, dove domina lo spirito di conquista, la tendenza alla rivolta, la frenesia al maneggio delle armi, i diversi partiti religiosi, e dove non fu mai guida lo spirito di unità che deriva dall'educazione e dall'amor proprio, continuarono le lotte intestine che spesso vestivano il carattere religioso, altre volte mantenevano il politico, e sempre erano a decadimento del paese.