La Zaffetta: Raccolta di rarissimi opuscoli italiani degli XV e XVI secoli II
Part 4
Forse che pensa diventar migliore, Non soiar, non tradire e non rubbare? Forse che pensa al suo perduto honore, Ch'ogni puttana faria vergognare? Ma pensa più che mai cavar' il core A quelli che la corron a adorare, E per una vestura in nuova foggia, Vuol far la pace col Trent'un di Chioggia.
Io non hò mai parlato a la Zaffetta, E l'havea per Signora alta e divina. Ma il conte Urluco in cà di Vienna, letta M'hà la ribalda sua vita assassina, Ond'io tengo più buona e più perfetta La mia Errante Elena Ballarina; Hor se l'Errante è più da ben di lei, Gran Dio Cupido, miserere mei.
Hor le puttane, ch'han l'arlasso inteso, Si riserrorno sbigottite tutte, Fra lor pensando s'hann'alcuno offeso, E cacan di mangiar di quelle frutte; E s'un cento ducati havesse speso, Non mai di casa fuor l'havria condutte; Ne a Lio, ne a la Zueca in barca vanno, Tanta paura di quel Trent'un hanno.
Ma Dio volesse, puttane mie care, Che l'esempio di lei vi fusse in core, Che saria cosa santa il puttanare, E si c'acquistaria spasso et honore. Se qualche gentil'huom vi vuol chiavare, Pensate de la Zaffa al dishonore, Dicendo voi di sì l'osservereste, E le vie d'ingrandirvi sarian queste.
S'un che v'ama, superbe corteggiane, Trovasse in voi punto di cortesia, Discretion in bocca e nelle mane, E stimare colui che vi desia, Con dire il vero ancuò come domane, E non fole e menzogne tutta via, Senza che le chiedeste, ei vi darebbe L'anima el cuor, e poco gli parrebbe.
Saria pur un piacere a dire: Io amo Una donna ch'hà caro il mio servire, La qual vien pronta a me quando la chiamo, Ne mi vuol ingannar ne far fallire, E senza lite ogn'hor d'accordo siamo. S'io le dò, piglia, e non ardisce dire: Dammi, fammi, se non ti faccio o dico, Ne la taglia mi pon, come nemico.
Saria ben un spilorzo e ben furfante, Un che la sua morosa ogn'hor chiavasse, El suo bisogno vedendol'innante, Come la vita sua non l'aiutasse; Ma gl'è il bordel l'essere vostro amante, E credo che se l'oro un dì v'amasse, Fallirebbe poi l'altro, come ha fatto Per girvi dietro al cul questo e quel matto.
Un giunge in casa della sua Signora, E giunto appena, vien via la massara Per soldi, per sapon; ne vien poi fuora La madre, che par proprio il cento para; E tanto sfacciat'è la traditora, Che uscir bisogna di natura avara. Eccoti adosso al fin la Diva corsa, Che bacia te, per baciar poi la borsa.
Cuor mio, ben mio, padre, vecchietto mio, Se mi vuoi ben, comprami trenta braccia Di raso, o d'ormesin, ch'oggi il vogl'io. Ti bacia gl'occhi, la boca e la faccia, Talche vi scapperia Domene Dio; Ne giova a te che tu il cattivo faccia, Perche il cotal, che ti si rizza, vuole Che gli paghi co i fatti le parole.
E mentre ti svaliggia e a sacco mette: Vien (dice) a dormir meco, e vien ben presto; E per la stessa sera ti promette; E tu, coglion, corri a mandarle il cesto. Compri in persona mille novellette, Che ti par che 'l tuo honor richieda questo, E quel ch'hai tu comprato, un altro cena: Tu stai di fuor, rodendo la catena.
Spasseggiato quattr'hore pien di stizza, Presto corri a vestirti a la foresta. Esci di casa, e vuoi l'infame chizza Scannar, bruciar, con ira e con tempesta. In tanto il tabernacol ti si rizza, E a fischiar torni, e fai la voce mesta. La massara al balcon dice: Messere, Di quì a un poco lasciatevi vedere.
In questo mezo il martel, che lavora, T'apre la borsa, e volano i presenti, E al fin resti a dormir con la Signora, Che ti squinterna mille sacramenti Che non potè cenar con teco allora; E tu dici fra te: Porca, ne menti. Se vorà il ciel ch'io mi snamori mai, Com'un huom s'assassina vederai.
La mattina ti levi e mandi il fante Per la tua veste, e lasci in casa lei Da stravestirvi e drappi, la furfante Rubba ogni cosa con mani e con piei. Mandi per essi, e datti lunghe tante, Che biastemmiando e rinegando i Dei, È forza che mai più non gli le chiegga, Ma che d'altri ten facci e ti provegga.
Una scuffia che lasci per la notte Più non si vede e più non si ritrova. Una camicia tua de le più rotte Ti toglie, come fusse bella e nova. E per Dio! che ne i boschi e nelle grotte Dove che i malandrini fan lor prova, Con l'oro in man con più sicurtà vassi, Che fra queste puttane, ohime! non fassi.
Al fin gl'arlassi et i danar mancati, Et il tempo perduto, e 'l disonore, E 'l viver sempre mai da disperati, La raggion, l'ira, il dispetto, il dolore, Con quel rancor che si sfratano i frati, Esci di man del vil asino amore, E la mente insensata fatta sana, Corri a furor contro la tua puttana.
Gli levi tavolin, casse, spalliere, Perche quelle compraro i tuoi danari. Gli sfregi il volto più che volentiere, El Trent'un le fai dar sin da i beccari, Con bastonate e staffilate fiere, A mano propria da i facchin preclari, A le massare, a la ruffiana madre, Con risa sin al ciel gustose e ladre.
Cose ordinarie son le romanzine. Cosi le porte tutte impegolate. Le vostre benemerite ruine Son gl'amici perduti, sciagurate: O poverette, o mendiche, o meschine, O ladre, o brutte, o giotte, o scelerate, Credete hora al Venier: mutate vita, Se non il ponte a star seco v'invita.
Ma son ben pazzo ad esortarvi, e dire Che diventiate gentili e divine. Puttane, hò detto mal, mi vuò ridire: Siate pur ladre, ribalde, assassine; Non vi restate rubbare e tradire Senza misericordia e senza fine, Perche non v'è altro rimedio e via Di cavarci di capo la pazzia.
S'elle fusser da ben, come v'hò detto, Il dì dietro n'andremmo a l'hospitale. Ognun si caverebbe il cuor dal petto, Se vivesser le vacche a la reale. Il farci ogn'hor morire di dispetto, Et il trattarci ogn'hor peggio che male, Et il farci fallire a grand'honore, Si cava al fin del cul madonna, Amore.
Rubbate pur a due mani ad ognuno; Accumulate pur gioie e catene, Che la vecchiezza vi riduce in uno Tutto quel che pompose hora vi tiene, E peggio ancor l'ingordo et importuno Mal francioso, che a un tempo v'intratiene, Vi rubba in otto dì quel che rubbate Ne la vostra fottuta e verde etate.
Ma sarebbe un piacer di paradiso, Se 'l mal francese, ch'altr'è che la tossa, La robba sol vi mangi all'improviso. Mal cas'è che vi rode i nervi e l'ossa, E poi le man, l'orecchie, gl'occhi e 'l viso, Vi mangia il cuor, e v'invita a la fossa, Che cosi vuole Dio, che 'l tempo aspetta, Per far di vostr'infamie aspra vendetta.
Si che, Zaffetta mia, vivi a l'antica, Cosi come hai vissuto, o vivi peggio. Cosi tu, porca Errante, mia nemica, Cosi, tutte puttane, perch'io veggio Che ad uscirvi di man saria fatica, Se voi sedeste in putanesco seggio Con le virtù che già v'hò detto avante, Sin a la morte ognun vi saria amante.
Una fra mille, millanta e migliara Di puttane viventi a nostre spese Hò conosciuta buona, bella e cara, E da bene al possibile e cortese, Che Giacoma chiamossi da Ferrara, O vogliam dir Giacoma Ferrarese, Che per esser da bene, bella e buona, In questi giorni s'è morta in persona.
Altr'io non hò da dir che mi raccordi, Se non ch'ognun tien lega di cicale, Il mondo faria stanza di balordi, Se non fusse lo spasso del dir male, Il mangiar la lucanica co i tordi, Con gl'aranci, col pevere e col sale. Cosi il dir male al gusto human non spiace. Datevi dunque, o mia Zaffetta, pace.
Se i Rè, se il Papa, se l'Imperatore Sopportan che gli sia detto, Coglioni, Del mio burlar non pigliate dolore; E se 'l pigliate pur, Dio ve 'l perdoni. Anch'io vuò la mia parte de l'honore. Son gentil'huomo, atto a donar de doni. Venni, e subiai per farvi riverenza, Ma dal balcon mi fu data licenza.
La nostra Signoria con gratia degna, E il Prencipe ciascun, che parlar vede, Ode con modo e gentilezza degna, E grand'è pur la Venetiana sede. Ma vostra Altezza, per portar l'insegna Delle puttane, esser maggior si crede Che non è di San Marco il campanile; Pure dato vi fu il Trent'un gentile.
IL FINE.
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