La Zaffetta: Raccolta di rarissimi opuscoli italiani degli XV e XVI secoli II

Part 3

Chapter 34,136 wordsPublic domain

Ecco, Signora Angela Zaffa, in tanto Che 'l mal francese occulto scoprirete, Di voi il Trent'un, qual Vangelista, canto; E s'io punt'erro, mi correggerete, Perche il fatto v'è noto tutto quanto; E meglio tutto a mente lo sapete, Che non sà la Zaffetta, al Trent'un corsa, Cavar l'anima el cuore d'ogni borsa.

Puttane infami, che tanto sdegnate Tener un gentil'huom per vostro amante, D'un gentil'huomo un arlasso ascoltate Fatto da una gentil porca galante, Ch'hà privilegio fra le nominate, Qual fra le vacche la Puttana Errante; E finir senza dubio vi prometto, Come ch'io hò, quel ch'hò da dirvi, detto.

Signor, sono in Venetia, gratia Dei, Tre legioni o quattro di puttane, Ruina de' patritij e de' plebei, Parte in gran case, parte in carampane; Ma fra tante migliaia un cinque o sei, A forza di belletti e d'ambracane, Cuopronsi sua bruttezza stomacosa, Che le poltrone paion qualche cosa.

Fra queste poche ce n'è una sola Che tiensi prima in la fottuta setta. Non è la Grifa, non è la Bigola, Che le parole profuma e belletta. Aiutatemi a scioglier la parola; Hà la sua altezza nome la Zaffetta, Che si tien nata di sangue reale, Poiche patrigno l'hà Borrin bestiale.

Conta talhor la sua genealogia, E fassi figlia del Procuratore Da cà Grimani, ch'a sua madre ria Già fece a che l'è dentro, a che l'è fuore. Ma vienmi humore ne la fantasia Di cantar puntualmente in bel tenore Il suo gran grado in omnibus, e come S'hà guadagnato il puttanesco nome.

Nol vuò dir nò, perche de le puttane Sempre giostran dal par, principio e fine. Cominciano a ingrandirsi con un pane, E con un pan finiscon le meschine. Basta che la Zaffetta è in ambracane, In seta e in or, con pompe alte e divine, Non già per sua virtù, bellezza o gratia, Ch'ella nascendo nacque in la disgratia.

Il caso del suo grande et alto stato, Che i nostri gentil'huomini ogn'hor soia, D'una tal sorte di corrivi è nato, Che per morbezza, per gara e per foia, Cercando hor l'uno, hor l'altro scioperato, Con quest'Arpia, ch'a chi più l'ama annoia, Gl'han dato senza merito e diletto L'anima e i soldi, a lor marcio dispetto.

Perdonatemi, giovani; l'amore Ch'io vi porto fa dirmi ciò ch'io dico. Sapete ben che vi son servitore, Non pur compagno, fratello et amico. Poi ne la lingua io hò quel c'hò nel core; L'hò detto, et hor di nuovo lo ridico: Le vostre gare, e non gratia o bellezza, Hanvi abbassati, e lei posta in altezza.

Hora ch'accade? la Zaffetta Diva, Diciam bella, gratiosa e virtuosa, Poich'ella del cervello e danar priva Ciascun con la sua faccia artificiosa, Fra l'incazzita sua gran comitiva, Havea un amante, ch'è si gentil cosa, Pieno di gentilezza e cortesia; E se non fusse il ver, non lo diria.

Il gentil'huomo, che prodigo amante S'era fatto di lei, per sorte rea, Le stava sempre servitore innante, Com'ella fusse non Zaffa, ma Dea. Si che pensi ciascun se la furfante Honestamente rubbava e chiedea. Per Dio, ch'han più discrete e honeste mani Cingari, marioi, giudei, marani.

Gran cosa è a dir che l'avaritia stringa Una puttana si che un soldo, un bezzo, Un guanto vecchio et un puntal di stringa, E s'altra cosa c'è di minor prezzo, Con parlar che tradisce, ti lusinga, Ti rubba sempre, et hà talmente avvezzo L'appettito al rapir, che nel bordello, Ov'esse son, hor mandan questo, hor quello.

Il giovane gentil, che forte amava, Pur che trovasse fede in la Zaffetta, Lo spender da par suo meno curava, Che un cavalier di correr la staffetta. Ma non stè molto questa Zaffa brava, Che un arlasso gli fè, come la setta De le sporche poltrone ogn'hor far suole A chi più dalle, a chi più ben le vuole.

Ogni cosa si può facil soffrire, E servitù e danari non son niente. Ma questo puttanesco, empio tradire, È quel ch'uccide l'amorosa gente. Credi sta notte con la Dea dormire, E trovi un altro tuo luogotenente. Brava e frappa a tua posta, ammazza e squarta, Che a coda ritta è forza che ti parta.

Non fè il giovin gentil frappe o rumori, Al corpo, al sangue, vacca, slandra, ladra, Ne con spada o baston sfogò gl'amori, Anzi doppo l'arlasso in mente quadra Di vendicarsi, onde doppiò i favori A la Signora, e dandole la quadra, Più che mai la presenta e la corteggia, Acciò che 'l suo pensier dentro non veggia.

Passati alquanti dì, comincia a dire Il gentil'huom: Quando vogliam, Signora, A Malamacco per solazzo gire, Poiche d'andar a spasso hormai vien l'hora? Con puttanesco e temerario ardire Rispose la Signora Angela allora: Al piacer vostro, tutta allegra e altiera, Ma che torniamo a Venetia la sera.

Per l'ordin dar non fu zoppo ne tardo L'amante da l'infame assassinato; Ma con un dolce e piacevol riguardo Doi gioven gentil'huomini hà chiamato: Un manda a Chioggia, che la cena al tardo In punto metta; e l'altro, spensierato, Buon compagno al possibil e da bene, Seco per gir con la Signora tiene.

Poiche quel giorno e l'hora e 'l punto venne Che far le nozze dovea la novizza, Preparossi una gondola solenne, Che in due vuogate mezzo miglio sguizza; La qual'a Malamacco il camin tenne, Portando allegra l'Angelica chizza, Che fea col suo moroso un gran contrasto, Per voler gir, come sposa, sul trasto.

Come fu giunta questa meritrice A Malamocco con riputatione, Vezzosamente soghignando dice: Evvi, ben mio, da far colatione? E vedendo fumante una pernice, Quella grappò con farne un sol boccone, E in men che non si dice Ave Maria, Tracannò gotti sei di malvasia.

Buon prò, Madonna, dice la brigata; Et ella ride e l'amorosi soia, E con quella sua gratia disgratiata, Pettegolando sempre in bocca moia, E a questo e a quel'hà la barba tirata, Per favorirli, e con spiacevol noia Conta le sue grandezze, e narra come Di Zaffetta acquistò con l'opre il nome.

E facendole buon ciò ch'ella parla, In gondola tornò la compagnia. La cicalaccia riscaldata ciarla Pur de le sue grandezze tuttavia. In tanto a Chioggia cominciò avviarla La barca instrutta in quel ch'a far havia. Ell'attende al suo dir, che vuol trovare, Fra doi giorni, una casa da suo pare.

Voglio, dicea la gloriosa alfana, Che voi morosi mi facciati havere Per sempre a fitto la cà Loredana, Se non mi morirò di dispiacere. Poi cominciò a cantar' una pavana, Che già la casa parle di godere. Vuol comprare spalliere e razzi eletti; Vuol far di seta e d'or cinque o sei letti.

Poi entra a dir di certi cavedoni, O capo fuochi, che dica il Petrarca. Gli vuol d'argento, che sian belli e buoni. Vuol sei massare, un ragazzo, una barca. Vuol di contado le sue provisioni, Sempre in caneva vin, farina in l'arca, E al fin vuol tante cose la Borrina, Che non n'hebbe mai tante una Regina.

Con questi suoi giardin, fatti a sua foggia, Confirmati dal suo sagace amante, Si ritrovò sua maiestade in Chioggia, E sbigottì quando gl'apparse innante, Dicendo: Mia persona non alloggia Sta sera quì: và, barcaruolo, avante; Gira, poltron, diss'ella; e piange e arrabbia, Ma patienza al fin forz'è ch'ell'habbia.

Anima mia, speranza, figlia mia, Caro sangue, ben mio, dolce mia vita, Diceva il suo moroso in voce pia, Da me non fate sta sera partita, Acciò tutto, Angioletta, io vostro sia. Con voi la robba mia non è partita. Chiedete pur, non habbiate vergogna, Che chi per voi brama di far non sogna.

Non potè allor tenersi la puttana Di non ghignar, se ben havea cordoglio, Quando sentì l'oblation che spiana Di dare il tutto, e dice: Quest'io voglio: Di restagno e velluto una sottana, Di quelle che alle feste portar soglio. Voglio una scuffia d'oro, e vuò domane I vostri Pater nostri d'ambracane.

La sottana, la scuffia, i Pater nostri, L'Ave Marie, i Salmi e l'Orationi Haverete, pur ch'hora mi si mostri Il vostro cuor privo d'afflittioni, Rispose il gentil'huom: non de' par vostri Amorosi di fava, arcicoglioni, Che de le puttanaccie sopportate Con mille villanie le bastonate.

Hor ella smonta, e non s'accorge havere Dietro una barca, di fottenti piena. Corse la turba in furia per vedere La famosa Zaffetta d'humor piena, Che adosso porta un mezzo profumiere. Parla da ninfa, el passo muove appena. Hora su questo, hora su quel s'appoggia, E vuol parer l'Imperatrice a Chioggia.

Il suo moroso, che se n'avvedea, Per farla andar più di se stessa altiera, Con voce di stupor pian le dicea: Voi sete di bellezza una lumiera. Hor fuss'ella pur quì Venere Dea, Che il mondo vederia ch'hà miglior ciera; Poi soggiunge: Madonna, un de vostr'atti Questi Chioggioti hormai fa venir matti.

Con queste soie e berte profumate, Entrano i socij, con sua Signoria, Dov'eran le vivande apparecchiate, Come a gran gentil'huom si convenia; Et havendosi ogn'un le man lavate, A cena se n'entrò la compagnia, Et in capo di tavola s'assetta La puttana Illustrissima Zaffetta.

Silentio a mensa, quando l'odor vola De gl'arrosti per tutto; ella si tace. Con piene mani, piena bocca e gola Sol dice: Questo è buon, questo mi piace; E chi l'havesse chiesto una parola, Non era per haver seco mai pace. Mangia e bee senza freno, anzi divora; Buon fu per me, ch'era a Venetia allora.

Venner l'ostriche al fin, che tante e tante Ne tranguggiò su' altezza, che ciascuno Gridò misericordia: ella d'avante Le scorze have, ch'aprì tutto il comuno. Ma che ciancie cont'io? Il suo largo amante, Ch'hà tramato l'istoria del Trent'uno, Piglia per man la Diva per diletto Dicendo: Sangue mio, ch'andiamo in letto?

Andiam, rispose, con un'occhio chiuso E l'altro aperto, l'Angiola assassina, Ch'addormentata nel letto andò giuso, Non sapendo s'ell'è sera o mattina. Quel giovane gentil, che non er'uso D'esser soià cosi da una facchina, Anch'egli in un balen fessi spogliare, Che vendicar si vuol, non vuol chiavare.

Pur trovandosi ritta la ventura, Disse il Boccaccio, sendo buon fottente, Havendol'ella volto per sciagura Il volto del seder solennemente, Ruppe due lancie, ciascuna più dura, Poi al suo d'innanzi più che mai valente Per dispreggio di lei venne a la colta, E le fè quel serviggio un'altra volta.

Quella musica dolce in tuono grave, In tenore, in soprano e in contra basso, Che gl'havea messo di dietro la chiave Nel suo B molle accettò per ispasso Scacciato il sonno da la Signor'have, Per cui sentia tutto il suo corpo lasso, E rivolta a l'amico disse: Dammi, Speranza, un bacio, e quella cosa fammi.

Ei, ch'hà presa la volpe et homai vuole De le malitie sue punirla presto, Rispose: Il corpo mi s'è mosso e duole, Anima mia, hor che vorà dir questo? Del letto uscì, e senza più parole Il lume piglia, e và ratto, e par mesto. Come la turba, che l'aspetta, il vide, Dal gran diletto ismascellando ride.

Doppo le risa, si conchiude ch'uno Gentil giovane vada a cominciare Il meritato honorevol Trent'uno, Col qual s'hà la Zaffetta a degradare. Hora il buon socio senza indugio alcuno In camer'entra, e cominciò a cantare Col cazzo sodo in man et in un punto Questa canzone allegro incontra appunto:

La vedovella, quando dorme sola, Lamentasi di me, non hà raggione... Quand'odo il suono d'una tal parola La traditrice di tante persone, Che più fuggir non può, s'ella non vola, Ne capelli e ne gl'occhi le man pone, Che ben s'accorge che 'l Trent'un vien via, Per castigar la sua ribalderia.

Eccoti il socio, ch'hà in mano un ferale, Che vuol veder pur la Zaffetta in viso; Visto ch'ei l'hà, con bel parlar morale Disse: Signora, io vengo a darvi aviso Come sta notte un Trent'uno reale Quel che v'adora vuol darvi improviso; E prega, se non è qual meritate, Che accettando il buon cuor li perdonate.

Quand'ella sente la festa annuntiarsi, Al minacciar zaffesco a un tratto corre, E vuol del sangue di colui satiarsi Che la virginità l'ardiva torre. Con puttanesco pianto a humiliarsi Comincia poi, perch'è savia, e discorre Che il gentil'huom secondo del Trent'uno Chiavato hà dietro Borino et ogn'uno.

Dicea la Zaffa forsi a una Signora, Ch'in Venetia ciascun la prima tiene, Ch'è fanciullina el latte hà in bocca ancora; A dar questo Trent'un non sarà bene. Oh Dio! Dio mio! volete voi ch'io muora, Magnifico Missier dolce e da bene? Se sta notte salvate l'honor nostro, Questo dritto e roverso è tutto vostro.

E i doi sessi squinterna, in cui le frappe Qualcun che l'ama ogni virtù colloca. Ma il Trent'un, che le tocca e coscie e chiappe, Disse ch'ell'hà le carni di grue e d'occa, Ricamata di broze, come cappe, E nere, e schife in morbidezza poca. Non puzza, nò, perche caccia i fetori Della bocca e de i piè con mille odori.

Il giovin nuntio del Trent'un gentile, Ch'a la libera vive per natura, La conforta a far animo virile, Talche la Zaffa strega entra in bravura, E chiama un atto di persona vile Chi vendetta di far con donna cura; Ond'ei, ch'entrava in corso in stil giocondo, Disse: Voltate in là, sporgete il tondo.

Voltossi in là col capo humile e basso Sua Signoria, et ei, drizzato il stocco, Dietro la porta gliel messe per spasso, Non da lussuria, ma da un grizzol tocco. E quì, Signori, è da notare un passo, Per cui hà a Chioggia invidia Malamocco. Non sò se è ben tacerlo o meglio il dirlo, Ma serri gl'occhi chi non vuol udirlo.

Lo stocco di quel giovanotto amico, Che per durezza somigliava a un sasso, L'ostriche ch'ingiottì la Zaffa, dico, Andavan vive pe 'l suo corpo a spasso, A quello s'aggrappar con forte intrico. Sentendo questo il gentil'huomo, un passo Tirossi in dietro, e 'l stocco dischiavato, D'ostriche il vidde tutto riccamato.

E cosi, com'egl'era, uscendo fuora, Il miracolo a i suoi dimostrò chiaro. Le risa che di ciò fur fatte alhora, Non le raccontarebbe un calendaro; E mentre le reliquie la Signora Tenea scoperte, e facea pianto amaro, Eccoti un pescator pazzo e bestiale, Che grosso e lungo haveva il pastorale.

E senza dir: Ben mio, ne dar conforto, La lancia in un momento assoda e arresta, E con un guardo villanesco e torto Le coscie l'apre, e incartola et assesta. Gridò la Zaffa: Ah! cane, tu m'hai morto; E su la sponda inchinando la testa, Stette tanto in angoscia et in dolore, Che venne un altro in cambio al pescatore.

Questo, quanto al chiavarla, parse a lei Pur pescator, ma di natura pia, E in ginocchioni se li lanciò a i piei, Dicendo: Huom da ben, qual tu ti sia, Se mi scampi di man de farisei, Facendomi scampar per qualche via, Queste gioie e catene vuò donarti, E dieci e venti volte contentarti.

Non voglio gioie, non voglio catene: Vuò fotter, disse Marcone alla pace; E voltatala in giuso con le rene, La balestra scarcò due volte in pace. Doppo costui un barcaruol ne viene, Che 'l chiavar di buon cuore più li piace, Che la merenda non fa su la barca, Se bee senz'acqua al boccal vin di Marca.

Mentre che 'l barcaruol facea i suoi fatti, Ecco a la porta una question'appare, De la camera dico, perche ratti I Chioggioti son corsi per chiavare. Come su i tetti di Gennaro i gatti Corron con incazzito sgaolare; E la Zaffa infelice ahime dicea, E 'l gentil'huom di fuor le rispondea:

Signora mia, il mondo è fatto a scale. Non sempre ride del ladro la moglie. A Chioggia scende chi a Venetia sale, Anco tal hor la volpe ben si coglie. Voi rideste di me di carnevale, Quando ch'io havea del vostr'amor le doglie: Hor di quaresim'io rido di voi, E cosi il gioco pari và fra noi.

Ah! crudel', ingrataccio, ov', ove sono Le berte date a me, quando volevi L'arrosto, che parendoti ogn'hor buono: Dammelo, cara mammina, dicevi? Signor mio caro, vi chiedo perdono, E se mi concedesti ch'io mi levi Questo Trent'un d'adosso, che m'accora, Vi sarò sempre schiava e servitora.

Rispose il gentil'huom da lei tradito: Adesso vien ampla commissione, Che il voto vostro havrà ben esaudito. State col cor contrito in oratione. In questo, uno ch'havea, come un romito, La conscienza senza discrezione, Da traditor, da turco e da giudeo, Gl'aprì con la sua chiave il culiseo.

Con un carbon stav'un, segnando al muro Tutte le botte ch'eran date a lei; E quando alle sei volte giunte furo, Gridò colui con alta voce: E sei. Sen vien un hortolan col pinco duro, Dicendo: Tu la mia speranza sei; E senz'altro proemio compì presto La sua facenda, fatta in luogo honesto.

E sette, gli dicea quel del carbone. Via spacciatevi, giovani, ch'hò fretta. Tocca la volta ad un fante poltrone, Non uso a mangiar carne di capretta. Costui in modo adosso gli si pone, Che vomitar fece la poveretta Quel ch'ella il dì mangiò, poi cheto cheto Gli pianta il suo gran ravano di dreto.

Numero otto già nel muro appare. Ma quì ne vien' il buon, comincia adesso, De la comedia il second'atto appare. Esce fuora un facchin soffiando spesso, Che vuole un porro di dietro piantare A colei, ch'ogni cosa a sacco hà messo, E sentì tal dolcezza il buon compagno, Ch'hebbe a morir sul buco, come il ragno.

Levando in piè fece un salto da matto: Bergem, bergem, gridando alla facchina. Par giusto il gallo ch'il servitio hà fatto Alla sua bella morosa gallina, Che, smontato ch'egl'è, scotasi a un tratto, Canta una volta, et a beccar camina: Cosi il facchin, dello sborrar satollo, A legar ritornò non sò che collo.

La Signora fottuta a capo basso Piangeva ad alta voce si dolente, Ch'havrebbe humiliato un Satanasso, E un mulo 'n bizzarria fatto clemente. Dicea: Deh! perche il petto non mi passo, Acciò non senta cianciar fra la gente, A San Marco, e a li Bari, da ciascuno, Ch'io degnamente havuto habbia il Trent'uno?

Hor sarà pur contenta questa e quella, Invidiosa di mia buona sorte. Come il Venier lo sà, farà novella, Perche aprir non le volsi un dì le porte. Già già ogni barcaruol di me favella, E parmi udir da i putti gridar forte, Sul ponte di Rialto, acciò s'intenda: Chi vuol della Zaffetta la legenda?

Le lamentation di Geremia, Volea seguir, quando giunser doi frati, Dicendole: Chi è quella brutta Arpia? Vogliam, Signora, de vostri peccati Fornir di confessarvi, acciò non sia L'anima vostra scritta tra i dannati. E l'uno e l'altro alla Zaffa divota Cacciar dietro e d'innanzi una carota.

Ma che vad'io contando ad uno ad uno? Eccoti che sforzata è pur la porta. Chioggia è venuta a furor di comuno, Per haver la sua parte de la torta. E fatti in un mucciglio, ciascheduno Per ben chiavarla il primo si conforta, E d'adosso s'è tolto l'uno appena, Che l'altro è corso a farla far di schena.

Havete visto là del Vener Santo, Quando ch'ogni plebeo vuol confessarsi, A star la turba su l'ali da canto, Che al confessor il primo vuol lanciarsi? Cosi, mentr'un la chiava, l'altro in tanto Stà desto, e vuol con la diva attaccarsi. Son sempre cinque o sei ch'hanno il piè mosso, E vorria ognun saltarle il primo adosso.

Colui che col carbon segna le botte, Si presto che segnar le può a fatica, Sendo passata più che mezza notte, Disse: Brigata, convien pur ch'io 'l dica: Settanta nove lancie havete rotte Contro la vostra gagliarda nemica, Si che una botta sola a far ci resta, E poi per tutti finit'è la festa.

L'ultima volta far volse un Piovano, Che in chiavar monasteri ogn'altro passa, Il qual fessi menar suo cazzo a mano, Poi la rovescia sopra d'una cassa, E gli lo mette in la vulva e ne l'ano; Ma teneva il giotton la testa bassa, Perche il fetor' ammorba il can gentile De l'oglio humano e de l'onto sottile.

Un miro d'oglio e di butiro havea In corpo la Zaffetta appena viva, Il qual di dietro e d'innanzi piovea Su i calcagni e su i piè con foggia schiva. Onde il Piovan per il suo can chiedea Di quelle carezzine come prima Sua Signoria li suoi morosi cari Di cervello, d'honor e di danari.

Ma perche il giorno ne viene a staffetta, Il gentil'huom ch'annontiò il bel gioco In camer'entra, e fuor caccia con fretta Il Piovan goffo, gaglioffo e da poco; Poi con una sua dolce predichetta Riconforta l'afflitta Angiola un poco, E le fa veder che 'l soverchio amore È stata la caggion d'un tanto errore.

Havete, disse, voi persa la vita, Per ottanta con gratia chiavature? Hor sete voi la prima in ciò fornita? Per tutto il mondo son delle sciagure. C'havete obligo assai, sendone uscita Sana per tutto, benche grosse e dure Siano state le lancie ne la giostra, Eterna gloria a la bravura vostra.

L'Angiola piange e dice: Oh! sventurata, Come caminerai fra le persone? La mia grandezza è in tutto rovinata. Son io da trapolar con un Trentone? Monaca mi vuò far per disperata, Ne fin ch'io vivo vuò farmi al balcone. E ciò dicendo il corpo le fa motto, Ond'ella sospirando andò al condotto.

Nel render le borsette parse un frate, Che di menestra scaricasse il ventre, Et una leggion d'alme non nate Convien che nella bocca al condott'entre, In mandragore e in rane trasformate, In scorpioni, in tarantole; e mentre Il suo bisogno al cacator facea, L'oglio favale per tutto correa.

Col suspiramus lachrymarum valle Rivestissi levata dal condotto, Pregando il gentil'huom, con basse spalle, Che del Trent'uno suo non faccia motto. Il da ben socio il giuramento dalle Che dirà solamente che fur'otto, E cosi de fottenti il pio collegio Le fè la gratia, e diede il privileggio.

Poi trovossi una barca da meloni, E piantatavi sù sua Signoria, Fu menata a Venetia senza suoni Che gl'havrian tratta la malinconia. Rimasti a Chioggia, quei compagni buoni Scrisser per ogni muro e in ogni via Come l'Angiela Zaffa nel Trent'uno, A i sei d'Aprile, habbia sfamato ognuno.

Hor la Zaffetta giunta in casa, a botta, Subbia, chiama e biastema in voci ladre. Di bastonar le massare barbotta, Onde gl'aperse la riva sua madre, E vedendo la figlia mal condotta, Chiama Borrino, suo adottivo padre, E serrando la riva su le scale, Tramortì la puttana generale.

Posta nel letto, d'aceto rosato Bagnati i polsi, e di fresc'acqua il viso, Lo spirito mariol l'è ritornato; E riguardando la sua madre in viso, Disse: Quel traditor, che m'hà menato A Chioggia, ch'egli sia bruciato e ucciso; Dar m'hà fatto un Trent'uno il traditore. Mio pare, io vuò che gli mangiate il cuore.

Quando la madre gl'alza i panni, e vede Il suo quadro, e 'l suo tondo rosso, e rossa, E l'uno e l'altro enfiato, certo crede Fra due hore d'andarsene in la fossa, E con gran pianto il suo barbiero chiede, Qual venne presto, e stà in dubio se possa Guarirla o nò, ma pur con certa untione L'unge il seder, e frega il pettignone.

Lo stizzato bestial Borrin feroce, Col pistolese in man, stringendo i denti, In portico passeggia, e ad alta voce Dice mille: Vuò farne mal contenti. Fa su le dita il segno della croce, Et su vi giura mille sacramenti Che vuol far diventar sangue il suo rio: Ah! mondo infame! oh! benedetto Dio!

Già per Venetia il Trent'un divulgato, Della Zaffetta è pieno ogni bordello, Ne pur un sol s'è in la città trovato Che non esalti chi gl'ha dato quello. In fine il buon compagno gran Donato, E Lunardo da Pesar, buono e bello, Han caro ogni suo mal, perch'ella impari Con le soie a burlar con i suoi pari.

Venner da Chioggia a Venetia di botto I mastri che punir la volser bene, E per tutto notar numero otto, Perche ottanta notar non si conviene, Che gl'han promesso, e non gl'havrebbon rotto Il privileggio ch'ella appresso tiene; E ciascun che lo legge benedice I mastri a castigar la meretrice.

La Zaffetta hà serrato ogni balcone, E in casa stassi come fusse morta. Il suo rio non fa più riputatione. Non apriria al Principe la porta. Non mangia ò dorme, e trista in un cantone S'è posta al scuro, e mai non si conforta; E quando che di Chioggia si ricorda, Cade distesa al suol come balorda.

I Signor cinque e i capi de i sestieri, A quali la querela andò volando, Ridendo de carnefici cristieri, Di far l'esecution vanno slungando; Onde quei de la terra e i forastieri Del ben merito suo vanno parlando, Talche per tutt'Italia ognun già canta Numero otto, idest numero ottanta.

L'Angiola stassi peggio che romita In cordoglio, in silentio, sobria e casta. Passar sei giorni, è quasi hormai guarita. Altro non dice, co i sospir, che: Basta. Già la vergogna gl'è di mente uscita. Non sentendosi più ne i sessi guasta, Più sfacciata di prima, ladra e ghiotta, Sopra il balcon fa la Regina Isotta.