La Zaffetta Raccolta Di Rarissimi Opuscoli Italiani Degli Xv E
Chapter 2
Dopo le risa, si conchiude ch'uno Gentil giovane vada à principiare Il meritato honorevol trentuno, Col qual s'ha la Zaffeta à disgradare. Hora 'l buon sotio senza indugio alcuno In camera entra, e comincia à cantare Con il Priapo in man sodo in un punto Questa canzone allegro in contrapunto:
La vedovella, quando dorme sola, Lamentarsi di me non ha ragione... Quand'ode il suono d'una tal parola La traditrice di tante persone, Che piu fuggir non puo, s'ella non vola, Ne i capelli et negliocchi le man pone, Che ben s'accorge che 'l trentun vien via, Per castigar la sua poltronaria.
Eccoti il sotio, c'ha in mano un ferale, Che vol veder pur la Zaffetta in viso, Visto ch'ei l'ha, con bel parlar morale Disse: Signora, i vengo à darvi aviso Come sta notte un trentuno reale Quel che v'adora vuol darvi improviso; Et pregha, se non è qual meritate, Ch'accettando 'l buon cor gli perdoniate.
Quand'ella sente la festa annontiarse, Al minacciar zaffesco à un tratto corre, Et vol del sangue di colui satiarse Che la verginita l'ardiva à torre. Con puttanesco pianto à humiliarse Comincia poi, perch'è savia, e discorre Che 'l gentilhuom secondo del trentuno Chiavato ha dietro Borrino et ognuno.
Dicea la Zaffa borse à una Signora, Ch'in Vinegia ciascun la prima tiene, Ch'è fanciullina e 'l latte ha in bocca anchora, À dar questo trentun non fassi bene. Deh Dio! ah Dio! volete voi ch'io mora, Magnifico Messer dolce e da bene? Se sta notte salvate l'honor nostro, Questo dritto e riverso è tutto vostro.
E duo sessi squinterna, in cui le frappe D'alcun che l'ama ogni vertu colloca. Ma 'l trenton, che le tocca e coscie e chiappe, Disse ch'ell'ha carne di grua e d'oca, Riccamata di brozze, come cappe, E negre, e schiffe in morbidezza poca. Non puzza, no, perche caccia i fetori De la bocca et de i piei con mille odori.
Il giovin nontio del trentun gentile, Ch'à la libera vive per natura, La conforta à far animo virile, Tal che la Zaffa stringhe, entra in bravura, Et chiama un'atto di persona vile Chi vendetta di far con donne cura; Ond'ei, ch'entreria in colera con Dio, Disse: Voltati in la, potta di Dio.
Voltassi in la col capo humile e basso Sua Signoria, et ei, drizzato 'l stocco, Dietro à la porta glie 'l messe per spasso, Non da lussuria, ma da un grizzol tocco. E qui è, Signor, da notar un bel passo, Per cui à Chioggia invidia ha Malamocco. Non so s'è me' tacerlo o meglio dirlo, Ma serri gliocchi chi non vuole udirlo.
Lo stocco di quel giovane ch'io dico, Essendo duro, parea proprio un sasso; L'ostreghe che 'nghiotti la Zaffa amico Andando vive pel suo corpo à spasso, A quello s'aggrappar con forte intrico. Sentendo questo il gentil'huomo, un passo Tirossi in dietro; e 'l stocco dischiavato, D'ostreghe 'l vide tutto riccamato.
Et cosi, com'egli era, uscendo fuora, Il miracolo à i sotii mostro chiaro. Le risa che di cio fur fatte allhora, Non ve le contarebbe un calendaro; E mentre le reliquie la Signora Tenea scoperte, e facea pianto amaro, Eccoti un pescator pazzo e bestiale, Ch'un mezzo braccio ha lungo il pastorale.
Et senza dir: Cor mio, ne dar conforto, À lei s'aventa e la gran lancia arresta, E con un guardo villanesco e torto Le coscie l'apre, et incartolla à sesta. Grido la Zaffa: Matti, tu m'hai morto; E su la sponda inchinando la testa, Stette tanto in angoscia et in dolore, Che venne un'altro in cambio al pescatore.
Questo quarto à chiavarla parse à lei Pur pescator, ma di natura pia, E 'nginocchioni lanciosegli à i piei, Dicendo: Huomo da ben, chi tu ti sia, Se mi scampi di man de i farisei, Facendomi fuggir per qualche via, Queste gioie et catene vo donarti, Et diece e venti volte contentarti.
Non voglio gioie, non voglio catene: Vo fotter, disse Marcon à la pace; Et voltatala in giuso con le schiene, La balestra scarco due volte in pace. Dopo costui un barcaruol ne viene, Che 'l chiavar di buon core piu gli piace, Che la merenda non fa su la barca, Se bee senz'acqua al boccal vin di Marca.
Mentre Ser barcaruol facea i suoi fatti, Ecco à la porta una quistione appare, De la camera dico, perche ratti I Chioggiotti son corsi per chiavare, Come su i coppi di Genaro i gatti Corron con incazzito imagolare; E la Zaffa barette ahime dicea, E 'l gentilhuom di fuor le rispondea:
Madonna mia, il mondo è fatto à scale. Sempre non ride del ladro la moglie. À Chioggia scende chi à Venetia sale, E pur tallhor de le volpi si coglie. Voi rideste di me di carnevale, Quando ch'i havea del vostro amor le doglie: Hor di quaresma io mi rido di voi, Et cosi pare il gioco va fra noi.
Ah! crudele, ah! ingrato, ove, ove sono Le berte date à me, quando volevi L'arrosto, che parendoti ognhor buono: Dammelo, cara mammina, dicevi? Signor mio caro, io vi chieggio perdono, Et se mi concedete ch'io mi levi Questo trentun dadosso, che m'accora, Vi saro sempre schiava e servitora.
Rispose il gentilhuom da lei tradito: Adesso vien ampia commissione, C'havra il voto vostro esaudito. State col cor contrito in oratione. In questo, un c'havea, com'un romito, La conscientia senza discretione, Da traditor, da turco e da giudeo, L'apri con la sua chiave il culiseo.
Con il carbon stava un, segnando al muro Tutte le botte ch'eran date à lei; Et quando à lei sei volte giunte furo, Grido colui ad alta voce: E sei. Vien via un'hortolan dal pinco duro, Dicendo: Tu la mia speranza sei; Et senz'altro prohemio compi presto La sua facenda, fatta in luogho honesto.
E sette, gli dicea quel dal carbone. Ispacciatevi, giovani, c'ho fretta. Tocca la volta à un fante poltrone, Non uso à mangiar carne di capretta. Costui adosso in modo se le pone, Che vomitar fece à la poveretta Quel ch'ella 'l di mangio, poi cheto cheto Le pianto il suo ravano di drieto.
Numero otto gia nel muro appare. Ma qui ne vien il buon, comincia adesso, De la comedia il secondo atto appare. Esce in campo un fachin soffiando spesso, Che vuole un porro di dietro piantare À colei, ch'ogni cosa à sacco ha messo, Et senti tal dolceza il buon compagno, C'hebbe à morir sul buco, come 'l ragno.
Levato in pie fece un salto da matto: Berghem, berghem, gridando à la fachina. Par proprio un gallo c'ha fatto quel fatto À la sua bella morosa gallina, Che, smontato ch'egli è, scuotesi un tratto, Canta una volta, et à beccar camina: Cosi 'l fachin, de lo sborrar satollo, A legar ritorno non so che collo.
La Signora fottuta à capo basso Piangeva ad alta voce si dolente, C'havrebbe humiliato un Sathanasso, E un bulo in bizzaria fatto clemente. Dicea: Deh! perche 'l petto hor non mi passo, Acio i non senta cianciar fra la gente, A San Marco, à i Frari, e da ciascuno, Ch'io degnamente habbia havuto 'l trentuno?
Hor sera pur contenta questa e quella, Invidiosa di mia buona sorte. Come 'l Venier lo sa, fara novella, Perch'aprir non gli volsi un di le porte. Gia ogni barcaruol di me favella, Et parmi udir da i putti gridar forte, Sul ponte di Rialto, a cio s'intenda: Chi vol de la Zaffetta la leggenda?
Le lamentation di Geremia Volea seguir, quando giunser due frati, Dicendo: Chi è quello? Ave Maria, Vogliam, Signora, de vostri peccati Fornir di confessarvi, a ciò non sia L'anima vostra scritta fra i dannati. Et l'uno et l'altro à la Zaffa divotta Cacciar dietro e dinanzi una carotta.
Ma che vad'io contando ad uno ad uno? Eccoti che sforzata è pur la porta. Chioggia è venuta à furore, à communo, Per haver la sua parte de la torta. È fatto gia mescolanza d'ogniuno. Ciascuno di chiavarla si conforta, Et dadosso se l'è tolto uno a pena, Che l'altro è corso à farla trar di schena.
Havete visto la dal Vener Santo, Quando ch'ogni plebeo vuol confessarsi, Stare la turba su l'ali da canto, Ch'al confessor, come puo, vol lanciarsi: Cosi, mentre l'un chiava, l'altro intanto Sta desto, et vuol con la diva attaccarsi. Son sempre cinque o sei c'hanno 'l pie mosso, Ch'ognun prima vorria salirle adosso.
Colui che col carbon segna le botte, Si presto che segnar le puo à fatica, Sendo passata piu che mezza notte, Disse: Brigata, e convien pur ch'io 'l dica: Settanta nove lancie havete rotte Contra la vostra gagliarda nimica, Si che una botta sola à far ci resta, Et poi à Dio, che finita è la festa.
L'ultima volta far volse un piovano, Ch'in chiavar monasteri ognialtro passa, Il qual fessi menar suo cane à mano, Poi la rivescia sopra d'una cassa, Et glie lo mette in la vulva e ne l'ano; Et stringendo 'l poltron la testa abbassa, Perche 'l fetore ammorba il can gentile De l'oglio humano et de l'onto sottile.
Un miro d'oglio e di buttiro havea In corpo la Zaffeta a pena viva, Il qual di dietro e dinanzi piovea Su i calcagni e su i piei con foggia schiva. Onde 'l piovan per lo suo can chiedea Di quelle carezzine con che priva Sua Signoria i suoi morosi cari Di cervello, d'honore e di dinari.
Ma perche 'l giorno ne vien à staffetta, Il gentilhuom che l'annontio 'l bel gioco In camera entra, et via caccia con fretta Il piovan goffo, gaglioffo e da poco; Poi con una sua dolce predichetta Riconforta Madonna Angiola un poco, Et le fa creder ch'un soverchio amore È stata la cagion d'un tanto errore.
Havete (disse) voi persa la vita, Per ottanta con gratia chiavature? Hor sete voi la prima in cio fornita? Per tutto 'l mondo son de le sciagure. Ci havete obligo assai, sendone uscita Sana per tutto, benche grosse e dure Siano state le lancie ne la giostra, Eterna gloria à la Signoria vostra.
L'Angela piange e dice: O sventurata, Come comparirai fra le persone? La mia grandezza in tutto è ruinata. Son'io da strapazzar con un trentone? Monaca mi vo far per disperata, Ne fin ch'io vivo piu farmi al balcone. Et cio dicendo il corpo le fa motto, Ond'ella ando sospirando al condotto.
Nel render le borsette parse un frate, Che di minestre scaricasse 'l ventre, Et una squadra d'anime non nate Convien che ne la bocca al condotto entre, In mandragole, in rane trasformate, In scorpioni, in tarantole; e mentre Il suo bisogno al condotto facea, L'oglio favale per tutto correa.
Col suspiramus lachrimarum valle Rivestissi levata dal condotto, Pregando il gentilhuom, con basse spalle, Che del trentuno suo non faccia motto. Il da ben sotio il giuramento dalle Che solamente dira che fur otto, Et cosi de fottenti il gran collegio Le fe la gratia, e dielle 'l privilegio.
Poi trovossi una barca da melloni, E piantataci su sua Signoria, Fu menata à Venetia senza suoni Che l'havrian tratta la meninconia. Rimasti à Chioggia, quei compagni buoni Scrisser per ogni muro e in ogni via Come l'Angela Zaffa nel trent'uno, À i sei d'Aprile, habbia havuto 'l trentuno.
Hor la Zaffetta è giunta in casa, e botta. Subbia, chiama e bestemmia in voci ladre. Di bastonar le massare borbotta, Onde l'aperse la riva sua madre, Et vedendo la figlia mal condotta, Chiama Borrino, suo addottivo padre, Et serrata la riva su le scale, Stramorti la puttana universale.
Posta nel letto, d'aceto rosato Bagnati i polsi, et di fresche acque il viso, Lo spirto mariol l'è ritornato; Et riguardando la sua madre in viso, Disse: Quel traditor, che m'ha menato A Chioggia, ch'ei sia arso et sia ucciso; Dar m'ha fatto un trentuno il traditore. Mio pare, i vo che gli mangiate 'l core.
Quando la madre l'alza i panni, e vede Il suo quadro, e 'l suo tondo rosso, e rossa, E l'uno e l'altro enfiato, certo crede In fra due hore andarsene in la fossa, Et con gran pianto il suo barbiero chiede, Che venne presto, e sta in dubbio se possa Guarirla o no, ma pur con certa ontione L'unghie 'l seder, e l'unghie 'l pettiglione.
Lo sbisao bestial Borrin feroce, Col pistolese in man, stringendo i denti, In portico spasseggia, e ad alta voce Dice mille: Vo farne mal contenti. Fa su le ditta il segno de la croce, Et su ci giura mille sacramenti Che vuol far diventar sangue il suo rio: Ah! poltron mondo! ah! benedetto Dio!
Gia per Venetia è 'l trentun divolgato. De la Zaffetta è pieno ogni bordello, Ne pur' un sol s'è in la cita trovato Che non esalti chi l'ha dato quello. In fino il buon compagno Gioan Donato, Et Lunardo da Pesar, buono e bello, Han caro ogni suo mal, perch'ella impari Con le soie à burlar con i suoi pari.
Venner da Chioggia à Venetia di botto I mastri che punir la volser bene, Et per tutto notar numero otto, Poi ch'ottanta notar non si conviene, Che l'han promesso, e non l'havrebbon rotto Il privilegio ch'ella appresso tiene; Et ciascun che lo legge benedice I mastri à castigar la meretrice.
La Zaffeta ha serrato ogni balcone. In casa stassi, come fusse morta. Il suo rio non fa piu reputatione. Non aprirla al Prencipe la porta. Non mangia o dorme; e trista in un cantone S'è post'al scuro, et mai non si conforta; Et quando che di Chioggia si ricorda, Si lascia cader giu come balorda.
I Signor cinque e i capi de i sestieri, À cui n'ando la querela volando, Ridendo de i carnefici cristeri, Di far l'esecution la van soiando; Onde i terrieri e tutti i forestieri Del bene merto suo vanno parlando, Tal che per tutta Italia ognuno canta Numero otto, id est numero ottanta.
L'Angela stassi peggio che romita In cordoglio, in silentio, sobbria e casta. Passan sei giorni, è presso che guarita. Altro non dice, co i suspir, che: Basta. Gia la vergogna l'è di mente uscita. Non sentendosi piu ne i sessi guasta, Piu sfacciata che prima, ladra e ghiotta, In su'l balcon fa la Regina Isotta.
Forse che pensa diventar migliore, Non soiar, non tradire et non rubbare? Forse che pensa al suo perduto honore, Ch'una puttana farla vergognare? Ma pensa piu che mai cavare 'l core À quelli che la corron'à adorare, Et per una vestura in nuova foggia, Vol far la pace col trentun da Chioggia.
Io non mai ho parlato à la Zaffetta, Et l'havea per Signora alta e divina. Ma 'l conte Urluro in ca di Vienna, letta M'ha la ribalda sua vita assassina, Ond'io tengo piu buona et piu perfetta La mia Errante Helena Ballarina; Et se l'Errante è da ben piu di lei, Iddio Cupido, miserere mei.
Hor le puttane, c'han l'arlasso inteso, Si risseraron sbigottite tutte, Fra lor pensando s'han qualch'uno offeso, Che caccan di mangiar di quelle frutte; Et s'un cento ducati havesse speso, Non mai di casa fuor l'havria condutte; Ne à Lio, ne à la Zuecca, o in barca vanno, Tanta paura di quel trentun'hanno.
Ma Dio volesse, puttane mie care, Che l'esempio di lei vi fosse in core, Che saria cosa santa il puttanare, Et ci s'acquistaria spasso et honore. Se, quando un gentilhuom vi vol chiavare, De la Zaffa pensaste al dishonore, Dicendo voi di si l'osservereste, Et le vie d'ingrandirsi sarian queste.
S'un che v'ama, superbe cortigiane, Trovasse in voi punto di cortesia, Discretion ne la bocca et ne le mane, Et stimare colui che vi disia, Con dir il vero anchuo, come domane, Et non follate e soie tutta via, Senz'essergli ricchiesto, ei vi darebbe L'anima e 'l core, e poco gli parrebbe.
Saria pur gran piacere à dir': Io amo Una donna ch'accetto ha'l mio servire, La qual vien sempre à me quand'io la chiamo, Ne mi vol ingannar ne far fallire, Et senza lite ognihor d'accordo siamo. S'io le do, piglia, et non ardisce à dire: Dammi, fammi, se non ti faccio e dico, Ne à la taglia mi pon, come nimico.
Saria ben spilorcio e ben furfante, Un che la sua morosa ognihor chiavasse, E 'l suo bisogno vedendol' inante, Come la vita sua non l'aiutasse. Ma gliè 'l bordel quest'esser vostro amante, Et credo, se 'l thesoro un di v'amasse, Fallirebbe de l'altro, com'ha fatto Per girvi dietro al cul questo e quel matto.
Un giunge in casa de la sua Signora, Et giunto à pena, vien via la massara Pe i soldi, pel savon; poi esce fuora La madre, che par proprio il cento para; E tanto soia te la traditora, Ch'uscir bisogna di natura avara. Eccoti adosso al fin la Diva corsa, Che bascia te, per basciar poi la borsa.
Cuor mio, pare mio, vecchietto mio, Se mi vuoi ben, comprami trenta braccia Di raso, o d'ormesin, c'hoggi 'l vogli' io. Ti bascia gliocchi, la bocca e la faccia, Tal che vi scapperia Domenedio; Ne giova à te che tu 'l cattivo faccia, Perche 'l cotal, che ti si rizza, vole Che le paghi co i fatti le parole.
Et mentre ti svaleggia e à sacco mette: Vien (dice) à dormir meco, e verrai presto; Et per la propria sera ti promette; Et tu, coglion, corri à mandarle il cesto. Compri in persona mille novellette, Che ti par che 'l tuo honor ricchieda questo, Et quel c'hai tu comprato, un'altro cena: Tu stai di fuor, rodendo la catena.
Spassegiato quattr'hore pien di stizza, Tosto corri à vestirti à la foresta. Esci di casa, et vuoi la slandra chizza Scannar, brusciar, con ira et con tempesta. Intanto il tabernacol ti si rizza, Et à subbiar torni, et fai la voce mesta. La massara al balcon dice: Messere, State un poco, e lasciatevi vedere.
In questo mezzo il martel, che lavora, T'apre la borsa, et volano i presenti, E al fin resti à dormir con la Signora, Che ti squinterna mille sacramenti Che non puote cenar con teco allhora; Et tu dici fra te: Porca, tu menti. Se Christo vuol ch'io mi snamori mai, Com'un'huom s'assassina vederai.
La mattina ti lievi et mandi il fante Per la tua vesta, et lasci in casa à lei Da stravestir i drappi, e la furfante Rubba ogni cosa con mani e co i piei. Mandi per essi, et datti lunghe tante, Che bestemiando e ringratiando i Dei, È forza che mai piu non glie le chieggia, Ma che de gli altri ti faccia et proveggia.
Una scuffia che lasci de la notte Piu non si vede et piu non si ritrova. Una camiscia tua de le piu rotte Ti toglie, come fusse bella e nova. Et per Dio! che ne i boschi et ne le grotte Dove che i malandrin fanno lor prova, Con l'oro in man con piu sicurta vassi, Che fra queste puttane, ohime! non fassi.
Al fin gliarlassi et i danar mancati, Et il tempo perduto e 'l dishonore, E 'l viver sempre mai da disperati, La ragion, l'ira, e 'l dispetto, e 'l dolore, Con quel rancor che si sfratano i frati, Esci di man del vil asino Amore, Et la mente spezzata fatta sana, Corri à furor contra la tua puttana.
Le togli cariuol, casse, e spalliere, Perche le comperaro i tuoi danari. Le sfreggi 'l volto bene et volentiere, E 'l trentun le fai dar fin da i beccari, Con bastonate et staffilate fiere, A manu propria da i fachin preclari, À le massare, à la ruffiana madre, Con rise al cielo spensierate e ladre.
Cose ordinarie son le romancine. Cosi le porte tutte impegolate. Le vostre benemerite ruine Son gliamici perduti, o sciagurate O poverette, o mendiche, o meschine, O ladre, o brutte, o ghiotte, o scelerate; Credete hor al Venier: mutate vita, Se non il ponte à star seco v'invita.
Ma io son pazzo ad esortarvi, e dire Che diventiate gentili e divine. Puttane, ho detto mal, vommi ridire: Siate piu ladre, ribalde, assassine; Non vi restate à rubbar et tradire Senza misericordia et senza fine, Perche non c'è altro rimedio e via À cavarci del capo la pazzia.
S'elle fusser da bene, com'ho detto, Da l'altro di n'andremmo à l'hospedale. Ognun si caverebbe il cor del petto, Se vivessin le vacche à la reale. Il farci ognhor morire di dispetto, Et il trattarci ognhor peggio che male, Et il farci fallire à grand'honore, Ci cava al fin del cul Madonna e Amore.
Rubbate pur à due mani et à ognuno; Accumulate pur gioie e catene, Che la vecchiezza vi riduce in uno Tutto quel che pompose hora vi tiene, Et peggio anchor l'ingordo et importuno Mal francioso, ch'un tempo v'intertiene, Vi rubba in otto di quel che furate Ne la vostra fottuta e verde etate.
Ma e saria un piacer di paradiso, Se 'l mal francese, ch'altro, è che la tossa, La robba sol vi mangiasse improviso. Il caso è che vi mangia i nervi e l'ossa, Et poi le man, gliorecchi, gliocchi e 'l viso Vi mangia, e 'l cor, e v'invita à la fossa, Che cosi vuole Iddio, che 'l tempo aspetta, Per far de i matti amorosi vendetta.
Si che, Zaffetta mia, vivi à l'antica, Cosi come sei vissa, o vivi peggio. Cosi tu, porca Errante, mia nimica, Et voi, altre puttane, perch'io veggio Ch'à uscirvi di man saria fatica, Se voi sedeste in puttanesco seggio Con le virtu c'ho sopra detto tante, E usque a morte ognun vi saria amante.
Una fra mille millanta migliara Di puttane viventi à nostre spese Ho conosciuta bella, buona e cara, Et da bene al possibile e cortese, Che Giacoma chiamossi da Ferrara, O vogliam dir Giacoma Ferrarese, Che per esser da bene, e bella, e buona, In questi giorni s'è morta in persona.
Altro non ho da dir ch'io mi ricordi, Se non ch'ognun tien lega di cicale, E 'l mondo seria stanza da balordi, Se non fusse lo spasso del dir male, Il mangiar la luganega co i tordi, Con gliaranci, col pevere e col sale. Cosi il dir mal al gusto human non spiace. Datevi adunque, Angela diva, pace.
Se 'l Re, se 'l Pappa, e se l'Imperatore Sopportan che gli sia detto coglioni, Del mio burlar non pigliate dolore; Et se 'l pigliate pur, Dio ve 'l perdoni. Anch'io vo la mia parte de l'honore. Son gentilhuomo atto à donarvi doni. Venni, et subbiai per farvi riverenza, Ma dal balcon mi fu data licenza.
La nostra Signoria con gratia degna, E 'l Prencipe ciascun, che parlar vede, Ode con gratia et con humilta degna, Et grand'è pur la Venetiana sede. Ma vostra altezza, per portar l'insegna De le puttane, esser maggiori si crede Che non è di San Marco il campanile; Pero dato vi fu il trentun gentile.
IL FINE.
LA
ZAFFETTA
Poich'ogni bestia in volgare e in latino, Con giuditio di pecora ignorante, Ciancia che il famosissimo Aretino Habbi composta la Puttana Errante, Per mentirli dov'entra il pane e 'l vino, E per chiarir che un furfante è furfante, Vengo a cantar si come la Zaffetta Ne l'utriusque in Chioggia hebbe la stretta.
Che bisogna stupir, ò goffi, s'io Hò in un tratto lo stil fatto famoso? Un Aretin, mezz'huomo e mezzo Dio, Mi presta il favor suo miracoloso. Chi vuol in ciel balzar per chiamar Clio, Vuol guarir in un dì dal mal francioso. Invochi l'Aretin, vero profeta, Chi si vuol far, come son io, poeta.
Non v'arrossite, bufalacci buoi, A dir che il mastro di color che sanno, Spenda a mio nome gl'alti studij suoi, Come i pedanti a suoi scolari fanno? Può far San Pier che non vi sia fra voi Plebei tanto d'ingegno col malanno, Che discerna l'urina da l'inchiostro, E 'l priapesco uccel dal pater nostro?
Se l'Aretin la mia Puttana havesse Composto, come dite, babuassi, Credete voi ch'altro suon non tenesse, Altri soprani et altri contrabassi? Le rime sue parrebbono papesse, Et i suoi versi parrebbon papassi; E poi Pietro, al mio dir ferma colonna, Mai non hà visto camiscia di donna.
Ma dir potrete: Ei t'ha fors'aiutato A finir l'opra, acciò riesca eterna. Dico di nò, perch'io non son sfacciato, Com'è il ladron prosuntuoso Berna, Che per haver l'Orlando sconcacato Con rimaccie da banche e da taverna, Il nome suo c'hà scarpellato sopra, Come se del furfante fusse l'opra.
Ma torniam'a l'Errante e a le cicale, Che in giudicar si menano l'agresto, Et hanno nel cervello manco sale Che non hà d'un infermo il pollo pesto Io l'ho fatt'io col proprio naturale, Et acciò vi chiarite presto presto, Non havendo per hor'altra facenda, De la Zaffetta canto la leggenda.
Per due raggion, Zaffetta, in stil divino Vengo a cantar l'historia de' tuoi fatti: Una per dimostrar che l'Aretino I versi de l'Errante non m'hà fatti; L'altra, che in far piacer son si latino, Ch'è forza contentar parecchi matti, Che m'astringono a dire in nova foggia Di quel Trent'un che ti fu fatto in Chioggia.
Dio sà, Signora, se mi dolse e duole Il Trent'un vostro, perche v'amo e adoro. Ma chi manca a gl'amici di parole, Manco gli prestaria gli scudi d'oro. Voi pur sapete s'un chiavar vi vuole, Ch'ei pur vi chiava e nel fesso e nel foro. Dunque che poss'io far, se vuole ogn'uno Ch'io canti la novella del Trent'uno?
Angela mia, dovete ben sapere Ch'ogni Diva hà il Trent'un el mal francese, O tardi, o presto, ad ogni modo havere, Che 'l veggia el sappia ogn'un chiaro e palese. Circa al Trent'un, con poco dispiacere Sete uscita d'affanni a vostre spese. Hor venghin via le bolle, accioche vuoi Non stiate più in pensier, co i fatti suoi.