Stories from the Italian Poets: with Lives of the Writers, Volume 2
Chapter 25
Spenser, among the other obligations which it delighted him to owe to this part of Tasso's poem, has translated these last twelve lines:
"With that the other likewise up arose, And her fair locks, which formerly were bound Up in one knot, she low adown did loose, Which, flowing long and thick, her cloth'd around, And th' ivory in golden mantle gown'd: So that fair spectacle from him was reft; Yet that which reft it, no less fair was found. So hid in locks and waves from looker's theft, Nought but her lovely face she for his looking left.
Withal she laughèd, and she blush'd withal; That blushing to her laughter gave more grace, And laughter to her blushing." Fairy Queen, book ii. canto 12, St. 67.
Tasso's translator, Fairfax, worthy both of his original and of Spenser, has had the latter before him in his version of the passage, not without a charming addition of his own at the close of the first stanza:
"And her fair locks, that in a knot were tied High on her crown, she 'gan at large unfold; Which falling long and thick, and spreading wide, The ivory soft and white mantled in gold: Thus her fair skin the dame would clothe and hide; And that which hid it, no less fair was hold. Thus clad in waves and locks, her eyes divine From them ashamed would she turn and twine.
Withal she smilèd, and she blush'd withal; Her blush her smiling, smiles her blushing graced."]
[Footnote 9:
"E quel che 'l bello e 'l caro accresce a l'opre, L'arte, the tutto fa, nulla si scopre.
Stimi (si misto il culto è col negletto) Sol naturali e gli ornamenti e i siti. Di natura arte par, the per diletto L'imitatrice sua scherzando imiti."
The idea of Nature imitating Art, and playfully imitating her, is in Ovid; but that of a mixture of cultivation and wildness is, as far as I am aware, Tasso's own. It gives him the honour of having been the first to suggest the picturesque principle of modern gardening; as I ought to have remembered, when assigning it to Spenser in a late publication (_Imagination and Fancy, p. 109_). I should have noticed also, in the same work, the obligations of Spenser to the Italian poet for the passage before quoted about the nymph in the water.]
[Footnote 10:
"Par che la dura quercia e 'l casto alloro, E tutta la frondosa ampia famiglia, Par the la terra e l'acqua e formi e spiri Dolcissimi d'amor sensi e sospiri." St. 16.
Fairfax in this passage is very graceful and happy (in the first part of his stanza he is speaking of a bird that sings with a human voice--which I have omitted):
"She ceased: and as approving all she spoke, The choir of birds their heavenly tunes renew; The turtles sigh'd, and sighs with kisses broke; The fowls to shades unseen by pairs withdrew; It seem'd the laurel chaste and stubborn oak, And all the gentle trees on earth that grew, It seem'd the land, the sea, and heaven above, All breath'd out fancy sweet, and sigh'd out love."]
[Footnote 11:
"Ecco tra fronde e fronde il guardo avante Penetra, e vede, o pargli di vedere, Vede per certo," &c. St. 17.]
[Footnote 12: The line about the peacock,
"Spiega la pompa de l'occhiute piume," Opens wide the pomp of his eyed plumes,
was such a favourite with Tasso, that he has repeated it from the _Aminta_, and (I think) in some other place, but I cannot call it to mind.]
[Footnote 13:
"Teneri sdegni, e placide e tranquille Repulse, e cari vezzi, e liete paci, Sorrisi, e parolette, e dolci stille Di pianto, e sospir' tronchi, e molli baci." St. 5
This is the cestus in Homer, which Venus lends to Juno for the purpose of enchanting Jupiter
Greek: N kai apo staethesphin elusato keston himanta Poikilon' entha de ohi thelktaeria panta tetukto' Enth' heni men philotaes, en d' himeras, en d' oaristus, Parphasis, hae t' eklepse noon puka per phroneonton.]
Iliad, lib. xiv. 214.
She said; and from her balmy bosom loosed The girdle that contained all temptinguess-- Love, and desire, and sweet and secret talk Lavish, which robs the wisest of their wits.]
APPENDIX
* * * * *
No. I.
THE DEATH OF AGRICAN.
BOIARDO.
Orlando ed Agricane un' altra fiata Ripreso insieme avean crudel battaglia, La più terribil mai non fu mirata, L'arme l'un l'altro a pezzo a pezzo taglia. Vede Agrican sua gente sbarattata, Nè le può dar aiuto, che le vaglia. Però che Orlando tanto stretto il tiene, Che star con seco a fronte gli conviene.
Nel suo segreto fè questo pensiero, Trar fuor di schiera quel Conte gagliardo; E poi Che ucciso l'abbia in su 'l sentiero, Tornare a la battaglia senza tardo; Però che a lui par facile e leggiero Cacciar soletto quel popol codardo; Chè tutti insieme, e 'l suo Re Galafrone, Non li stimava quanto un vil bottone.
Con tal proposto si pone a fuggire, Forte correndo sopra la pianura; Il Conte nulla pensa a quel fallire, Anzi crede che 'l faccia per paura. Senz' altro dubbio se 'l pone a seguire, E già son giunti ad una selva scura Appunto in mezzo a quella selva piana, Era un bel prato intorno a una fontana.
Fermossi ivi Agricane a quella fonte, E smontò de l'arcion per riposare, Ma non si tolse l'elmo da la fronte, Nè piastra, o scudo si volse levare; E poco dimorò, che giunse 'l Conte, E come il vide a la fonte aspettare, Dissegli: Cavalier, tu sei fuggito, E sì forte mostravi e tanto ardito!
Come tanta vergogna puoi soffrire, A dar le spalle ad un sol cavaliero! Forse credesti la morte fuggire, Or vedi che fallito hai il pensiero; Chi morir può onorato dee morire; Che spesse volte avviene e di leggiero, Che, per durar in questa vita trista, Morte e vergogna ad un tratto s'acquista.
Agrican prima rimontò in arcione, Poi con voce soave rispondia Tu sei per certo il più franco Barone, Ch'io mai trovassi ne la vita mia, E però del tuo scampo fia cagione La tua prodezza e quella cortesia, Che oggi sì grande al campo usato m'hai, Quando soccorso a mia gente donai.
Però ti voglio la vita lasciare, Ma non tornasti più per darmi inciampo. Questo la fuga mi fè simulare, Nè v'ebbi altro partito a darti scampo. Se pur ti piace meco battagliare, Morto ne rimarrai su questo campo; Ma siami testimonio il cielo e 'l sole, Che darti morte mi dispiace e duole.
Il Conte gli rispose molto umano, Perchè avea preso già di lui pietate; Quanto sei, disse, più franco e soprano, Più di te mi rincresce in veritate, Che sarai morto, e non sei Cristiano, Ed anderai tra l'anime dannate; Ma se vuoi il corpo e l'anima salvare, Piglia battesmo, e lascierotti andare.
Disse Agricane, e riguardollo in viso: Se tu sei Cristiano, Orlando sei. Chi mi facesse Re del Paradiso, Con tal ventura non la cangierei; Ma sin or ti ricordo e dotti avviso, Che non mi parli de' fatti de' Dei, Perchè potresti predicar invano; Difenda it suo ciascun co 'l brando in mano.
Nè più parole; ma trasse Tranchera, E verso Orlando con ardir s'affronta. Or si comincia la battaglia fiera, Con aspri colpi, di taglio e di ponta; Ciascun è di prodezza una lumiera, E sterno insieme, com'il libro conta, Da mezzo giorno insino a notte scura, Sempre più franchi a la battaglia dura.
Ma poi che 'l sol avea passato il monte E cominciossi a far il ciel stellato, Prima verso del Re parlava it Conte; Che farem, disse, the 'l giorno n'è andato? Disse Agricane, con parole pronte: Ambi ci poseremo in questo prato, E domattina, come il giorno appare, Ritorneremo insieme a battagliare.
Così d'accordo il partito si prese; Lega il destrier ciascun come gli piace, Poi sopra a l'erba verde si distese: Come fosse tra loro antica pace, L'uno a l'altro vicino era e palese. Orlando presso al fonte isteso giace, Ed Agricane al bosco più vicino Stassi colcato, a l'ombra d'un gran pino.
E ragionando insieme tutta via Di cose degne e condecenti a loro, Guardava il Conte il ciel, poscia dicia: Questo the ora veggiamo, è un bel lavoro, Che fece la divina Monarchia, La luna d'argento e le stelle d'oro, E la luce del giorno e 'l sol lucente, Dio tutto ha fatto per l'umana gente.
Disse Agricane: Io comprendo per certo, Che to vuoi de la fede ragionare; Io di nulla scienza son esperto, Nè mai sendo fanciul, volsi imparare; E ruppi il capo al maestro mio per merto; Poi non si potè un altro ritrovare, Che mi mostrasse libro, nè scrittura, Tanto ciascun avea di me paura.
E così spesi la mia fanciullezza, In caccie, in giochi d'arme e in cavalcare; Nè mi par che convenga a gentilezza, Star tutto il giorno ne' libri a pensare; Ma la forza del corpo e la destrezza Conviensi al cavaliero esercitare; Dottrina al prete, ed al dottor sta bene; Io tanto saccio quanto mi conviene.
Rispose Orlando: Io tiro teco a un seguo, Che l'armi son del'uomo il primo onore; Ma non già che 'l saper faccia un men degno, Anzi l'adorna com' un prato il fiore; Ed è simile a un bove, a un sasso, a un legno, Che non pensa a l'eterno Creatore; Nè ben si puo pensar, senza dottrina, La somma maestade, alta e divina.
Disse Agricane: Egli è gran scortesia A voler contrastar con avvantaggio. Io t' ho scoperto la natura mia, E to conosco, the sei dotto e saggio; Se più parlassi, io non risponderia; Piacendoti dormir, dormiti ad aggio; E se meco parlar hai pur diletto, D'arme o d' amor a ragionar t' aspetto.
Ora ti prego, che a quel ch' io domando Risponda il vero, a fè d' uomo pregiato; Se in se' veramente quell' Orlando, Che vien tanto nel mondo nominato; E perchè qui sei giunto, e come, e quando; E se mai fosti ancora innamorato; Perche ogni cavalier, ch'è senza amore, Se in vista è vivo, vivo senza core.
Rispose il Conte: Quell' Orlando sono, Che uccise Almonte e'l suo fratel Troiano; Amor m' ha posto tutto in abbandono, E venir fammi in questo luogo strano. E perchè teco piu largo ragiono, Voglio the sappi che 'l mio cor è in mano De la figliuola del Re Galafrone, Che ad Albracca dimora nel girone.
Tu fai co 'l padre guerra a gran furore, Per prender suo paese e sua castella; Ed io quà son condotto per amore, E per piacer a quella damisella; Molte fiate son stato per onore E per la fede mia sopra la sella; Or sol per acquistar la bella dama Faccio battaglia, e d'altro non ho brama.
Quando Agrican ha nel parlare accolto, Che questo è Orlando, ed Angelica amava, Fuor di misura si turbò nel volto, Ma per la notte non lo dimostrava; Piangeva sospirando come un stolto, L'anima e 'l petto e 'l spirto gli avvampava, E tanto gelosia gli batte il core, Che non è vivo, e di doglia non more.
Poi disse a Orlando: Tu debbi pensare, Che come il giorno sarà dimostrato, Debbiamo insieme la battaglia fare, E l'uno o l'altro rimarrà su 'l prato. Or d'una cosa ti voglio pregare, Che, prima che vegnamo e cotal piato, Quella donzella, che 'l tuo cor disia, Tu l'abbandoni e lascila per mia.
Io non potria patire, essendo vivo, Che altri con meco amasse il viso adorno: O l'uno o l'altro al tutto sarà privo Del spirto e de la dama al novo giorno; Altri mai non saprà, che questo rivo E questo bosco, ch'è quivi d'intorno, Che l'abbi rifiutata in cotal loco E in cotal tempo, che sarà sì poco.
Diceva Orlando al Re: Le mie promesse Tutte ho servate, quante mai ne fei; Ma se quel che or mi chiedi io promettesse E s'io il giurassi, io non l'attenderei; Così poria spiccar mie membra istesse E levarmi di fronte gli occhi miei, E viver senza spirto e senza core, Come lasciar d' Angelica l'amore.
Il Re Agrican, che ardeva oltre misura, Non puote tal risposta comportare; Benchè sia 'l mezzo de la notte scura, Prese Bajardo e su v' ebbe a montare, Ed orgoglioso, con vista sicura, Isgrida al Conte, ed ebbel a sfidare, Dicendo: Cavalier, la dama gaglia Lasciar convienti, o far meco battaglia.
Era già il Conte in su l' arcion salito, Perchè, come si mosse il Re possente, Temendo dal Pagan esser tradito, Saltò sopra 'l destrier subitamente; Onde rispose con animo ardito: Lasciar colei non posso per niente; E s'io potess, ancora io non vorria; Avertela convien per altra via.
Come in mar la tempesta a gran fortuna, Cominciarno l' assalto i cavalieri Nel verde prato, per la notte bruna, Con sproni urtarno addosso i buon destrieri; E si scorgeano al lume de la luna, Dandosi colpi dispietati e fieri, Ch' era ciascun difor forte ed ardito Ma più non dico; il Canto è quì finito.
ARIOSTO.
Seguon gli Scotti ove la guida loro Per l'alta selva alto disdegno mena, Poi che lasciato ha l'uno e l'altro Moro, L'un morto in tutto, e l'altro vivo a pena. Giacque gran pezzo il giovine Medoro, Spicciando il sangue da sì larga vena, Che di sua vita al fin saria venuto, Se non sopravenia chi gli diè aiuto.
Gli sopravenne a caso una donzella, Avvolta in pastorale et umil veste, Ma di real presenzia, e in viso bella, D'alte maniere e accortamente oneste. Tanto è ch'io non ne dissi più novella, Ch'a pena riconoscer la dovreste; Questa, se non sapete, Angelica era, Del gran Can del Catai la figlia altiera.
Poi che 'l suo annello Angelica riebbe, Di the Brunel l'avea tenuta priva, In tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe, Ch'esser parea di tutto 'l mondo schiva: Se ne va sola, e non si degnerebbe Compagno aver qual più famoso viva; Si sdegna a rimembrar the già suo amante Abbia Orlando nomato, o Sacripante.
E, sopra ogn'altro error, via più pentita Era del ben che già a Rinaldo volse. Troppo parendole essersi avvilita, Ch'a riguardar sì basso gli occhi volse. Tant'arroganzia avendo Amor sentita, Più lungamente comportar non volse. Dove giacea Medor, si pose al varco, E l'aspettò, posto lo strale all'arco.
Quando Angelica vide il giovinetto Languir ferito, assai vicino a morte, Che del suo Re che giacea senza tetto, Più che del proprio mal, si dolea forte, Insolita pietade in mezo al petto Si sentì entrar per disusate porte, Che le fe' il duro cor tenero e molle; E più quando il suo caso egli narrolle.
E rivocando alla memoria l'arte Ch'in India imparò già chirurgia, (Chè par che questo studio in quella parte Nobile e degno e di gran laude sia; E, senza molto rivoltar di carte, Che 'l patre a i figli ereditario il dia) Si dispose operar con succo d'erbe, Ch'a più matura vita lo riserbe.
E ricordossi che passando avea Veduta un'erba in una piaggia amena; Fosse dittamo, o fosse panacea, O non so qual di tal effetto piena, Che stagna il sangue, e de la piaga rea Leva ogni spasmo e perigliosa pena, La trovò non lontana, e, quella côlta, Dove lasciato avea Medor, diè volta.
Nel ritornar s'incontra in un pastore, Ch'a cavallo pel bosco ne veniva Cercando una iuvenca, che gli fuore Duo dì di mandra e senza guardia giva. Seco lo trasse ove perdea il vigore Medor col sangue che del petto usciva; E già n'avea di tanto il terren tinto, Ch'era omai presso a rimanere estinto.
Del palafreno Angelica giù scese, E scendere il pastor seco fece anche. Pestò con sassi l'erba, indi la presse, E succo ne cavò fra le man bianche: Ne la piaga n'infuse, e ne distese E pel petto e pel ventre e fin a l'anche; E fu di tal virtù questo liquore, Che stagnò il sangue e gli tornò il vigore:
E gli diè forza, che poté salire Sopra il cavallo the 'l pastor condusse. Non però volse indi Medor partire Prima ch'in terra il suo signor non fosse, E Cloridan col Re fe' sepelire; E poi dove a lei piacque si ridusse; Et ella per pietà ne l'umil case Del cortese pastor seco rimase.
Nè, fin che nol tornasse in sanitade, Volea partir: così di lui fe' stima: Tanto sè intenerì de la pietade Che n'ebbe, come in terra il vide prima. Poi, vistone i costumi e la beltade, Roder si sentì il cor d'ascosa lima; Roder si sentì il core, e a poco a poco Tutto infiammato d'amoroso fuoco.
Stava il pastore in assai buona e bella Stanza, nel bosco infra duo monti piatta, Con la moglie e co i figli; et avea quella Tutta di nuovo e poco inanzi fatta. Quivi a Medoro fu per la donzella La piaga in breve a sanità ritratta; Ma in minor tempo si sentì maggiore Piaga di questa avere ella nel core.
Assai più larga piaga e più profonda Nel cor senti da non veduto strale, Che da' begli occhi e da la testa bionda Di Medoro avventè l'arcier c'ha l'ale. Arder si sente, e sempre il fuoco abonda, E più cura l'altrui che 'l proprio male. Di sè non cura; e non è ad altro intenta, Ch'a risanar chi lei fere e tormenta.
La sua piaga più s'apre e più incrudisce, Quanto piu l' altra si restringe e salda. Il giovine si sana: ella languisce Di nuova febbre, or agghiacciata or calda. Di giorno in giorno in lui beltà fiorisce: La mísera si strugge, come falda Strugger di nieve intempestiva suole, Ch'in loco aprico abbia scoperta il sole.
Se di disio non vuol morir, bisogna Che senza indugio ella sè stessa aïti: E ben le par che, di quel ch' essa agogna, Non sia tempo aspettar ch' altri la 'nviti. Dunque, rotto ogni freno di vergogna, La lingua ebbe non men che gli occhi arditi; E di quel colpo domandò mercede, Che, forse non sapendo, esso le diede.
O Conte Orlando, o Re di Circassia, Vestra inclita virtù, dite, che giova? Vostro alto onor, dite, in che prezzo sia? O che merce vostro servir ritruova? Mostratemi una sola cortesia, Che mai costei v'usasse, o vecchia o nuova, Per ricompensa e guidardone e merto Di quanto avete già per lei sofferto.
Oh, se potessi ritornar mai vivo, Quanto ti parria duro, o Re Agricane! Che già mostrò costei sì averti a schivo Con repulse crudeli et inumane. O Ferraù, o mille altri ch'io non scrivo, Ch'avete fatto mille pruove vane Per questa ingrata, quanto aspro vi fora S'a costu' in braccio voi la vedesse ora!
Angelica a Medor la prima rôsa Coglier lasciò, non ancor tocca inante; Nè persona fu mai si avventurosa, Ch'in quel giardin potesse por le piante. Per adombrar, per onestar la cosa, Si celebrò con cerimonie sante Il matrimonio, ch'auspice ebbe Amore, E pronuba la moglie del pastore.
Fêrsi le nozze sotto all'umil tetto Le più solenni che vi potean farsi; E più d'un mese poi stero a diletto I duo tranquilli amanti a ricrearsi. Più lunge non vedea del giovinetto La donna, nè di lui potea saziarsi: Nè, per mai sempre pendegli dal cello, Il suo disir sentìa di lui satollo.
Se stava all'ombra, o se del tetto usciva, Avea dì e notte il bel giovine a lato: Matino e sera or questa or quella riva Cercando andava, o qualche verde prato: Nel mezo giorno un antro li copriva, Forse non men di quel commodo e grato Ch'ebber, fuggendo l'acque, Enea e Dido, De' lor secreti testimonio fido.
Fra piacer tanti, ovunque un arbor dritto Vedesse ombrare o fonte o rivo puro, V'avea spillo o coltel subito fitto; Così, se v'era alcun sasso men duro. Et era fuori in mille luoghi scritto, E così in casa in altri tanti il muro, Angelica e Medoro, in varii modi Legati insieme di diversi nodi.
Poi che le parve aver fatto soggiorno Quivi più ch'a bastanza, fe' disegno Di fare in India del Catai ritorno, E Medor coronar del suo bel regno. Portava al braccio un cerchio d'oro, adorno Di ricche gemme, in testimonio e segno Del ben che 'l Conte Orlando le volea; E portato gran tempo ve l'avea.
Quel dono già Morgana a Ziliante, Nel tempo the nel lago ascoso il tenne; Et esso, poi ch'al padre Monodante Per opra e per virtù d'Orlando venne, Lo diede a Orlando: Orlando ch'era amante, Di porsi al braccio it cerchio d'or sostenne, Avendo disegnato di donarlo Alla Regina sua di ch'io vi parlo.
Non per amor del Paladino, quanto Perch'era ricco e d'artificio egregio, Caro avuto l'avea la donna tanto Che più non si può aver cosa di pregio. Sè lo serbò ne l'Isola del pianto, Non so già dirvi con the privilegio, Là dove esposta al marin mostro nuda Fu da la gente inospitale e cruda.
Quivi non si trovando altra mercede, Ch'al buon pastore et alla moglie dessi, Che serviti gli avea con sì gran fede Dal dì che nel suo albergo si fur messi; Levò dal braccio il cerchio, e gli lo diede, E volse per suo amor che lo tenessi; Indi saliron verso la montagna Che divide la Francia da la Spagna.
Dentro a Valenza o dentro a Barcellona Per qualche giorno avean pensato porsi, Fin che accadesse alcuna nave buona, Che per Levante apparecchiasse a sciorsi. Videro il mar scoprir sotto a Girona Ne lo smontar giù de i montani dorsi; E, costeggiando a man sinistra il lito, A Barcellona andâr pel camin trito.
Ma non vi giunser prima ch'un uom pazzo Giacer trovaro in su l'estreme arene, Che, come porco, di loto e di guazzo Tutto era brutto, e volto e petto e schene. Costui si scagliò lor, come cagnazzo Ch' assalir forestier subito viene; E diè for noia e fu per far lor scorno.
* * * * *
The troop then follow'd where their chief had gone, Pursuing his stern chase among the trees, And leave the two companions there alone, One surely dead, the other scarcely less. Long time Medoro lay without a groan, Losing his blood in such large quantities, That life would surely have gone out at last, Had not a helping hand been coming past.
There came, by chance, a damsel passing there, Dress'd like a shepherdess in lowly wise, But of a royal presence, and an air Noble as handsome, with clear maiden eyes. 'Tis so long since I told you news of her, Perhaps you know her not in this disguise. This, you must know then, was Angelica, Proud daughter of the Khan of great Cathay.
You know the magic ring and her distress? Well, when she had recover'd this same ring, It so increas'd her pride and haughtiness, She seem'd too high for any living thing. She goes alone, desiring nothing less Than a companion, even though a king She even scorns to recollect the flame Of one Orlando, or his very name.
But, above all, she hates to recollect That she had taken to Rinaldo so; She thinks it the last want of self-respect, Pure degradation, to have look'd so low. "Such arrogance," said Cupid, "must be check'd." The little god betook him with his bow To where Medoro lay; and, standing by, Held the shaft ready with a lurking eye.
Now when the princess saw the youth all pale, And found him grieving with his bitter wound, Not for what one so young might well bewail, But that his king should not be laid in ground,-- She felt a something strange and gentle steal Into her heart by some new way it found, Which touch'd its hardness, and turn'd all to grace; And more so, when he told her all his case.
And calling to her mind the little arts Of healing, which she learnt in India, (For 'twas a study valued in those parts Even by those who were in sovereign sway, And yet so easy too, that, like the heart's, 'Twas more inherited than learnt, they say), She cast about, with herbs and balmy juices, To save so fair a life for all its uses.
And thinking of an herb that caught her eye As she was coming, in a pleasant plain (Whether 'twas panacea, dittany, Or some such herb accounted sovereign For stanching blood quickly and tenderly, And winning out all spasm and bad pain), She found it not far off, and gathering some, Returned with it to save Medoro's bloom.
In coming back she met upon the way A shepherd, who was riding through the wood To find a heifer that had gone astray, And been two days about the solitude. She took him with her where Medoro lay, Still feebler than he was with loss of blood; So much he lost, and drew so hard a breath, That he was now fast fading to his death.
Angelica got off her horse in haste, And made the shepherd get as fast from his; She ground the herbs with stones, and then express'd With her white hands the balmy milkiness; Then dropp'd it in the wound, and bath'd his breast, His stomach, feet, and all that was amiss And of such virtue was it, that at length The blood was stopp'd, and he look'd round with strength.
At last he got upon the shepherd's horse, But would not quit the place till he had seen Laid in the ground his lord and master's corse; And Cloridan lay with it, who had been Smitten so fatally with sweet remorse. He then obey'd the will of the fair queen; And she, for very pity of his lot, Went and stay'd with him at the shepherd's cot.
Nor would she leave him, she esteem'd him so, Till she had seen him well with her own eye; So full of pity did her bosom grow, Since first she saw him faint and like to die. Seeing his manners now, and beauty too, She felt her heart yearn somehow inwardly; She felt her heart yearn somehow, till at last 'Twas all on fire, and burning warm and fast.
The shepherd's home was good enough and neat, A little shady cottage in a dell The man had just rebuilt it all complete, With room to spare, in case more births befell. There with such knowledge did the lady treat Her handsome patient, that he soon grew well; But not before she had, on her own part, A secret wound much greater in her heart.
Much greater was the wound, and deeper far, Which the sweet arrow made in her heart's strings; 'Twas from Medoro's lovely eyes and hair; 'Twas from the naked archer with the wings. She feels it now; she feels, and yet can bear Another's less than her own sufferings. She thinks not of herself: she thinks alone How to cure him by whom she is undone.
The more his wound recovers and gets ease, Her own grows worse, and widens day by day. The youth gets well; the lady languishes, Now warm, now cold, as fitful fevers play. His beauty heightens, like the flowering trees; She, miserable creature, melts away Like the weak snow, which some warm sun has found Fall'n, out of season, on a rising ground.
And must she speak at last, rather than die? And must she plead, without another's aid? She must, she must: the vital moments fly She lives--she dies, a passion-wasted maid. At length she bursts all ties of modesty: Her tongue explains her eyes; the words are said And she asks pity, underneath that blow Which he, perhaps, that gave it did not know.
O County Orlando! O King Sacripant! That fame of yours, say, what avails it ye? That lofty honour, those great deeds ye vaunt,-- Say, what's their value with the lovely she Shew me--recall to memory (for I can't)-- Shew me, I beg, one single courtesy That ever she vouchsafed ye, far or near, For all you've done and have endured for her.
And you, if you could come to life again, O Agrican, how hard 'twould seem to you, Whose love was met by nothing but disdain, And vile repulses, shocking to go through! O Ferragus! O thousands, who, in vain, Did all that loving and great hearts could do, How would ye feel, to see, with all her charms, This thankless creature in a stripling's arms?
The young Medoro had the gathering Of the world's rose, the rose untouch'd before; For never, since that garden blush'd with spring, Had human being dared to touch the door. To sanction it--to consecrate the thing-- The priest was called to read the service o'er, (For without marriage what can come but strife?) And the bride-mother was the shepherd's wife.
All was perform'd, in short, that could be so In such a place, to make the nuptials good; Nor did the happy pair think fit to go, But spent the month and more within the wood. The lady to the stripling seemed to grow. His step her step, his eyes her eyes pursued; Nor did her love lose any of its zest, Though she was always hanging on his breast.
In doors and out of doors, by night, by day, She had the charmer by her side for ever; Morning and evening they would stroll away, Now by some field or little tufted river; They chose a cave in middle of the day, Perhaps not less agreeable or clever Than Dido and Æneas found to screen them, When they had secrets to discuss between them.
And all this while there was not a smooth tree, That stood by stream or fountain with glad breath, Nor stone less hard than stones are apt to be, But they would find a knife to carve it with; And in a thousand places you might see, And on the walls about you and beneath, ANGELICA AND MEDORO, tied in one, As many ways as lovers' knots can run.
And when they thought they had outspent their time, Angelica the royal took her way, She and Medoro, to the Indian clime, To crown him king of her great realm, Cathay.[1]
[Footnote 1: This version of the present episode has appeared in print before. So has a portion of the _Monks and the Giants_, in the first volume.]
* * * * *
No. III.
THE JEALOUSY OF ORLANDO.
THE SAME.
Feron camin diverso i cavallieri, Di quà Zerbino, e di là il Conte Orlando. Prima che pigli il Conte altri sentieri, All'arbor tolse, e a sè ripose il brando; E, dove meglio col Pagan pensosse Di potersi incontrare, il destrier mosse.
Lo strano corso the tenne il cavallo Del Saracin pel bosco senza via, Fece ch'Orlando andò duo giorni in fallo, Nè lo trovò, nè potè averne spia. Giunse ad un rivo, che parea cristallo, Ne le cui sponde un bel pratel fioria, Di nativo color vago e dipinto, E di molti e belli arbori distinto.
Il merigge facea grato l'orezo Al duro armento et al pastore ignudo; Si che nè Orlando sentia alcun ribrezo, Che la corazza avea, l'elmo e lo scudo. Quivi egli entrò, per riposarsi, in mezo; E v'ebbe travaglioso albergo e crudo, E, più che dir si possa, empio soggiorno, Quell'infelice e sfortunato giorno.
Volgendosi ivi intorno, vidi scritti Molti arbuscelli in su l'ombrosa riva. Tosto the fermi v'ebbe gli occhi e fitti, Fu certo esser di man de la sua Diva. Questo era un di quei lochi già descritti, Ove sovente con Medor veniva Da casa del pastore indi vicina La bella donna del Catai Regina.
Angelica e Medor con cento nodi Legati insieme, e in cento lochi vede. Quante lettere son, tanti son chiodi Co i quali Amore il cor gli punge e fiede. Va col pensier cercando in mille modi Non creder quel ch'al suo dispetto crede: Ch'altra Angelica sia, creder si sforza, Ch'abbia scritto il suo nome in quella scorza.
Poi dice: Conosco io pur queste note; Di tal io n'he tante e vedute e lette. Finger questo Medoro ella si puote; Forse ch'a me questo cognome mette. Con tali opinion dal ver remote Usando fraude a sè medesmo, stette Ne la speranza il mal contento Orlando, Che si seppe a sè stesso ir procacciando.
Ma sempre più raccende e più rinuova, Quanto spenger più cerca, il rio sospetto; Come l'incauto augel che si ritrova In ragna o in visco aver dato di petto, Quanto più batte l'ale e più si prova Di disbrigar, più vi si lega stretto. Orlando viene ove s'incurva il monte A guisa d'arco in su la chiara fonte.
Aveano in su l'entrata il luogo adorno Coi piedi storti edere e viti erranti. Quivi soleano al più cocente giorno Stare abbracciati i duo felici amanti. V'aveano i nomi lor dentro e d'intorno Più che in altro de i luoghi circonstanti, Scritti, qual con carbone e qual con gesso, E qual con punte di coltelli impresso.
Il mesto Conte a piè quivi discese; E vide in su l'entrata de la grotta Parole assai, che di sua man distese Medoro avea, che parean scritte allotta. Del gran piacer che ne la grotta prese, Questa sentenzia in versi avea ridotta: Che fosse culta in suo linguaggio io penso; Et era ne la nostra tale in senso:
Liete piante, verdi erbe, limpide acque, Spelunca opaca e di fredde ombre grata, Dove la bella Angelica, che nacque Di Galafron, da molti in vano amata, Spesso ne le mie braccia nuda giacque; De la commodità che qui m'è data, Io povero Medor ricompensarvi D'altro non posso, che d'ognior lodarvi:
E di pregare ogni signore amante E cavallieri e damigelle, e ognuna Persona o paësana o viandante, Che quì sua volontà meni o Fortuna, Ch'all'erbe, all'ombra, all'antro, al rio, alle piante Dica: Benigno abbiate e sole e luna, E de le nimfe il coro che provveggia, Che non conduca a voi pastor mai greggia.
Era scritta in Arabico, che 'l Conte Intendea così ben, come Latino. Fra molte lingue e molte ch'avea pronte Prontissima avea quella il Paladino E gli schivò più volte e danni et onte, Che si trovò tra il popul Saracino. Ma non si vanti, se già n'ebbe frutto; Ch'un danno or n'ha, che può scontargli il tutto.
Tre volte, e quattro, e sei, lesse lo scritto Quello infelice, e pur cercando in vano Che non vi fosse quel che v'era scritto; E sempre lo vedea più chiaro e piano; Et ogni volta in mezo il petto afflitto Stringersi il cor sentia con fredda mano. Rimase il fin con gli occhi e con la mente Fissi nel sasso, al sasso indifferente.
Fu allora per uscir del sentimento; Sì tutto in preda del dolor si lassa. Credete a chi n'ha fatto esperimento, Che questo è 'l duol che tutti gli altri passa. Caduto gli era sopra il petto il mento, La fronte priva di baldanza, e bassa; Nè potè aver (che 'l duol l'occupò tanto) Alle querele voce, o umore al pianto.
L'impetuosa doglia entro rimase, Che volea tutta uscir con troppa fretta. Così veggian restar l'acqua nel vase, Che largo il ventre e la bocca abbia stretta; Chè, nel voltar che si fa in su la base, L'umor, che vorria uscir, tanto s'affretta, E ne l'angusta via tanto s'intrica, Ch'a goccia a goccia fuore esce a fatica.
Poi ritorna in sè alquanto, e pensa come Possa esser che non sia la cosa vera: Che voglia alcun così infamare il nome De la sua donna e crede e brama e spera, O gravar lui d'insopportabil some Tanto di gelosia, che sè ne pera; Et abbia quel, sia chi si voglia stato, Molto la man di lei bene imitato.
In così poca, in così debol speme Sveglia gli spirti, e gli rifranca un poco; Indi al suo Brigliadoro il dosso preme, Dando già il sole alla sorella loco. Non molto va, che da le vie supreme De i tetti uscir vede il vapor del fuoco, Sente cani abbaiar, muggiare armento; Viene alla villa, e piglia alloggiamento.
Languido smonta, e lascia Brigliadoro A un discreto garzon che n'abbia cura. Altri il disarma, altri gli sproni d'oro Gli leva, altri a forbir va l'armatura. Era questa la casa ove Medoro Giacque ferito, e v'ebbe alta avventura. Corcarsi Orlando e non cenar domanda, Di dolor sazio e non d'altra vivanda.
Quanto più cerca ritrovar quiete, Tanto ritrova più travaglio e pene; Che de l'odiato scritto ogni parete, Ogni uscio, ogni finestra vede piena. Chieder ne vuol: poi tien le labra chete; Chè teme non si far troppo serena, Troppo chiara la cosa, che di nebbia Cerca offuscar, perchè men nuocer debbia.
Poco gli giova usar fraude a sè stesso; Chè senza domandarne è chi ne parla. Il pastor, che lo vede così oppresso Da sua tristrizia, e che vorria levarla, L'istoria nota a sè the dicea spesso Di quei duo amanti a chi volea ascoltarla, Ch'a molti dilettevole fu a udire, Gl'incominciò senza rispetto a dire:
Come esso a prieghi d'Angelica bella, Portato avea Medoro alla sua villa; Ch'era ferito gravemente, e ch'ella Curò la piaga, e in pochi dì guarilla; Ma che nel cor d'una maggior di quella Lei ferì amor: e di poca scintilla L'accese tanto e sì cocente fuoco, Che n'ardea tutta, e non trovava loco.
E, sanza aver rispetto ch'ella fosse Figlia del maggior Re ch'abbia il Levante, Da troppo amor constretta si condusse A farsi moglie d'un povero fante. All'ultimo l'istoria si ridusse, Che 'l pastor fe' portar la gemma inante, Ch'alla sua dipartenza, per mercede Del buono albergo, Angelica gli diede.
Questa conclusion fu la secure Che 'l capo a un colpo gli levò dal collo, Poi che d'innumerabil battiture Si vide il manigoldo Amor satollo. Celar si studia Orlando il duolo; e pure Quel gli fa forza, e male asconder puollo; Per lacrime e suspir da bocca e d'occhi Convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.
Poi ch'allagare il freno al dolor puote (Che resta solo, e senza altrui rispetto), Giù da gli occhi rigando per le gote Sparge un fiume di lacrime su 'l petto: Sospira e geme, e va con spesse ruote Di qua di là tutto cercando il letto; E più duro ch'un sasso, e più pungente Che se fosse d'urtica, sè lo sente.
In tanto aspro travaglio gli soccorre, Che nel medesmo letto in che giaceva L'ingrata donna venutasi a porre Col suo drudo più volte esser doveva. Non altrimenti or quella piuma abborre Nè con minor prestezza sè ne leva, Che de l'erba il villan, che s'era messo Per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.
Quel letto, quella casa, quel pastore Immantinente in tant'odio gli casca, Che senza aspettar luna, o che l'albore Che va dinanzi al nuovo giorno, nasca, Piglia l'arme e il destriero, et esce fuore Per mezo il bosco alla più oscura frasca; E quando poi gli è avviso d'esser solo, Con gridi et urli apre le porte al duolo.
Di pianger mai, mai di gridar non resta; Nè la notte nè 'l dì si dà mai pace; Fugge cittadi e borghi, e alla foresta Su 'l terren duro al discoperto giace. Di sè si maraviglia ch'abbia in testa Una fontana d'acqua sì vivace, E come sospirar possa mai tanto; E spesso dice a sè così nel pianto:
Queste non son più lacrime, che fuore Stillo da gli occhi con sì larga vena. Non suppliron le lacrime al dolore; Finîr, ch'a mezo era il dolore a pena. Dal fuoco spinto ora il vitale umore Fugge per quella via ch'a gli occhi mena; Et è quel che si versa, e trarrà insieme E 'l dolore e la vita all'ore estreme.
Questi, ch'indizio fan del mio tormento, Sospir non sono; nè i sospir son tali. Quelli han triegua talora; io mai non sento Che 'l petto mio men la sua pena esali. Amor, che m'arde il cor, fa questo vento, Mentre dibatte intorno al fuoco l'ali. Amor, con che miracolo lo fai, Che 'n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?
Non son, non sono io quel che paio in viso; Quel, ch'era Orlando, è morto, et è sotterra; La sua donna ingratissima l'ha ucciso; Si, mancando di fe, gli ha fatto guerra. Io son lo spirito suo da lui diviso, Ch'in questo inferno tormentandosi erra, Acciò con l'ombra sia, che sola avanza, Esempio a chi in amor pone speranza.
Pel bosco errò tutta la notte il Conte; E allo spuntar della diurna fiamma Lo tornò il suo destin sopra la fonte, Dove Medoro insculse l'epigramma. Veder l'ingiuria sua scritta nel monte L'accese sì, ch'in lui non restò dramma Che non fosse odio, rabbia, ira e furore; Né più indugiò, che trasse il brando fuore.
Tagliò lo scritto e 'l sasso, e sin al cielo A volo alzar fe'le minute schegge. Infelice quell'antro, et ogni stelo In cui Medoro e Angelica si legge! Così restâr quel dì, ch'ombra nè gielo A pastor mai non daran più, nè a gregge: E quella fonte già si chiara e pura, Da cotanta ira fu poco sicura:
Che rami, e ceppi, e tronchi, e sassi, e zolle Non cessò di gittar ne le bell'onde, Fin che da sommo ad imo si turbolle Che non furo mai più chiare nè monde; E stanco al fin, e, al fin di sudor molle, Poi che la lena vinta non risponde Allo sdegno, al grave odio, all'ardente ira, Cade sul prato, e verso il ciel sospira.
Afflitto e stanco al fin cade ne l'erba, E ficca gli occhi al cielo, e non fa motto; Senza cibo e dormir così si serba, Che 'l sole esce tre volte, e torna sotto. Di crescer non cessò la pena acerba, Che fuor del senno al fin l'ebbe condotto. Il quarto dì, da gran furor commosso, E maglic e piastre si straccio di dosso.
Quì riman l'elmo, e là riman lo scudo; Lontan gli arnesi, e più lontan l'usbergo L'arme sue tutte, in somma vi concludo, Avean pel bosco differente albergo. E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo L'ispido ventre, e tutto 'l petto e 'l tergo; E cominciò la gran follia, sì orrenda, Che de la più non sarà mai ch'intenda.
In tanta rabbia, in tanto furor venne, Che rimase offuscato in ogni senso. Di tor la spada in man non gli sovvenne, Che fatte avria mirabil cose, penso. Ma nè quella nè scure nè bipenne Era bisogno al suo vigore immenso. Quivi fe' ben de le sue prove eccelse; Ch'un alto pine al primo crollo svelse;
E svelse dopo il primo altri parecchi, Come tosser finocchi, ebuli o aneti; E fe' il simil di querce e d'olmi vecchi, Di faggi e d' orni e d' illici a d' abeti; Quel ch'un uccellator, the s'apparecchi Il campo mondo, fa, per por le reti, De i giunchi e de le stoppie e de l'urtiche, Facchi de cerri e d' altre piante antiche.
I pastor, che sentito hanno il fracasso, Lasciando il gregge sparso alla foresta, Chi di quà, chi di là, tutti a gran passo Vi vengono a veder che cosa è questa.
* * * * *
The poet breaks off here, and enters afterwards at large into the consequences of the madness of Orlando; omitted in this work, for the reasons mentioned at page 224.
* * * * *
No. IV.
THE DEATH OF CLORINDA.
TASSO.
Ma, ecco omai l'ora fatale è giunta Che 'l viver di Clorinda al suo fin deve. Spinge egli il ferro nel bel sen di punta, Che vi s'immerge, e 'l sangue avido beve; E la veste che d'or vago trapunta Le mammelle stringea tenera e leve L'empie d'un caldo fiume. Ella già sente Morirsi, e 'l piè le manea egro e languente.
Quel segue la vittoria, e la trafitta Vergine minacciando incalza e preme: Ella, mentre cadea, la voce afitta Movendo, disse le parole estreme: Parole ch'a lei novo on spirto ditta, Spirto di fè, di carità, di speme: Virtù ch'or Dio le infonde; e se rubella In vita fu, la vuole in morte ancella:
Amico, hai vinto; io ti perdon: perdona Tu ancora, al corpo no, che nulla pave, All'alma sì: deh! per lei prega: e dona Battesmo a me ch'ogni mia colpe lave. In queste voci languide risuona Un non so che di flebile e soave, Che al cor gli serpe, ed ogni sdegno ammorza, E gli occhi a lagrimar gl' invoglia e sforza.
Poco quindi lontan nel sen del monte Scaturía mormorando an picciol rio: Egli v'accorse, e l'elmo empiè nel fonte, E tornò mesto al grande ufficio e pio. Tremar sentì la man, mentre la fronte, Non conosciuta ancor, sciolse e scoprio. La vide, e la conobbe; e restò senza E voce, e moto. Ahi vista! ahi cognoscenza!
Non morì già; che sue virtuti accolse Tutte in quel punto, e in guardia al cor le mise; E, premendo il suo affanno, a dar si volse Vita coll'acqua a chi col ferro uccise. Mentre egli il suon de' sacri detti sciolse, Colei di gioia trasmutossi, e rise: E in atto di morir lieto e vivace, Dir parea; S'apre il cielo; io vado in pace.
D'un bel pallore ha il bianco volto asperso, Come a gigli sarian miste viole; E gli occhi al cielo affisa, e in lei converso Sembra per la pietate il cielo e 'l sole; E la man nuda e fredda alzando verso Il cavaliero, in vece di parole, Gli dà pegno di pace. In questa forma Passa la bella donna, e par che dorma.
Come l'alma gentile uscita ei vede, Rallenta quel vigor ch'avea raccolto, E l'imperio di sè libero cede Al duol già fatto impetuoso e stolto, Ch' al cor si stringe, e chiusa in breve sede La vita, empie di morte i sensi e 'l volto. Già simile all' estinto il vivo langue Al colore, al silenzio, agli atti, al sangue.
E ben la vita sua sdegnosa e schiva, Spezzando a sforza il suo ritegno frale, La bell'anima sciolta alfin seguiva, Che poco innanzi a lei spiegava l'ale; Ma quivi stuol de' Franchi a caso arriva, Cui trae bisogno d' acqua, o d'altro tale; E con la donna il cavalier ne porta, In sè mal vivo, e morto in lei ch'è morta.
* * * * *
No V.
TANCRED IN THE ENCHANTED FOREST.
THE SAME.
Era in prence Tancredi intanto sorto A seppellir la sua diletta amica; E, benchè in volto sia languido e smorto, E mal atto a portar elmo e lorica, Nulladimen, poi che 'l bisogno ha scorto, Ei non ricusa il rischio o la fatica; Che 'l cor vivace il suo vigor trasfonde Al corpo sì, che par ch'esso n'abbonde.
Vassene il valoroso in sè ristretto, E tacito e guardingo al rischio ignoto E sostien della selva il fero aspetto, E 'l gran romor del tuono e del tremoto; E nulla sbigottisce; e sol nel petto Sente, ma tosto il seda, un picciol moto. Trapassa; ed ecco in quel silvestre loco Sorge improvvisa la città del foco.
Allor s' arretra, e dubbio alquanto resta, Fra sè dicendo: Or qui che vaglion l'armi? Nelle fauci de' mostri, e 'n gola a questa Divoratrice fiamma andrò a gettarmi? Non mai la vita, ove cagione onesta Del comun pro la chieda, altri risparmi; Ma nè prodigo sia d' anima grande Uom denso; e tale è ben chi qui la spande.
Pur l'oste che dirà, s'indarno io riedo? Qual altra selva ha di troncar speranza? Nè intentato lasciar vorrà Goffredo Mai questo varco. Or, s'oltre alcun s'avanza, Forse l'incendio, che qui sorto i' vedo, Fia d'effetto minor che sembianza; Ma seguane che puote. E in questo dire Dentro saltovvi: oh memorando ardire!
Nè sotto l'arme già sentir gli parve Caldo o fervor come di foco intenso; Ma pur, se fosser vere fiamme o larve, Mal potè giudicar sì tosto il senso: Perchè repente, appena tocco, sparve Quel simulacro, e giunse un nuvol denso, Che portò notte e verno; e 'l verno ancora E l'ombra dileguossi in picciol'ora.
Stupido sì, ma intrepido rimane Tancredi; e poichè vede il tutto cheto, Mette securo il piè nelle profane Soglie, e spia della selva ogni secreto. Nè più apparenze inusitate e strane, Nè trova alcun per via scontro o divieto, Se non quanto per sè ritarda il bosco La vista e i passi, inviluppato e fosco.
Alfine un largo spazio in forma scorge D'anfiteatro, e non è pianta in esso, Salvo che nel suo mezzo altero sorge, Quasi eccelsa piramide, un cipresso. Colà si drizza, e nel mirar s' accorge Ch' era di varj segni il tronco impresso, Simil a quei, chè in vece usò di scritto L'antico già misterioso Egitto.
Fra i segni ignoti alcune note ha scorte Del sermon di Soria, ch'ei ben possiede: O tu, che dentro ai chiostri della morte Osasti por, guerriero audace, il piede, Deh! se non sei crudel, quanto sei forte, Deh! non turbar questa secreta sede. Perdona all'alme omai di luce prive: Non dee guerra co' morti aver chi vive.
Così dicea quel motto. Egli era intento Delle brevi parole ai segni occulti. Fremere intanto udia continuo il vento Tra le frondi del bosco e tra i virgulti; E trarne un suon che flebile concento Par d'umani sospiri e di singulti; E un non so che confuso instilla al core Di pietà, di spavento e di dolore.
Pur tragge alfin la spada, e con gran forza Percote l'alta pianta. Oh maraviglia! Manda fuor sangue la recisa scorza, E fa la terra intorno a sè vermiglia. Tutto si raccapriccia; e pur rinforza Il colpo, e 'l fin vederne ei si consiglia. Allor, quasi di tomba, uscir ne sente Un indistinto gemito dolente;
Che poi distinto in voci: Ahi troppo, disse, M' hai tu, Tancredi, offesso: or tanto basti: Tu dal corpo, che meco e per me visse, Felice albergo gia, mi discacciasti. Perchè il misero tronco, a cui m'affisse Il mio duro destino, ancor mi guasti? Dopo la morte gli avversarj tuoi, Crudel, ne' lor sepolcri offender vuoi?
Clorinda fui: nè sol qui spirto umano Albergo in questa pianta rozza e dura; Ma ciascun altro ancor, Franco o Pagano, Che lassi i membri a piè dell'alte mura, Astretto è qui da novo incanto e strano, Non so s' io dica in corpo o in sepoltura. Son di sensi animati i rami e i tronchi; E micidial sei tu, se legno tronchi.
Qual infermo talor, ch'in sogno scorge Drago, o cinta di fiamme alta Chimera, Sebben sospetta, o in parte anco s'accorge Che simulacro sia non forma vera, Pur desia di fuggir, tanto gli porge Spavento la sembianza orrida e fera: Tale il timido amante appien non crede Ai falsi inganni: e pur ne teme, e cede:
E dentro il cor gli è in modo tal conquiso Da varj affetti, che s' agghiaccia e trema; E nel moto potente ed improvviso Gli cade il ferro: e 'l manco e in lui la tema. Va fuor di sè. Presente aver gli è avviso L' offesa donna sua, che plori e gema: Nè può soffrir di rimirar quel sangue, Nè quei gemiti udir d'egro che langue.
Così quel contra morte audace core Nulla forma turbò d' alto spavento; Ma lui, che solo è fievole in amore, Falsa imago deluse e van lamento. Il suo caduto ferro instanto fuore Portò del bosco impetuoso vento, Sicchè vinto partissi; e in sulla strada Ritrovò poscia, e ripigliò la spada.
Pur non tornò, né ritentando ardio Spiar di novo le cagioni ascose; E poi che, giunto al sommo Duce, unio Gli spirti alquanto, e l'animo compose, Incominciò: Signor, nunzio son io Di non credute e non credibil cose. Ciò che dicean dello spettacol fero, E del suon paventoso, è tutto vero.
Maraviglioso foco indi m'apparse, Senza materia in un istante appreso; Che sorse, e, dilatando un muro farse Parve, e d' armati mostri esser difeso. Pur vi passai; che ne l'incendio m' arse, Nè dal ferro mi fu l'andar conteso: Vernò in quel punto, ed annottò: fe' il giorno E la serenità poscia ritorno.
Di più dirò; ch'agli alberi dà vita Spirito uman, che sente e che ragiona. Per prova sollo: io n'ho la voce udita, Che nel cor flebilmente anco mi suona. Stilla sangue de' tronchi ogni ferita, Quasi di molle carne abbian persona. No, no, più non potrei (vinto mi chiamo) Nè corteccia scorzar, nè sveller ramo.