Select letters of Christopher Columbus
Part 8
Et comādo de poi che gli sia dato danari & roba q̃l che fa mestiero, & poi dimolta gēte acompagnato divotamente & cō buō pensiero, al sommo dio che fu racomandato, & alla madre sua & sancto piero, & prese q̃ste cose, & poi licentia dalre & laregina & sua clementia.
Et navico piu giorni per perduto, cō pena, con affanni & grāde stento, pensa che na in mare no e mai tuto, ma semꝕ cōbactēdo ī acqua & uēto ꝓdesi spesso elguadagno eltrebuto, & nōgli gioua dire io menepento ma come piacqꝫ adio ch’ mai nōerra in trentatre giornate pose in terra.
Et messe dua desua huomini armati a cercar ꝑle terre che han trouate, seforce siscoprissin qualche aguati, ma caminaron ben per tre giornate che nōsi furon mai indrieto uolti, & nō trouaron mai uille o brigate, si che simarauiglia che camina & piu chi e restato alla marina.
Ma niēte di manco quella terra era di uari fructi molto ornata, se chi ha scripto i qua neldir nōerra, mōtagne e ue daltura ismisurata, & molti fiumi lacircūda & serra, doue trouorun poi molta brigata, sēza pāni, uestite, o arme, o scudi ma tucti emēbri loro si erano nudi.
Saluo chalcuna donna che coperte tiene leparte genitale immonde, cō bambagia tessuta, & di po certe lhauen coperte con diuerse frōde, & come uidon questi lediserte forte fuggendo ciascun fina scōde, & questi dua in drieto si tornauano, & axꝕofano lo facto racontauano.
Et xꝕofano & glialtri dismontati armati tucti il paese cercando isole molte & huomini trouati come tu intenderai qui ascoltando & glistendardi del Re ha rizati, & a ciascuno il suo nome mutando, come dira questa pistola magna, da xꝕofano scripta al Re di spagna.
Perchio so, signor mio, ch’ grā piacer̃ hara la uostra magna signoria quando potra intendere o sapere, delle cose che io presi in mia balia, ꝑ uirtu del signore & suo potere, & simil della madre sua maria, dal partir mio a trētatre giornate, molte isole & grā gēte iho trouate.
Lisola prima chio trouai, signore, io lho ꝑ nome facta nominare isola magna di san Saluadore, & la seconda poi feci chiamare conceptio Marie a suo honore, di poi laterza feci baptezare per uostra signoria ch’ tāto ornata isola ferrandina lho nominata,
Et la quarta Isabella fo chiamare, ꝑ la Regina che tānto honorata, & alla quinta il nome uolsi dare che lisola Giouanna fia chiamata, & la festa dun nome uolsi ornare che cōgruo miparse a q̃lla fiata, che Laspagnuola qlla sichiamasse, per che mipar che cosi meritasse.
Enomi son dellisole trouate nel india, signor mio, como uiscriuo, & questa & laltre sopra nominate notitia auoi nedo signor mio diuo trecēto uc̄tun miglio ho caminate, & peruenuto alfin colsancto uliuo dalla giouāna alla spagnuola elmar̃ cīquātaquattro miglia largo apare.
Et per septentrione lanauicai cinquantaquattro miglia dimarina, doue che alla spagna io arriuai, inuerso loriente sauicina, & per lalinea recta io caminai da onde la spagnuola li confina son c̄iquecēsessantaquattro miglia, e lalargheza che q̄sta isola piglia.
Et q̄sta & tucte laltre e molto forte, ma q̄sta sopra laltre par fortissima, potresi inanzi dare a tucte morte ch’ una parte sacquisti piccolissima, certo questo eildestino qsto e lesorte, ch’ uostra signoria fan felicissima, e dotata di fructi molte & uarie, & liti, & porti, & cose necessarie,
Et molti fiumi, & maxime mōtagne, che son dalteza molto smisurate, arbori, fonte, uccegli, & cose magne, chauostri tempi no san mai trouate, certo lamente mia signor ne piagne, per lalegreza delle cose ornate, di tucte cose cie se io non erro, saluo ch’ nōsi truoua acciaio o ferro.
Sonci di septe o uer docto ragioni di palme che mifan marauigliare, & se alzando gliocchi poni pini uison che laria par toccare, passere lusignuoli & altri doni, che nonsi potre mai tucto narrare, della bambagia un pondo ce infinito & daltre cose assai ce inquesto lito.
Arbori cison duna ragion fioriti del mese di novembre chenoi siano come ī ispagna, & ne suo degno liti, liarberi sō elmagio, elmōte, elpiano, si che no altri stiano tucti stupiti ꝑ labōdantia che trouata habbiano, sonci gli arberi uerdi & and lelor foglie, chi credo che nō pdā mai lespoglie.
Di reubarbaro ce tanta abōdantia, & dicenamo daltra spetieria, loro & largento, el metallo ciauāza, maxime un fiume che per q̃sta uia, che nō puo questa terra farne senza, doue ho trouato cō mia fantasia, che dimoltoro e piena quella rena, sicome lacqua di quel fiume mena.
Simil, signore, io uiuoglio auisare, che inq̄stisola ce molta pianura, doue difizi molti sipuon fare, & castelle cipta cō magne mura, che nō bisogna poi di dubitare, ne dhauer chi cista nulla paura, molte terre cison da feminare, & depascer lebestie & nutricare.
Ho po trouati certi fiumicelli, ch’ tucti menano oro & nō gia poco, & molti porti grādi & da far belli, che abōdanza ce dacqua diloco, lherbe & leselue facte co pennelli nō son si belle & nō cisusa foco, glhuomini sono affabile formati, timidi semꝕ & alfuggir parati.
Sonci assai uille ma son picoolecte, dhuomini & dōne son tucte calcate, glihabitacoli qui son capānecte semplici sono & credule brigate, & ben che sieno nudi stāno necte, si che signor dibuona uoglia state, & credon che no siā di cielo ī terra, mādati per cāpargli dogni guerra.
Portano alcun certe cāne appuntate, socto lebraccia come noi lespade, archi cō frecce dicanne tagliate, & uāno īsieme assai come lesquadr̃ di capegli & di barbe molto ornate, nō son micidial persone o ladre, ma tucto q̃l ch’ glhiāno ī lor potere celodarebbon ꝓ farci piacere.
Et parmi che cifia grā diferenza da questa isola a q̃lla di Giouāna darbori, fructi, and dherbe & diꝕsēza, nōci manca senon la sancta māna, doro ce tanto cha uostra potenza chi guerra far sipensa ī uan safāna oltre alla roba acquistate lhonore, tucti son prōti acreder al signore.
Questi popoli grādi & infiniti, come ꝑ segni ciāno dimōstrato, ledōne & lor figluoli & lor mariti ciascuno spera desser baptezato, priego il signor iesu che puo glīuiti apossedere el suo regno beato di quāto ben cagion signor sarete coluostro auxilio che dato mhauete.
Iho menati qui certi indiani ch’ cōprēdā di q̃sta alcun līguaggio tal che parlando con cēni dimani q̃lcū diq̃sti ch’e piu sperto & saggio dicon di farsi a noi tucti xꝕiani tal chiho ꝕso signor mio uātaggio & di legname una bastia fo fare & lagente uimecto per guardare.
Et forniti glilascio per uno anno darme diuectouaglia ben chi spero che nō haranno molestia ne dāno ꝑ che gli lascio cō un buon pensiero, humili mansueti tucti stanno, sich’ auxilio iluostro signor chiero, mandimi uostra signoria piacente allaude del signore omnipotente.
Chi nō uede signor lisole degne, & lericheze o nobil creatura, & lauarieta darbori & legne, & deglhuomini & dōne lor figura, nō sa ch’ sia delmōdo lesue ī segne, chi nō esce delcerchio di sua mura, nō puo perfectamente idio laudare chi nō gusta lecose che sa fare.
Signor mio dolce, lapiaceuoleza di q̃sta gente io non saprei narrare, per una stringa che poco sipreza uolson tanto oro aun diquesti dare ch’ tre ducati & mezo o che richeza hare potuto inqueste parte fare, ma io ho comādato alla mia gente che ciascun doni & nō pigli niēte.
Per far lor grata uostra signoria dimolta roba io ho facto donare di quella dimie gente & della mia, come scodelle & piacti damāgiare, & uetri & pauni chera in mia balia, senza riserbo alcuno per me fare ꝓ chio glho conosciuti tante grati, iglho come fedeli & buō tractati.
Vero e ch’ sono assai prōti alfugire per che non sono usati di uedere gente che usin panni da uestire, ma per che uegan noi tucto sapere, ciascun diloro ciadora come sire, & lalor roba da mangiare o bere, nō ho ueduto fare ne tuo ne mio, ma lauita comune alparer mio.
Volsano ancora ꝓ una bocte trista, & per un pezo darco che nō uale, tre once doro darmi & similmista, tanta bambagia che mezo quintale, ma poi chi hebbi questa cosa uista parsemi dipigliar niente male, & ho cōmesso aciaschedun de mia chedipigliare niente ardito sia.
Nō e fra loro alcuna briga o secta, ma pacifici tucti insieme stanno, di parole & ni facti mai saspecta, di far uēdecta alcūa īgiuria o dāno, beato a q̃llo che seguir sidilecta, acompagnati abraccio semꝕ uāno, io glho uisti si buoni recti & grati, che abuō fine idio glhara chiamati.
Nō e fra loro idolatria nessuna, tucti lemani al ciel tengono alzate, nō adoran pianeti, o sole, o luna, ma lelor mente al ciel tucte leuate. dicon la gloria ī ciel esser sol una, dellaqual patria credon ch’ mādate lenostre barche siano & noi ī terra, a far pace colciel dogni lor guerra.
Io nho cō meco semꝕ alcū menato equali feci per forza pigliare, q̃ndo alprīcipio ī terra fui smōtato, non potendo inaltra forma fare pelueloce fuggir mai ascoltato nō era lemie uoci olmio parlare, & q̃sti che per forza allhor pigliai, son per amor uenuti sempre mai.
Semꝕ mangiare, o bere, & adormire, acanto a me io glho si ben tractati, ch’ gliaferman ꝑ certo & usan dire ch’ dalregno del ciel no siā mādati, uanocci inanzi gridando uenire, debba ciascuno auedere ebeati, si chalpresente ognū corre auedere & portan tucti damāgîare & bere.
Da luna isola allaltra q̃sti uāno cō certe barche che inquesta isola e, lequal dun legno solo facte stanno, & son chiamate queste canoe, sō lūghe strecte & par quasi uolādo andare achiunche messo dētro ce, bench’ sien grossamente lauorate cō sassi & legni & ossi son cauate.
Et hōne uista alcuna tāto grāde che octanta persone cista dentro, & ciascūo hal suo remo & leumāde nauica q̃sti & con buon sētimeto la roba luno allaltro li sispande q̃l chio uscriuo signor nulla mēto & uanno baractando tucti quāti come sefussin quasi mercatanti.
Inqueste isole tucte nominate nō ho ueduta nulla differenza dincarnati diuisi o dibrigate, ma tucti quasi son duna presenza & dun cōstume tucti cōstumate huomini & dōne sō pie dicremēza, tucti hāno una loquela & un parlar̃ che uifarē, signor, marauigliare.
Che par che util cosa questa sia acōuerrirgli a nostra sancta fede. che come scriuo auostra signoria ciascun disposto ce, & gia lacrede dique che han uista lapresenza mia no glho tucti ueduti de siuede ch’glie margior giouāna senza sotia che nōe linghilterra con lascotia.
Son duo ꝓuincie chio nō ho certate, secondo che q̄sti altri decto hāno, una cene la qual queste brigate. dican che quelle gente che uistāno son con le code tucte quante nate & Anaan elnome posto lehanno, poi caminai ꝓ la spagnuola ciglia ꝑ cinquecēsessantoquattro miglia.
Doue e lauilla laqual io pigliai, doue io feci larocca o uer bastia che la piu bella che io uedessi mai, come iho scripto a uostra signoria non miricorda se adir uimandai inquesta brieue epistolecta mia elnōe ch’ io lho posto & forse auisto natiuita del nostro Iesus Xꝕo.
In queste isole tucti questi stāno contenti duna dōna ciascheduno, ma q̄sti principali tucti mhanno uēti lequal son date lor per uno. & luno allaltro mai torto nō fanno, che a cio far nō ce pronto nessuno, & nelle cose tucte da mangiare nulla diuision uiueggo fare.
Et ben che i q̄ste parti caldo sia, lastate eluerno ce digran freddura, ma ꝑ che mangiā molta spetieria lacarne loro alfreddo molto dura inquesta parte nulla cosa ria, sitruoua diche questi habbin paura, saluo che ce unisola allentrare dellindia per uoler qui arriuare.
In nella quale sta gente uillana da q̄sti nō mipar che siano amati, ꝑ ch’ dice māgiā carne humana, pero nō son da questi qui prezati, hanno assai legni q̄sta gente strana, da nauicare & hanno gia rubati, aquesti di scorrendo dogni banna cō archi ī mano & cō frecce dicāna.
Non e da q̄sti a quegli differenza, senō innecapegli che q̄gli hanno lunghi come ledōne & dipresenza son come q̄sti & fāno molto dāno, aq̄ste ch’ son ꝑpro essa clemenza, si che ingelosia sempre nestanno, ma spero che lauosira signoria sapra purgare una tal maltaia.
Una isola cie decta mactanino, nella qual le donne sole stanno, & questo iniquo popol glie uicino, & ausar con q̄ste spesso uanno, ma q̄sto popol tucto feminino exercitio di dōne mai nō fanno, ma cō gliarchi trahēdo tuctauia, che par per cerbo una grā fantasia.
Et uanno queste ben tucte coperte, nō gia di pāni lini, o lani, o ueli, ma derbe & giūchi, & q̄ste cose certe son che di qua nq̃e lēzuoli o teli unaltra isola poi legente offerte, femine & maschi nascō senza peli, manzi uoglia cōfuso esser nel dire chi uoglia alcuna cosa preterire.
Et dove q̄sti senza peli sono, piu oro cie chihabbia ācor trouata di q̄l chi scriuo o parlando ragiono, signore, io ne son ben giustificato auostra signoria un magno dono iho per portar meco preparato di tucti q̄sti luoghi iuo menare gente che possin cio testificare.
Pero, giusto signor, di Spagna degno, stia uostra signoria dibuona uoglia chīho cresciuto tāto iluostro regno, ch’ chi ua īuida po crepar didoglia doro & dargento passarete el segno tel ch’ trarra elnimico di sua soglia, ma q̃l chi so ch’ molto piu prezate son queste gēte a xꝕo preparate.
Reubarbero assai & aloe, Mastice, cinamono, & spetierie, tanta richeza, signor mio, qui e che discaccia da me leuoglie rie, piu allegreza, signor mio, fare, si fussi certo che per tucte uie q̃sta scripta uenissi asaluamento nel mōdo no sare huom piu-cōtēto.
Nō miacascaltro degno mio signore scriuere auostra magna signoria, raccomandomi a q̃lla a tucte lhore, laqual cōserui ilfigluol di Maria parato semꝕmai per uostro amore amecter q̃sta breue uita mia aquindici de febraio q̃sta sife nel mille quattrocento nouāta tre.
Magnifici & discreti circūstanti q̃sta e gran cosa certo da pensare, ch’l nostro redēptor̃ cō tucti esancti nō resta mai legratie sue mandare douerebbon di q̃sto tucti quanti ebaptizati a x̃po festa fare, chi ue chi uimādo & chi ue andato prepari dio alsuo regno beato.
Questa ha cōposto de dati Giuliano apreghiera del magno caualiere messer Giouanphilippo ciciliano, che fu di Sixto quarto suo scudiere & commessario suo & capitano, a q̄lle cose che fur di mestiere allaude del signor sicanta & dice che ciconduca al suo regno felice.
¶ FINIS LAUS DEO.
¶ Finita lastoria della īuētione delle nuoue isole dicānaria īdiane tracte duna pistola dixꝕofano colōbo, & ꝓmesser Giuliano dati tradocta dilatino ī uersi uulgari allaude della christiana religione & aꝕghiera delmagnifico caualiere messer Giouāfilippo del ignamine domestico familiare dello illustrissimo Redispagna xꝕianissimo a di. xxvi. doctobre. 14.93.
_Florentie._
BIBLIOGRAPHY.
In this bibliographical notice I do not propose to deal with any editions of the first letter of Columbus beyond the “Incunabula,” which I arrange in the order of their publication, as ascertained from an examination of the documents themselves.
1. ¶ Epistola Christofori Colom: cui etas nostra multū debet: de | Insulis Indie supra Gangem nuper inuētis. Ad quas perqꝫren- | das octauo antea mense auspiciis & ere invictissimor’ Fernādi & | Helisabet Hispaniar’ Regū missus fuerat: ad magnificum dñm | Gabrielem Sanchis eorundē serenissimor’ Regum Tesaurariū | missa: quā nobilis ac litteratus vir Leander de Cosco ab Hispa | no ideomate in latinum cōuertit tertio kal’s Maii m.cccc.xciii | Pontificatus Alexandri Sexti Anno primo.
Small 4to. This edition, which, as I shall presently show, is the _editio princeps_, was printed by Stephen Plannck at Rome in 1493. It consists of four leaves, printed in gothic type, and has 33 lines in a full page. Copies are in the Grenville and King’s Libraries in the British Museum.
2. ¶ Epistola Christofori Colom: cui etas nostra multum debet: de | Insulis Indie supra Gangem nuper inuētis. Ad quas perquiren | das octauo antea mense auspiciis & ere inuictissimorum Fernandi | ac Helisabet Hispaniar’ Regū missus fuerat: ad Magnificū dñm | Gabrielem Sanches: eorundem serenissimorum Regum Tesau | rariū missa: Quā generosus ac litteratus vir Leander de Cosco ab | Hispano idiomate in latinū cōuertit: tertio Kalen’ Maij M.cccc. | xc.iij. Pontificatus Alexandri Sexti Anno Primo. | 4to.
End:—¶ Impressit Rome Eucharius Argenteus [Silber] Anno dñi. M.ccccxciij.
Three leaves, printed in gothic letter. 40 lines in a page. A copy is in the Grenville Library.
3. ¶ Epistola Christofori Colom: cui etas nostra multū debet: de | Insulis Indie supra Gangem nuper inuentis. Ad quas perqui | rendas octauo antea mense auspicijs & ere invictissimi Fernan | di Hispaniarum Regis missus fuerat: ad Magnificum dñum Ra | phaelem Sanxis: eiusdem serenissimi Regis Tesaurariū missa: | quam nobilis ac litteratus vir Aliander de Cosco ab Hispano | ideomate in latinum conuertit: tertio kal’s Maij. M.cccc.xciij. | Pontificatus Alexandri Sexti Anno Primo.
Small 4to. Gothic letter; four leaves, 34 lines in a full page. This edition is supposed to have been printed by Stephen Plannck at Rome, about 1493. 3 or 4 copies are known; two are in the General Library and Grenville Library, British Museum.
4. De Insulis inuentis | Epistola Cristoferi Colom (cui etas nostra | multū debet: de Insulis in mari Indico nup’ | inuētis. Ad quas perquirendas octauo antea | mense: auspicijs et ere Invictissimi Fernandi | Hispaniarum Regis missus fuerat | ad Magnificum dñm Raphaeleꝫ Sanxis: eiusdē sere | nissimi Regis Thesaurariū missa. quam nobi | lis ac litterat’ vir Aliander đ Cosco: ab His | pano ydeomate in latinū conuertit: tercio k’ls | Maij. M.cccc.xciij. Pontificatus Alexandri | Sexti Anno Primo.
Small 8vo. Gothic character; ten leaves, 26 and 27 lines in a page. The title above given is preceded by a leaf bearing on the recto the arms of Spain, “Regnū hyspanie”—on the verso the cut of the “Oceanica Classis”. There are 6 woodcuts—the “Oceanica Classis”, being repeated. A copy is in the Grenville Library.
5. Epistola de insulis de | nouo repertis. Impressa | parisius in cāpo gaillardi.
Small 4to. Gothic letter; four leaves, 39 lines in a full page. This edition was printed by Guy Marchand about 1494. Brunet states that the only copy known is that formerly belonging to M. Ternaux-Compans, now the property of Mr. John Carter Brown.
This edition was reprinted in 1865, “Lettre de Christophe Colomb sur la découverte du Nouveau-Monde, publiée d’après la rarissime version latine conservée à la Bibliothèque Impériale. Traduite en Français, commentée et enrichie de notes puisées aux sources originales par Lucien de Rosny. 8vo., Paris, 1865.”
6. Epistola de Insulis noui | ter repertis. Impressa parisius In campo gaillardi.
Small 4to. Gothic letter; four leaves, 39 lines in a page. The above title is in two lines, the first printed in a larger character. Underneath is the device of the printer, “Guiot Marchant”—two cobblers at work, one cutting the leather, the other making it up. This edition was printed by Guy Marchand at Paris, about 1494.
A copy is in the Bodleian Library. A fac-simile made by Mr. John Harris, sen., is in the British Museum; the impression was limited to five copies.
All the foregoing editions have at the end the Latin Epigram in eight verses of R. L. de Corbatia, (a pseudonym for Leonardus de Carninis, Bishop of Monte Peloso in Naples). In this edition, below the epigram, on the same page, is a woodcut of the Angel appearing to the Shepherds. Mr. Lenox has given a fac-simile of this in the Appendix to _Syllacius_. The title on the recto of the following leaf (sig. a, ij) is the same as in the Roman editions, having the name of Ferdinand without that of Isabella. It ends with the words: “Vale. Ulisbone pridie Idus Marcij.”
A “pictorial” edition of the Latin letter, in 4to., was printed in 1494. It is appended to a work by Carolus Verardus, “In laudem Serenissimi Ferdinandi Hispaniar’ regis.... Et de Insulis in mari Indico nuper inuentis.”
The work is printed on fifteen pages in Roman characters, and probably at Basle, by B. de Olpe. The woodcuts are the same as those used in the small 8vo. edition printed about 1493 (see No. 4).
No sooner did this letter make its appearance in print in the year 1493, than the narrative it contained was put forth in Italian ottava rima by Giuliano Dati, one of the most popular poets of the day; and there is reason to believe that it was sung about the streets to announce to the Italians the astounding news of the discovery of a new world. (See _ante_, p. xc.)
The only copy of this curious and valuable poem known at the time of the issue of the first edition of this work in 1847 is that which I now reprint.
¶ La lettera dellisole che ha trouato nuovamente il Re dispagna.
End:
¶ Finita lastoria della iuētione del | le nuoue isole dicānaria īdiane trac | te duna pistola dixp̃ofano colōbo & | ꝑmesser Giuliano dati tradocta di la | tino ī uersi uulgari allaude della ce | lestiale corte & aconsolatione della | christiana religione & ap̃ghiera del magnifico caualiere messer Giouā | filippo del ignamine domestico fa | mīliare dello illustrissimo Re dispa | gna xp̃ianīssimo a di. xxvi. docto | bre. 14.93. Florentie.
4to. Printed in Roman characters on four leaves, in double columns. The poem consists of 68 stanzas in _ottava rima_. Beneath the single-line title is a woodcut representing the landing of Columbus, and King Ferdinand seated on his throne on the _opposite shore_. This is the only copy known.
Since 1847 another edition has been acquired by the British Museum, bearing the following title:—
¶ Questa e la hystoria della inuentiōe delle diese Isole di Cannaria In | diane extracte duna Epistola di Christofano Colombo & per messer Giu | liano Dati traducta de latino in uersi uulgari a laude e gloria della cele | stiale corte & a consolatione della christiana religiōe & apreghiera del ma | gnifico Caualier miser Giouanfilippo Delignamine domestico familia | re dello Sacratissimo Re di spagna Christianissimo a di. xxv. doctobre. | M.cccclxxxxiii. |
End: FINIS
Joannes dictus Florentinus.